Le
musiche di F.M.J - Analisi
Kubrick
la musicadi
Roberto Pugliese
Ancora una volta la
distribuzione delle scelte musicali in un film
kubrickiano disperde, intriga e confonde; le procedure
adottate dal regista si susseguono senza motivi
apparenti, il gioco delle associazioni non si svela mai
al primo impatto ma lavora nei tempi lunghi e sanziona la
propria "esattezza", come una porzione di
congegno che cada al momento giusto nel suo spazio
d'ingranaggio, contraddicendo i luoghi comuni più
appetitosi: il paragone non può non andare, anche sotto
questo aspetto, a Platoon, dove una serie di hits anni
'60 erano assemblati e compilati come "Songs of the
Era" (e dove per Era ha da intendersi, ovviamente,
l'era del Vietnam), ma obliquamente attraversati e
scostati dalla severa compunzione funebre degli archi
originali di Georges Delerue e, peggio ancora, dal logoro
"Adagio" di Samuel Barber.
Anche quelle utilizzate da Kubrick per Full Metal Jacket
suonano come "songs of the Era" ma
l'atteggiamento è, come sempre nelle scelte musicali di
questo autore, violentemente antifrastico o
perentoriamente decontestualizzante. Inoltre, ed è il
dato più vistoso, per la prima volta dai tempi del Dr.
Stranamore Kubrick torna a valersi della collaborazione
diretta di una figura di compositore originale: l'ultimo
era stato Laurie Johnson, che peraltro era stato
costretto dal regista a pochi rulli di fanfara ironica;
poi era stato un susseguirsi (almeno stando
all'aneddotica) di sodalizi sfiorati ma mai raggiunti.
Prima Bernard Herrman e poi Alex North (quest'ultimo con
partitura già composta e ricusata all'ultimo momento per
2001); poi Ennio Morricone per Arancia meccanica";
poi Nino Rota per Barry Lyndon (si parlava di uno 'score'
interamente desunto da un tema del preludio dell'Affila
di Verdi!); e poi ancora John Williams per Shining.
Non che, in questa traiettoria che ha condotto Kubrick ad
esiti sempre più sbalorditivi e spaesanti sul piano
dell'utilizzo musicale, il regista non si sia mai valso
della collaborazione di musicisti: pensiamo a
Walter-Wendy Carlos per Arancia meccanica o Shining, o
all'illustre Leonard Rosenman per Barry Lyndon. Ma le
scelte fondamentali sono sempre state avocate a sè, e la
formidabile valenza di alcune intuizioni (il "Così
parlò Zarathustra" per 2001, la "Nona" di
Beethoven per Arancia, il Trio di Schubert per Barry
Lyndon, la "Musica per archi percussione e
celesta" di Bartok per Shining, solo per fare
qualche esempio) è interamente ascrivibile alla
smisurata cultura musicale del regista, saldata ad una
spregiudicata intelligenza del "potere"
simbolico dell'evento musicale. Questa impostazione non
cambia con Full Metal Jacket, ma si accresce di due
novità: la prima è che siamo dinanzi ad una serie di
canzoni, alcune delle quali molto popolari; l'altra è
che stavolta la musica originale, firmata da Abigail
Mead, svolge un ruolo nettamente separato da quello delle
canzoni, un ruolo corposo e ambizioso. Inoltre interventi
apparentemente "estranei" alla colonna musicale
dichiarano in realtà rispettivi, importantissimi
referenti e istituzionalizzano il radicale cinismo di
Kubrick nei confronti del substrato emotivo dei generi e
degli stili.
Si potrebbe proprio cominciare da questi ultimi
un'esposizione, anche solo indicativa, di come si
distribuisce il materiale musicale in Full Metal Jacket.
Si pensi per esempio alle "forme" scelte per le
oscene filastrocche con le quali il sergente Hartman fa
marciare il proprio plotone: è sempre una stessa cellula
ritmico-armonica di stampo vetero-rock, a forma di botta
e risposta (non si loderà mai abbastanza la miracolosa
edizione italiana curata da Mario Maldesi, frutto anche
della incessante "presenza" del regista in fase
di controllo del prodotto finito): quasi un saccheggio
scurrile del modulo musicale preferito dai giovani
dell'epoca, piegato alle esigenze forsennate
dell'addestramento di morte. Alla fine del film, dopo
aver eliminato la cecchina viet, il plotone si ricompatta
cantando a piena gola "l'inno di Topolino" (un
trademark disneyano che qualsiasi bambino conosce a
menadito): è un momento di terribile e sublime
assurdità, che segna il ritrovamento di un folle
vitalismo ottimistico dentro una regressione infantile
nella quale si disperdono anche gli orrori del massacro.
Il film si era aperto sul rito della rapatura a zero dei
cadetti, cullato dal country di "Hello
Vietnam", scritta da Tom T. Hall ed eseguita da
Johnny Wright, un incipit di saluto carezzevolmente
ironico.
E subito dopo, per tutta la parte ambientata da Parris
Island, sono i sintetizzatori della serie Fairlight III e
CMII di Abigail Mead a dominare. Il tipo di suono
ricercato e prodotto alterna pulsazioni e rintocchi cupi,
rimbombanti, nei passi più duri e allucinanti
dell'addestramento, mentre si distende in significative
simulazioni di suoni "naturali", ma
assolutamente incredibili, nei passaggi di morte. Così
ad esempio, la musica e la dilatazione della colonna
rumore si fondono nel bagno di sangue con cui si conclude
la prima parte del film: il respiro rumoroso, profondo e
completamente folle di Pyle, è preceduto e doppiato da
un interminabile "moto perpetuo" privo di linea
melodica, suono morto che ricade su se stesso senza
apici, proseguendo qualche secondo anche dopo il
sanguinolento suicidio di Pyle. Lo "stacco" con
la seconda parte è soavemente brutale: su una visione
solare e artefatta di Da Nang brulicante di una perversa
vitalità da status belli, la celeberrima "These
boots are made for walking" di Lee Hazlewood, voce
distratta e sensuale di Nancy Sinatra, accompagna
l'incedere di una giovanissima prostituta locale fino al
tavolo di Joker e Rafterman, ormai marines laureati
persino con il carisma dell'Inno del corpo, eseguito
dalla Goldman Band.
Poco più oltre, mentre i soldati scherzano e s'insultano
cameratescamente ma non tanto, qualche minuto prima della
"proditoria" offensiva del Tet, è un altro
brano dixie, illusorio e dolce, a far da sottofondo:
"Chapel of love", di Jeff Barry, Ellie
Greenwich e Phil Spector, eseguito dai Dixie Cups. Ma
intanto, nella sequenza in cui Joker e Rafterman vengono
condotti a visitare la fossa comune dove sono stati
massacrati numerosi civili, Abigail Mead fa apparire per
la prima volta un effetto che tornerà in sotto-finale:
si tratta come di un rumore di cancello che cigola sui
cardini, scandito in basso da risonanze metalliche.
"Wooly Bully", altro pezzo à la mode eseguito
da Sam The Sham & The Pharoahs e scritto da Domingo
Samudio, suggella il ritrovarsi di Joker e Cowboya Hue,
ed imprime anche un'accelerazione allo stile dei brani
usati da qui in poi, tutti improntati ad una forsennata e
demenziale euforia.
Così lo strepitoso "Surfin' bird" di Frazier,
White, Wilson jr. e Harris, eseguito dai Trashmen,
cadenza l'eccitazione successiva al primo impatto con
l'urlo della battaglia, ma si trasforma subito in
elemento comico proseguendo mentre le troupes televisive
riprendono, sancendoli, come eroi, i marines dopo lo
scontro. Tutta la sequenza dell'appostamento sotto
l'edificio da cui spara la cecchina, della morte di
Eightballs e Doc Jay, di Cowboy e infine della
eliminazione della ragazza, è lasciata alle volute
funebri della musica elettronica; tornano i
"respiri" in crescendo, torna soprattutto
quell'effetto infernale di metallo che stride, ma
stavolta si aggiunge una progressione a fasce che tocca
l'acme solo quando Joker trova il coraggio di premere il
grilletto per il colpo di grazia. Ma ad olocausto
compiuto, e persino dopo il ritrovato ottimismo del
plotone, i titoli di coda scorrono su uno dei più lirici
e scettici successi degli Stones, "Paint it
black". Qualcosa di più di un congedo appropriato:
il senso di un passato colpevole che però si chiamava
gioventù.
NOTA: Curiosa
l'operazione dell'album discografico prodotto dalla
Warner (925613-1) con il soundtrack del film. Alla
facciata 1 si trovano le canzoni, alla 2 la musica
elettronica di Abigail Mead: ma dalla prima mancano,
stranamente, sia "l'inno di Topolino" che
"Paint it black". In compenso c'è la versione
originale della marcetta del Sgt. Hartman, supportata da
uno stacco strumentale di batteria, e "I like it
like that", scritta e interpretata da Chris Kenner,
che non è nemmeno accreditata (e non compare) nel film.
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