Stanley Kubrick - Analisi
Full
Metal Vietnam
- Un
saggio su tutte le guerre
di Roberto Duiz
Ne la viscerale
aggressività emozionale di Platoon, ne l'epica
orrorifica di Hamburger Hill. Full Metal Jacket non ha
irriconducibile a qualunque "filone",
assolutamente a se stante. Eppure è inevitabile
inserirlo nell'elenco dei "film sul Vietnam",
neanche la commovente e intensa sentimentalità di
Giardini di pietra.
È un film di Kubrick, dunque, lo dice la parola stessa,
è unico, visto che a specifici episodi della
"sporca guerra" si riferisce. E visto anche che
proprio la riscoperta del Vietnam è la novità di
maggiore spicco del cinema Usa dell'ultima stagione.
Quasi che fosse necessario rifare il punto e ridare una
rinfrescatina alla memoria, molto labile
nell'immaginario. Guardarsi un attimo alle spalle per
ricacciare indietro le pericolose tentazioni
"rambesche". Per tutta la metà degli anni '70
i segni dell'effetto-Vietnam erano leggibili in ogni
piega del cinema nord-americano. Aveva iniziato Henry
Jaglom ( Tracks - Lunghi binari della follia), avevano
continuato Karel Reisz (I guerrieri dell'inferno), Ted
Post (Vittorie perdute), Hal Ashby (Tornando a casa).
Riferimenti precisi, tutti puntati sull'effetto-ritorno
in patria, sull'inassimilabilità dei reduci ai valori
dell'american way of life. L'avventura vietnamita non
provoca la rinascita di un genere bellico.
Quello necessita di vittorie da celebrare, di eroi da
consacrare, di cronologie da ricostruire. Niente di tutto
ciò sul fronte Vietnam: nessuna vittoria, nessun eroe,
cronologie già ampiamente ricostruite in diretta tv. Gli
Stati Uniti fanno i conti con l'avventura in Indocina e
constatano il decesso per affogamento del Mito della
Frontiera. Il sogno Americano vira in incubo e le
allucinazioni dei reduci che popolano le metropoli lo
esemplificano. Sono loro a doversi assumere il carico di
quella sconfitta. Nixon è affondato nel Watergate e
quindi in qualche modo la classe politica è
"esorcizzata". Sono i reduci, segnati
indelebilmente da un'esperienza psichica terrificante, ad
assurgere al misero ruolo di fantasmi di una rimozione
collettiva. Popolano il thriller urbano e l'horror. Sono
macchine approntate per uccidere che nessuno riesce più
a disinnescare.
Tanti Taxi driver in cerca di riscatto, tanti Jena
Plisskin da chiamare in causa solo se ragion di stato lo
richiede, tanti Rambo (prima versione) pieni di medaglie
ma che nessuno sceriffo gradisce avere nella propria
contea. Sopravvissuti alle insidie delle giungla per
ritrovarsi braccati anche in casa propria. l familiari e
gli amici che li accolgono al ritorno non capiscono cosa
li abbia trasformati in quel modo. Per capire qualcosa di
più Michael Cimino (Il cacciatore) e Francis Coppola
(Apocalypse Now) vanno laggiù. Film epico straziante, il
primo. Ma è Coppola a spingersi più lontano, fino al
"cuore di tenebre", approdo di un'escalation
verso la follia, in una terra di nessuno, regno delle
contaminazioni che danno vita ad un ibrido. In quella
lenta risalita fluviale l'effetto Vietnam trovava la sua
sintesi "teorica": perdita delle certezze
ideologiche, smarrimento, contaminazione con culture
diverse anziche loro soppressione, caduta a precipizio
nell'orrore. "Horror... horror..." sono le
ultime parole pronunciate con tono gutturale
agghiacciante da Brando-Kurtz.
Ed è sempre su quelle parole che si chiude
definitivamente il capitolo Vietnam in versione
cinematografica, proprio in chiusura degli anni '70. Lo
scossone provocato da quella sconfitta stenta a
ristabilizzarsi. La ferita sanguina ancora. Bisogna
lasciarla cicatrizzare con calma senza continuare a
tormentarla. A Hollywood si passano parola e il cinema
archivia il Vietnam. Ma dall'oblìo rinascono antiche
tentazioni. A metà degli anni '80, nell'America
reaganiana, rispuntano i "falchi" nostalgici
delle vittorie perdute. Rispunta la voglia di menar le
mani per riaffermare il primato (anche fisico) nel mondo.
Ex "berretti verdi" rimettono la divisa e
ritornano laggiù per liberare ipotetici prigionieri
americani. "Rombo di tuono", "Fratelli
della notte" e altri blitz del genere spianano la
strada a "Rambo II". Urge un ristabilimento di
distanze. Specie dopo che la grande campagna di opinione
per la "riabilitazione" dei reduci, compiuta
dalla stampa e dalla tv nel corso del decimo anniversario
dalla fine della guerra vietnamita, induce i produttori
più attenti agli spostamenti umorali a ripuntare qualche
fiches sul tavolo verde del Vietnam. Vecchi progetti
ammuffiti nei cassetti tornano alla luce.
Ex reduci diventati registi e sceneggiatori possono
finalmente raccontare la guerra così come l'hanno
vissuta sul campo. Platoon di Oliver Stone e Hamburger
Hill di John Irvin (scritto da Jim Carabatsos) non sono
altro che le punte di un iceberg che si allarga in
profondità nel mare delle B-productions. I protagonisti
sono sempre quei ventenni che venivano spediti nella
giungla convinti di far qualcosa di buono per il proprio
paese e che subito si accorgevano che era tutto un
inganno. L"'orrore", quello indicato da
Brando-Kurtz, è indagato in ogni sfumatura, con un
"realismo" finora inedito. Coppola, con
Giardini di pietra, stavolta si apposta nei pressi del
cimitero di Arlington in attesa dei ragazzi che tornano
insaccati in plastica nera, intento a cogliere ogni
minimo sussulto delle coscienze, la rabbia impotente di
chi assiste a quel macabro traffico. Stanley Kubrick (che
si ispira a un romanzo di Gustav Hasford) fornisce un
tagliente e spietato "saggio" sulla guerra, su
tutte le guerre, puntando sui nervi e riducendo all'osso
i sentimenti, rifiutando anche l'estetica
orientaleggiante, quasi a sottolineare la globalità del
suo approccio. Comincia dunque dalla caserma-laboratorio
dove i ragazzi vengono trasformati in marines. Togliere
ogni residuo di abitudine borghese dalla mente-corpo
della recluta e riempire il vuoto con nuove motivazioni,
che tutte assommate danno un unico risultato: uccidere
per non essere uccisi e per "fornire a Dio un
continuo ricambio di anime fresche".
Nelle orecchie solo le urla del sergente istruttore, nel
cuore nessuna pietà e nel letto il fucile, sola ed unica
girl-friend di ogni buon marine. È un virtuoso della
parolaccia, il sergente di Kubrick, come il Clint
Eastwood di Gunny. Ma non ha nessuna ironia, dettata
dalla disillusione, non tradisce sentimenti. È addetto
alla costruzione di macchine per uccidere e non può
essere meno macchina. Anche il James Caan di Giardini di
pietra, come il Clint Eastwood di Gunny, è roso
dall'ansia di insegnare a quei ragazzi come non lasciarci
le penne. Il sergente di Full Metal Jacket lo fa e basta.
Non sempre la formula didattica funziona e non solo
perche molti non sopravviveranno. Talvolta i meccanismi
grippano ancora prima di arrivare sul campo di battaglia.
Succede nel cesso tirato a lucido della caserma.
Palla di lardo, con un ghigno che ricorda quello di Jack
Nicholson in Shining, squarcia il petto del sergente,
prima di ficcarsi in bocca la canna del fucile ancora
fumante e farla esplodere una seconda volta. La violenza
si ritorce contro il suo istigatore con effetto
boomerang. È il leit-motiv di tutto il "filone
Vietnam" degli anni '70. Così come il massacro
psichico di un'intera generazione di "reclute".
Geometrie perfette e tensione tesa allo spasimo nella
prima ora del film dedicata alla caserma-laboratorio.
Antimilitarismo viscerale, trattato con lucidità
impressionante, tanto da sembrare asettico e distaccato.
Potrebbe essere una caserma dei marines qualsiasi, in
qualsiasi epoca. Il Vietnam si identifica dopo, non certo
dagli scenari, visto che Kubrick ha scelto come set la
periferia di Londra, cosparsa di palme fatte arrivare
dalla Spagna. Si identifica coi fianchi ondeggianti della
prostituta vietnamita che attraversa con studiata
lentezza la strada e approda a un tavolino di un bar dove
stanno seduti giovani soldati americani. Ma i fatti sono
inequivocabili. È la fine del gennaio '68. 50 mila
vietcong spuntano all'improvviso dalla giungla e
scatenano "l'offensiva del Tet".
È la guerra, quella vera. Kubrick non si butta a
capofitto nella battaglia. Sta ai margini, la lascia
divampare sullo sfondo. Sembra Samuel Fuller (Il grande
Uno rosso) che mentre esplodono le bombe va ad inquadrare
un sigaro buttato per terra. Distrazioni solo apparenti,
perche Kubrick, come Fuller, restituisce il senso della
guerra ancor meglio di tutti quelli che si fanno prendere
dall'azione. Frasi buttate qua e là rimangono impresse
nella memoria e non lasciano alcun dubbio che si stia
parlando proprio della "sporca guerra".
"Ma come fai a uccidere donne e bambini?",
chiede lo stranito protagonista. "Corrono più
lentamente ed è più facile beccarli", risponde il
mitragliere dell'elicottero. Le telecamere indagano i
volti dei ragazzi che battono in ritirata: "Cosa ne
pensi di questa guerra?", chiede l'inviato
d'assalto. "Beh, questa gente non mi piace molto.
Quelli di Saigon intendo. Ho l'impressione che
combattiamo dalla parte sbagliata", è la risposta.
Annotazioni che lasciano il segno. Un drappello di
soldati addestrati ad uccidere che vengono tenuti in
scacco da una vietnamita che avrà sì e no 16 anni. È
chiaro che questa guerra è una guerra che non si può
vincere.
È la guerra delle ambiguità, dove il simbolo pacifista
sul petto stride con la scritta "born to kill"
sull'elmetto e dove si va in contro alla prossima
battaglia cantando tutti in coro la canzone di Topolino
mentre la voce narrante fuori campo dice: "Sono
contento perche sono ancora vivo. E non ho più
paura". |
|