Stanley Kubrick - Analisi
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e Interviste
Intervista
a Steven Spielberg, tratta dal DVD di Eyes Wide Shut
"Quando lo conobbi nel 1980 stava giusto
finendo di costruire i set per Shining. Ci incontrammo
per la prima volta e parlammo molto di film. Mi sarei
trasferito sui suoi set per girare I Predatori
dellArca Perduta quando avesse finito. Quando il
suo set venne distrutto, dovremmo prima girare in Francia
per dare modo a Stanley di finire per poi lasciarci
costruire "il pozzo delle anime" dove si
trovava l'entrata dell'Overlook Hotel, quel famoso salone
dove Jack Nicholson batteva a macchina".
"Dopo la fine delle riprese, rividi Stanley e andai
a casa sua a Londra per cena e mi chiese "Ti è
piaciuto il mio film?" L'avevo visto una volta e
Shining non mi era piaciuto la prima volta che lo vidi;
da allora l'ho visto 25 volte, uno dei miei preferiti. I
film di Kubrick ti piacciono sempre di più, ma il fatto
è
ti sfido a nominare un film di Kubrick che
riesci a spegnere una volta iniziato. E' impossibile,
hanno tutti questa specie di sicura! Ma non mi era
piaciuto la prima volta: gli parlai di tutto ciò che mi
era piaciuto e lui capì subito e disse: "Steven, è
ovvio che il mio film non ti è piaciuto molto" e
io: "Mi sono piaciute molte cose" e lui
"Ma forse sono più le altre. Dimmi cosa non ti è
piaciuto". Allora gli dissi: "Beh, la cosa che
mi
ho trovato Jack Nicholson, che è un grande
attore, ho trovato che la recitazione fosse grandiosa ma
mi ricordava quasi il teatro kabuki giapponese".
Disse: "Vuoi dire che Jack ha esagerato?" e io
dissi: "si qualcosa del genere" e lui disse:
"Va bene e ora veloce, senza pensarci chi sono i
tuoi attori preferiti in assoluto? Dammi qualche
nome". Così velocemente dissi: "Spencer Tracy,
Henry Fonda, Jimmy Stewart, Gary Grant, Clark Cable"
e lui: "Fermati" disse: "Ok, dov'è James
Cagney in quella lista?" e io pensai: "Beh, è
ai primi posti" Stanley disse: "Ah, ma non è
tra i primi cinque, non consideri James Cagney uno tra i
cinque migliori attori, vedi io si. Ecco perché il
lavoro di Jack è così grandioso".
"Ogni conversazione telefonica era un'ispirazione
per me: a Stanley piacevano le informazioni, gliele
fornivi spesso, informazioni che lui voleva e io gliele
fornivo. Conoscendolo ho capito la dinamica del nostro
rapporto, Stanley mi dava consigli, collaborava con me io
gli raccontavo una storia che volevo dirigere e lui mi
faceva domande difficili: "Cosa c'è di
interessante? Perché vorresti fare quel film? Mi sembra
molto noioso. Come puoi renderlo interessante?" Ti
spingeva continuamente. Mi ha dato lo stesso, se non più
di quanto avrei potuto offrirgli io. Prima mi ha dato i
suoi film, poi la sua amicizia, che voleva dire anche il
suo tempo e non c'è dono più grande che si possa
fare".
"Quando guardi tutti i suoi film, anche se secondo
me, hanno tutti una cosa in comune, la sua maestria è
impeccabile, in ogni film che ha fatto la sua arte è
impeccabile, le luci, le carrellate, i movimenti lunghi i
primi piani in Barry Lyndon, le inquadrature,
l'illuminazione, le finestre per la luce di sfondo,
quella è la combinazione esatta! Devi essere molto
preciso per accontentare Stanley, così poteva mettere la
pittura sulla tela in modo da farti apprezzare il quadro;
doveva essere perfetto, la scelta di obiettivi, il suo
lavoro di steadycam negli ultimi anni, impeccabile! Il
migliore nella storia, nessuno in assoluto può girare un
film meglio di Stanley Kubrick, era impeccabile, ma il
modo in cui narrava le storie a volte era antitetico al
modo in cui di solito vengono raccontate e credo che a
volte Stanley lo facesse solo per essere diverso e aveva
un modo specifico di raccontare una storia. Non voleva
darsi arie: "Sono molto diverso da te" diceva:
"Perché dobbiamo raccontare ogni storia allo stesso
modo?" mi diceva. Negli ultimi anni della sua vita
continuava a dire: "Voglio cambiare la forma, voglio
fare un film che cambia la forma" e io: "Non
l'hai fatto con 2001? Mi disse "Solo un po', ma non
abbastanza" e continuava a cercare modi diversi di
raccontare le storie".
"La prima cosa che rende Kubrick speciale è il
fatto che era un camaleonte: non ha mai fatto lo stesso
film due volte, ogni singolo film è un genere diverso,
un periodo diverso, una storia diversa, un rischio
diverso. L'unica cosa che univa tutti i suoi film era
l'incredibile maestria che aveva nella sua arte e nel
montaggio, la recitazione e la posizione della cinepresa,
ma ogni storia era diversa e ogni storia, in qualche
modo, era così misteriosa nel modo in cui veniva narrata
che ti manteneva curioso: "Come andrà a finire? Non
riesco ad immaginare cosa succederà" e tutti i suoi
film sono pieni di alti e bassi, di sorprese nella trama
e sorprese nei personaggi che li devi vedere più di una
volta perché desideri quella stessa sorpresa. Stanley
era un genio, potevi guardare uno dei suoi film 15 volte
e anche sapendo cosa c'era dietro l'angolo te ne
dimenticavi ed era di nuovo una sorpresa; non conosco
nessun altro che possieda quella magia".
"Ritornai più volte nella mia mente al film che
avevo scelto di mostrare ai miei amici la domenica, ora
americana, quando venni a sapere che Stanley era morto:
venne della gente quella sera che doveva venire a cena in
ogni caso, e parlammo tutta la sera di Stanley, e volevo
mostrare a tutti una scena che per me simboleggiava
quanto fosse profondo il cuore di Stanley e quanto
potesse amare e mostrare le sue emozioni. Lo accusavano
infatti di essere un regista senza emozioni; io penso che
fosse un regista emotivo e così feci vedere l'ultima
scena di Orizzonti di Gloria dove Christiane, che poi ha
sposato, interpreta la prigioniera tedesca che si alza e
canta davanti ai soldati francesi e commuove tutti
quanti, e mentre i soldati piangevano, piangevamo anche
noi guardando l'ultima scena, non tutto il film, quella
ultima scena, da sola, ci toccò tutti e due persone che
non avevano mai visto Orizzonti di Gloria rimasero
ugualmente colpite da quella scena e per questo per me
rappresenta Stanley come essere umano".
Intervista
a Milena Canonero, tratta da "I film di Stanley
Kubrick" di R. Lasagna e S. Zumbo
Milena Canonero è forse la più famosa
costumista italiana: ha vinto due premi Oscar, uno per
"Momenti di Gloria" (1981) e l'altro per
"Barry Lyndon" (1975), quest'ultimo Oscar
condiviso con Ulla-Brit Söderlund, nonché 5 Nominations
(fra cui una per "La mia Africa"). Per Kubrick
ha realizzato i costumi anche in "Arancia
Meccanica" e "Shining".
Per Arancia Meccanica, la sua prima collaborazione con
S.K., nonché il primo film a cui lei ha preso parte, in
che misura vi siete ispirati al romanzo di Burgess?
Il romanzo A clockwork Orange descriveva a tinte forti
dei personaggi ambientati in un futuro piuttosto lontano.
Kubrick invece voleva seguire una direzione differente,
per creare una sorta di ambiguità temporale che ci
avvicinasse all'epoca in cui lavoravamo. Dunque non
abbiamo creato un mondo completamente nuovo perché non
era nelle sue intenzioni andare verso uno "Science
Fiction Movie" vero e proprio.
E per ciò che riguarda l'aspetto più immediato del suo
lavoro, ovvero l'ideazione dei costumi, si può dire che
sia rimasto qualcosa di Burgess...
L'unica cosa in cui sono rimasta fedele al libro sono i
cod-pieces, cioè le protezioni dei Drughi. Tuttavia nel
romanzo risultavano molto elaborate mentre io ho
preferito adottare una soluzione più semplice. Poiché
ero alla mia prima esperienza nel mondo professionale del
cinema, Kubrick mi ha dato molte indicazioni
introducendomi alla lunga preparazione del suo film. In
primo luogo mi ha coinvolto nella ricerca dei luoghi e mi
ha mandato a fotografare certi ambienti sotto la
direzione del production designer. Stanley Kubrick voleva
che mi rendessi conto di cosa lui cercasse. Così il mio
primo strumento di lavoro è stata una macchina
fotografica, una Nikon con grandangolare. Abbiamo
fotografato moltissimi sopraluoghi perché S.K. è un
regista che vuol fare la sua selezione dopo che si è
esaurita la scelta. Ha una grande avidità artistica e
intellettuale. E mi ha sempre tranquillizzata, dicendomi
di non preoccuparmi dell'organizzazione, ma unicamente
dell'immagine. Procedendo nel lavoro elaboravo delle
soluzioni e ad un certo punto ne abbiamo parlato. Tra le
altre cose gli ho esposto il progetto di vestire i Drughi
di bianco, come infatti appaiono nel film. Questo è
stato il punto di partenza. In quel periodo le gang e gli
skin-heads erano una realtà sociale di cui si parlava
molto. Io, allora, mi trovavo già a Londra e, pur
stilizzando, mi sono ispirata a ciò che vedevo intorno a
me.
Arancia Meccanica fece scalpore per il modo in cui
affrontava il tema della violenza....
E' vero, ma a parer mio quella di cui si tratta nel film
di Kubrick è una violenza molto metaforica e non
gratuita.
Nello stesso periodo uscì un altro celebre film sulla
violenza, Cane di Paglia, e ci fu chi lo avvicinò al
film di Kubrick....
Sono dei confronti piuttosto superficiali, che non
riescono a cogliere l'aspetto profondamente morale di un
film come Arancia Meccanica. Il messaggio è chiaro: non
si può eliminare l'aggressività di un individuo, per
quanto violento esso sia, se non c'è volontà da parte
dell'individuo stesso, perché si finisce con il
castrarlo e col lasciarlo in balia della violenza altrui.
Ed è meglio che rimanga così piuttosto che un uomo che
non ha scelta. La scelta tra il bene e il male.
Con Kubrick avevate parlato della violenza prima di
iniziare le riprese ?
No, non è un regista che si sieda a tavolino perdendosi
in dettagli per spiegarti il film. Lo realizza e chi lo
vede ne ricava la sua personale conclusione. L'opera è
lì sul copione, è nel modo in cui la gira e la fa
interpretare.
La realizzazione di Arancia Meccanica è stata
coinvolgente ?
Si, moltissimo, è stata la più eccitante esperienza di
lavoro della mia vita. Dagli studi che stavo completando
sono passata al grande cinema: costumista in un film di
Kubrick.... Nell'osservare il suo modo di girare il film,
gli obiettivi che usava, le luci che sperimentava, come
entrava nei dettagli e come dirigeva gli attori, mi
rendevo conto che si trattava del lavoro di un genio,
nonostante la mia mancanza di esperienza.
Quando è stata invitata a lavorare per Arancia Meccanica
si è imposta di far valere alcune sue idee precise
oppure...
No, assolutamente. Le cose prendono forma, maturano, non
si risolvono certo all'improvviso, soprattutto in fase
iniziale. Kubrick mi ha circondata di persone assai
esperte sul piano organizzativo, mentre su quello
artistico mi ha lasciato grande libertà di espressione.
Lei ha preso parte alla realizzazione di tre dei più
celebrati film di Kubrick: Arancia Meccanica, Barry
Lyndon e Shining. A proposito di Barry Lyndon, come lo
considera, più realistico o poetico ?
Lo considero un film molto poetico, ma di un poetico
tutto particolare, perché ironizza sulle debolezze del
protagonista. E' un film di una bellezza più pittorica
che realista. In ogni suo lavoro Kubrick inventa una
tecnica adatta per il suo film e in Barry Lyndon domina
il tracking-zooming, questa grande apertura di campi
visivi insieme alle zoomate, i lunghi movimenti di
macchina che si accompagnano alla musica. Il
"passo" stesso del film, il suo andamento è
del tutto differente rispetto alle altre opere. Kubrick
è nuovo ogni volta che dirige un film, non si copia, non
si ripete. Qui sta il segreto della sua unicità. Pur
rimanendo lo stesso, perché le sue opere sono sempre
attraversate da uno humour sottile e particolare, sa
formulare ogni volta una scrittura adatta all'opera che
realizza, come succede in Arancia Meccanica, oppure in
Shining.
Entriamo adesso nel merito del suo apporto più diretto
al film: i costumi...
Ci siamo appoggiati ad una ricerca pittorica
reinterpretandola per non cadere nell'accademismo.
All'epoca del film ho girato l'Europa per vedere cosa
c'era di già disponibile, per sapere se dovevamo
realizzare tutti i costumi o solamente una parte. Così
ci siamo accorti che molti degli abiti che avremmo potuto
noleggiare erano insoddisfacenti, tagliati in un modo che
io definisco teatrale, con le spalle quadrate, moderne,
confezionati con tessuti inadatti. Così tutti i costumi
che appaiono in Barry Lyndon sono stati confezionati
apposta per il film, fatta eccezione per cinque modelli -
solo cinque! - affittati in una casa di noleggio di Roma.
Abbiamo allestito un laboratorio di oltre quaranta
persone, cosa piuttosto inaudita prima di allora per un
film, e assieme a Ulla Britt Söderlund supervisionavamo
questo enorme lavoro. I costumi di Barry Lyndon furono
naturalmente tagliati sui modelli dell'epoca, con cura
molto particolare anche ai busti e alla biancheria dei
tempi. Solo le scarpe furono realizzate da Pompei di
Roma. Naturalmente abbiamo voluto dare alle scene una
certa eleganza, romanticizzando quel periodo storico. E
questa è stata l'indicazione che Kubrick mi ha dato per
l'armonia del suo film.
Soffermiamoci sulle indicazioni di Kubrick per Barry
Lyndon.
Stanley desiderava che il film avesse una sua poesia, che
riflettesse una visione idealizzata e ironica del
Settecento; non era nelle sue intenzioni restituire
un'immagine realista e cruda. Per questo, come prima
cosa, mi mandò in Europa a comprare tutte le edizioni
disponibili delle illustrazioni d'epoca al fine di
costruire una biblioteca di referenti; da lì si fece una
scelta che influenzò l'ispirazione visiva del film. Ci
siamo ispirati molto a certi pittori dell'epoca, tra i
quali, ad esempio, Gainsoborough, Reinolds, Chadowiecki,
Chardin, Stabs, Cooper, Zoffany. Fu anche molto
suggestivo e completamente nuovo l'impiego delle candele
come fonte di illuminazione. Stanley aveva fatto adattare
una lente speciale Zeiss che non era stata mai utilizzata
prima per un film, grazie alla quale ha potuto
fotografare delle scene realmente a lume di candela.
Anche in quel caso Kubrick aveva sperimentato
un'innovazione tecnica adatta per il film.
E nel lavoro successivo, Shining, Kubrick utilizza con
grande perizia la steadicam, un'altra innovazione tecnica
che tanta parte avrà nel cinema americano a venire....
La steadicam era stata da poco inventata da Garret Brown
e pochissimo utilizzata prima di allora. In Shining
invece veniva impiegata con continuità come uno degli
elementi espressivi portanti perché rendeva bene la
situazione carica di ansietà dell'Overlook Hotel.
Kubrick aveva chiamato l'inventore stesso della macchina
affinché si prestasse a fare da operatore per il suo
film. Questi rimase con noi per tutto il tempo di
lavorazione. Ci vuole una grande abilità e una notevole
agilità per usare bene la steadicam.
Tra le tante leggende che sono nate sul lavoro di
Kubrick, una riguarda le magliette del piccolo Danny di
Shining: secondo alcuni il regista avrebbe girato diversi
ciak vestendo il bambino in modo sempre diverso, per
avere poi la possibilità di scegliere la maglietta
giusta in fase di montaggio....
Questa è una vera stupidaggine, che solo gente che non
è del mestiere si potrebbe inventare. [...] Se è per
mettere a tacere una volta per tutte una simile
"leggenda" le rispondo che è certamente falsa.
Ci sono tanti metodi per vestire gli attori e per fare
approvare i costumi dal regista. Si può cominciare dai
bozzetti, poi ci sono le foto delle prove. A volte,
durante le prove, i registi vogliono essere presenti;
altre volte preferiscono non esserci e lasciarti completa
carte blanche, così li trovano sul set già pronti.
Naturalmente questo avviene dopo che sia stato discusso
assieme il look. Kubrick, visti i primi esemplari e la
direzione che si segue, ti lascia molta libertà. I
costumi per il piccolo protagonista di Shining servivano
a descrivere il divertimento e l'amore della madre verso
il figlio e viceversa; Wendy, la madre, indossa invece
dei costumi che le conferiscono quell'aria sospesa tra le
nuvole, un misto di donna e bambina. E quando
"l'orrore" invade la scena, questo contrasto
diventa ancora più evidente. Ad ogni modo, prima di
girare si fa un piano di lavoro che prevede tutti i vari
cambiamenti di costume secondo le esigenze del copione e
del budget. Nessun regista sarebbe mai così insicuro o
ottuso da non sapere cosa vuole e da girare la stessa
sequenza con vari cambiamenti per poi scegliere solo in
fase di montaggio! Il regista può avere varie scelte per
l'interpretazione o i set-ups, ma non di certo per delle
magliette !
Questa come altre leggende si lega all'idea mistificante
di regista che ha il controllo totale della scena e che
in fase di montaggio realizza il mito del cinema come
creazione pura...
E' vero che Kubrick dedica moltissima cura ai dettagli e
alle ricerche. Kubrick va a fondo in tutto: si occupa
della regia, del montaggio, ma anche del lancio del suo
film. Cura di persona perfino il doppiaggio in lingua
straniera, come ben pochi registi fanno. All'uscita dei
suoi film fa controllare le copie, i proiettori e la
qualità del suono nelle sale. Anche su questo nacquero
inverosimili leggende che non perdo tempo a ripetere.
Kubrick non è un eccentrico irragionevole come certa
gente vorrebbe fa credere ma un uomo di genio, un grande
artista che quando fa o decide qualche cosa lo fa con
intelligenza. Per tornare ai costumi, fu Stanley a
insegnarmi l'importanza di disegnare il "total
look" dei personaggi e dell'atmosfera. Mi diceva che
gran parte del cinema è la testa e quindi dovevo
cominciare da lì. Lavoravo con Barbara Daly, make up, e
Leonardo, hair stylist, due grandi artisti e cari amici
che avevo introdotto a Stanley. Leonard aveva da poco
ideato i colori elettrici e stravaganti che più tardi
furono ripresi nel punk-look. Con lui elaborai in
Clockwork Orange i capelli con le meches viola e verdi
delle ragazzine nella sequenza del milk bar e delle
ragazze che Alex si porta a casa. Peccato che non si
vedano quasi sullo schermo. Con Barbara decidemmo che i
Drughi avrebbero dovuto avere degli elementi di trucco
stilizzato. Il più riuscito fu quello di Alex.
L'occhio con la ciglia finta. Prima provammo con entrambe
le ciglia; questo gli dava uno sguardo strano ma non
terribile. Ma quando togliemmo una ciglia capimmo che
l'occhio rimasto con la lunga ciglia finta rendeva quello
sguardo inesorabile e surreale adatto al personaggio. A
Kubrick piacque tantissimo. In Barry Lyndon introducemmo
un certo tipo di make-up che si doveva notare nelle scene
eleganti ma che nello stesso tempo doveva apparire
delicato, mai moderno, per riportarci al make-up di quei
tempi, e ai quadri d'epoca. Inoltre, nel diciottesimo
secolo, in certi ambienti gli uomini erano in
competizione con le donne per belletti e ciprie, perciò
in alcune sequenze introducemmo anche per loro un make up
chiaro e dei rouges che li rendevano candidi e perfetti
come bambole, senza nulla togliere alla loro virilità.
Con Barbara avevo fatto molte ricerche sul tipo di
maquillage che si usava all'epoca, così scoprimmo che
era anche molto dannoso, e naturalmente noi lo
riadattammo per non danneggiare i nostri attori.
Credo che raramente si fossero visti sullo schermo attori
tanto truccati. Dopo allora questo look è stato più
volte ripetuto, ma al momento era molto innovativo. Le
parrucche furono ispirate dalle ricerche, ma francamente
nella realtà erano molte più brutte, grossolane,
sporche, e anche in questo caso abbiamo preferito
riferirci ai pittori che idealizzarono il Settecento.
Molte parrucche furono fatte apposta per il film anche
perché il repertorio che avevamo visto in giro era
inaccettabile. Ma il lavoro è stato condotto in modo
sempre ragionevole, perché con Kubrick non si sperpera e
non è affatto vero quello che dice Vincent Lebrutto nel
suo libro su Stanley Kubrick, il quale racconta di
quindici parrucche che sarebbero state preparate
solamente per Ryan O'Neil. In realtà Ryan aveva solo due
parrucche e tre code, le code si applicavano ai suoi
capelli che venivano pettinati in varie maniere; mentre
per Marisa Berenson avevamo tre parrucche e due mezze
teste. Certo, tra attori e comparse alla fine creammo
qualche centinaio di parrucche.
E l'enorme libreria di ricerche che avevo messo su per
Stanley era sempre a nostra disposizione. A lui piace il
concreto e la parte più eccitante era quando io e Ulla
gli mostravamo i prototipi che avevamo preparato. Ricordo
ancora quando, tutte incipriate da Barbara Daly come se
fossimo state di porcellana, imparruccate da Leonard, il
busto e un enorme cappello, presentammo il look inglese
alla Gainsborough. Prima degli attori eravamo noi a fare
da cavie, e Stanley mi fotografò per serbare il disegno
del personaggio. Questo periodo di preparazione (che noi
chiamavamo di pre-production) era il più eccitante e con
Kubrick si lavorava in maniera molto semplice, direi
quasi domestica. Spesso abbiamo lavorato nel garage di
casa sua adibito a laboratorio, prima di stabilirci in
altri posti quando poi il lavoro si ingrandiva.
A casa di Stanley eravamo circondati da un ambiente caldo
e simpatico, e da tanti bellissimi cani, golden
retrievers e gatti. Quando poi cominciavamo a girare,
Kubrick dava a tutti i capi di dipartimento un Volkswagen
mini-van. Dentro al nostro, che guidavo quasi sempre io,
avevamo organizzato un piccolo ufficio d'emergenza.
Eravamo sempre di corsa. Specialmente ai tempi di Barry
Lyndon, che comportò tutti quei cambiamenti di luoghi.
La polizia conosceva la "scuderia Kubrick" e mi
ha spesso lasciata andare quando mi fermava per eccesso
di velocità. In Shining invece non ci fu bisogno di
questo metodo di trasporto dato che il film fu girato
quasi esclusivamente negli studi di Elstree. Anche gli
esterni dell'hotel e il labirinto con la neve, furono
ricostruiti in studio.
Lei ha lavorato per tre dei più celebri film di Kubrick,
ne ricorda uno con maggiore entusiasmo?
Sono molto grata del fatto che Stanley mi abbia chiamata
così spesso. Ciascuno dei tre film è importante per me.
Barry Lyndon ha portato a me e a Ulla un Oscar, ma anche
gli altri sono legati a momenti davvero belli della mia
vita.... Avere fatto parte del mosaico, avere contribuito
alla realizzazione visiva è certamente una grande
soddisfazione.
Un contributo non secondario per un regista visionario
come Kubrick...
E' il contenuto e non necessariamente l'immagine
l'aspetto più importante di un film. Con Kubrick
l'enorme soddisfazione è consistita nella possibilità
di collaborare a tre opere che soddisfacevano entrambe le
esigenze. Lo sguardo che trasfonde nei suoi film è
unico.
Lettera
scritta da Anthony Burgess in occasione dell'uscita di
Arancia Meccanica in cui lo scrittore difende la libertà
dell'artista e nega il legame violenza nell'arte -
violenza reale (originariamente scritta per il Los
Angeles Times il 21 febbraio 1972)
Ho visto A Clockwork Orange di Stanley Kubrick a
New York: per entrare ho dovuto fare a gomitate come
tutti gli altri. Mi è parso che lo spettacolo meritasse
tanta ressa: è in tutto e per tutto un film di Kubrick,
tecnicamente brillante, arguto, puntuale, poetico, capace
di schiudere allo spirito nuove prospettive. Sono
riuscito a guardare il film come una totale ricostruzione
del mio romanzo, e non come una semplice interpretazione;
non è azzardato affermare che si tratta dell'Arancia
meccanica di Stanley Kubrick, e questo è il più grande
omaggio che io possa rendere alla maestria del regista.
Ma resta il fatto che il film è nato da un libro, e
ritengo che alcune osservazioni sul film inevitabilmente
mi riguardino. In termini filosofici, nonché teologici,
l'arancia di Kubrick è frutto del mio albero.
Scrissi Arancia meccanica molto tempo fa, nel 1961 e ho
qualche difficoltà a fornire delucidazioni su quello
scrittore ormai lontanissimo che, dovendo guadagnarsi da
vivere, era arrivato a produrre cinque romanzi (tra i
quali questo) in quattordici mesi. Il titolo è la cosa
più facile da spiegare. Nel 1945, al ritorno dal fronte,
in un pub di Londra ho sentito un cockney ottantenne dire
di qualcuno che era "sballato come un'arancia
meccanica". L'espressione mi incuriosì per la
stravagante mescolanza di linguaggio popolare e surreale.
Per quasi vent'anni avrei voluto utilizzarla come titolo
per qualche mia opera: ne ho avuto poi l'occasione quando
ho concepito il progetto di scrivere un romanzo sul
lavaggio del cervello.
La stampa britannica aveva parlato con una certa
insistenza dell'aumento della criminalità. I giovani
alla fine degli anni Cinquanta erano agitati e cattivi,
insoddisfatti del mondo del dopoguerra, violenti e
distruttivi, ed è a loro (poiché sono più
riconoscibili dei malviventi dei tempi andati) che tanti
fanno riferimento quando parlano di crescente
criminalità.
Che fare di questi ragazzi? La prigione o i riformatori
non fanno che peggiorarli: allora perché non risparmiare
il denaro dei contribuenti sottoponendoli a un facile
condizionamento, a una sorta di terapia del disgusto, che
generi in loro un'associazione tra l'atto di violenza e
il malessere, la nausea, o persino evocazioni di morte?
Furono in molti ad approvare questa proposta (che
all'epoca non era una proposta del governo, ma
semplicemente un'idea espressa da singoli teorici, per
quanto influenti).
Arancia meccanica doveva essere una sorta di manifesto,
addirittura una predica, sull'importanza di poter
scegliere. Il mio eroe, o antieroe, Alex, è veramente
malvagio, a un livello forse inconcepibile, ma la sua
cattiveria non è il prodotto di un condizionamento
teorico o sociale - è una sua impresa personale, in cui
si è imbarcato in piena lucidità. Alex è cattivo, e
non solo traviato, dunque in una società organizzata in
modo corretto azioni crudeli come le sue devono essere
punite.
però la sua cattiveria è umana: negli atti aggressivi
possiamo riconoscere potenzialità presenti in noi, che
per il cittadino non criminale si concretizzano nella
guerra, nell'iniquità' sociale, nella cattiveria che si
esercita in famiglia, nei sogni che si coltivano nel
proprio cantuccio. Alex rappresenta l'umanità' in tre
modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del
linguaggio.
E' paradossale che il suo nome si possa intendere come
"senza parola", mentre egli possiede un intero
vocabolario inventato, suo personale, un gergo di gruppo.
Eppure non spende neanche una parola per ciò che
riguarda la gestione della comunità, o l'organizzazione
dello Stato: per lui quest'ultimo non che è un semplice
oggetto, una cosa lontana come la luna, anche se meno
passiva.
Da un punto di vista teologico, il male non è
misurabile. Eppure io credo nel principio che un'azione
possa essere più malvagia di un'altra, e che l'atto
ultimo del male sia la disumanizzazione, l'assassinio
dell'anima - il che ci riporta a parlare della
possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive.
Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e
soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del
bene presunto della stabilità sociale.
La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare
che è preferibile un mondo di violenza assunta
scientemente - scelta come atto volontario - a un mondo
condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo.
Nel film, così come nel libro, il male compiuto dallo
Stato, facendo il lavaggio del cervello ad Alex, è molto
spettacolare. Alex ama Beethoven, e ha utilizzato la Nona
sinfonia come stimolo per i suoi sogni di violenza.
Questa è stata la sua scelta, ma nulla gli avrebbe
impedito di usare quella musica come semplice
consolazione, o assumerla ad immagine dell'ordine divino.
Il fatto che nel momento in cui il condizionamento ha
inizio lui non abbia ancora compiuto la scelta migliore,
non significa che non lo farà mai.
Ma a causa della terapia del disgusto, che associa
Beethoven alla violenza, questa scelta gli è preclusa
per sempre. E' una punizione che agisce a livello
involontario, ed equivale a derubare un uomo - atto
stupido e irrazionale - del suo diritto a gioire della
visione divina.
ciò che sconvolge sia me che Kubrick, è che alcuni
lettori e spettatori di Arancia Meccanica sostengano di
avervi trovato un compiacimento gratuito nel ritrarre la
violenza, il che trasforma l'opera da "messaggio
sociale" a mera pornografia.
Certo, senza la violenza sarebbe stato più gradevole, ma
la vicenda dell'emendamento di Alex avrebbe perso forza
se non si fosse potuto vedere da che cosa lo si stava
correggendo. Per me, ritrarre la violenza doveva essere
un atto catartico e caritatevole insieme, perché mia
moglie è stata vittima di una violenza crudele e
inconsulta a Londra nel 1942, all'epoca dei
bombardamenti: è stata violentata e picchiata da tre
disertori americani. Forse i lettori del mio libro
ricorderanno che l'autore dell'opera dal titolo Arancia
meccanica è uno scrittore la cui moglie è stata
violentata.
Alcuni spettatori del film sono stati turbati dal fatto
che Alex, malgrado la sua crudeltà, è comunque degno di
affetto. Ma se noi ci disponiamo ad amare il genere
umano, dovremo amare Alex come membro pur sempre
rappresentativo.
Se Arancia Meccanica, così come 1984, rientra nel novero
dei salutari moniti letterari - o cinematografici -
contro l'indifferenza, la sensibilità morbosa e
l'eccessiva fiducia nello Stato, allora quest'opera avrà
qualche valore.
Articolo
scritto sempre da Anthony Burgess in cui lo scrittore
sposa la tesi opposta (Corriere della Sera, 25 Marzo
1993)
Anthony Burgess confessa di non poter più
difendere, nell'era del video, il suo romanzo e il film
che Kubrick ne ha tratto. "Arancia meccanica
violenta? Si, sono colpevole. Il sangue scorre anche
nella Bibbia e in Shakespeare. Ma la pubblicità in tv è
peggio".
Anche se Evelyn Waugh affermò che il cambiamento è una
caratteristica dell'esistenza umana, le sue rigide
opinioni non furono mai addolcite da questa massima. Ci
sono alcune convinzioni alle quali ci aggrappiamo e a cui
non permettiamo di abbandonarci: alla mia età,
l'abbandono di una convinzione che faceva parte del mio
essere deve essere considerato una sorta di indulgenza.
Parlo della convinzione che le arti, incluse quelle
minori, fossero inviolabili: che esse non potessero mai
venire accusate di esercitare un'influenza morale o
immorale e che esse fossero incorrotte, incapaci di
corrompere e incorruttibili. Ho cambiato opinione in
proposito abbastanza di recente. Questo atteggiamento
protettivo nei confronti dell'arte in realtà non era
altro che un mio desiderio di giustificare gli elementi
corrotti esistenti nella più grande letteratura di tutti
i tempi, quella del palcoscenico elisabettiano.
Era un desiderio quello di non considerare Shakespeare
uno scrittore violento. Una delle sue tragedie che
probabilmente non vedremo mai più rappresentata sui
palcoscenici e che, di certo, non vedremo mai adattata
sul piccolo schermo, è Tito Andronico. Con i suoi stupri
di gruppo, le mutilazioni, le scene di cannibalismo e con
la carneficina finale, essa raggiunge un livello
confacente solo al più depravato film porno violento dei
giorni nostri: il fatto che essa sia il prodotto dello
scrittore più stimato che sia mai vissuto non mitiga
l'opportunismo dozzinale di questa opera. Anche in Re
Lear, l'asportazione degli occhi del Conte Gloucester
sembra una concessione gratuita alla depravazione degli
spettatori ("Fuori, vile gelatina"). Nella
Tragedia spagnola, Thomas Kyd a Hieronimo fece tagliare a
colpi di morsi la propria lingua anche se questo era un
gesto troppo inverosimile per essere preso sul serio.
La Tragedia spagnola in ogni caso è la progenitrice,
assieme al latino Seneca, della tradizione della Tragedia
del Sangue, alla quale Re Lear e Amleto appartengono. Il
più grande dramma di tutti i tempi fu immerso nel sangue
e storpiato dalla violenza. Si può affermare
l'impossibilita' dell'esistenza di un dramma che non
contenga la violenza. Una rappresentazione teatrale,
persino una commedia, si basa sul gioco degli antagonismi
e quest'opposizione può essere omicida. L'antagonismo
deve essere risolto attraverso il pianto o il riso: è
solo questo che costituisce la trama. I romanzi melliflui
di Jane Austen o di una Barbara Pym si basano su
un'opposizione civile che può essere risolta attraverso
la ragione; il concepimento di una trama nella quale gli
antagonismi si accendono senza che un solo atto violento
venga sferrato richiede un'immensa integrità artistica.
Nella nostra era, almeno, la violenza fisica è monopolio
dell'artista minore.
Affronterò adesso un argomento per me delicato.
Riconosco di essere stato responsabile, come chiunque
altro, del culto della violenza che ha caratterizzato gli
ultimi trent'anni. Nel 1962 pubblicai un romanzo
intitolato Arancia meccanica in cui l'interesse era
rivolto ai metodi di repressione della violenza giovanile
piuttosto che alla glorificazione dell'atto aggressivo.
Dieci anni dopo la pubblicazione - anni caratterizzati da
critiche perplesse e da un esiguo numero di lettori -
Stanley Kubrick adattò il libro al grande schermo
piuttosto brillantemente. La sua versione differiva
dall'originale in quanto il regista enfatizzava l'aspetto
visivo mentre io ero stato particolarmente attento a
convertire in sonorità - nello specifico, i suoni di una
lingua inventata - i cliché della confusione e del
delitto. Sia nel libro sia nel film il protagonista,
attraverso il lavaggio del cervello, veniva trasformato
da un individuo amante della violenza in un automa che
vomita al solo comparire di un pensiero violento. La
domanda era questa: è ammissibile sopprimere la libera
volontà per assicurare la stabilità della società?
Tra gli spettatori del film non furono in molti che si
resero conto dell'interrogativo: la maggior parte era
troppo eccitata dalla violenza per riflettere sulla
filosofia del concetto. Come sappiamo, Kubrick e
incidentalmente io stesso fummo accusati di aver
raffazzonato qualcosa che assomiglia alla pornografia
violenta; Kubrick ricevette dure minacce da alcuni nemici
della violenza; in Gran Bretagna, diversamente dagli
altri Paesi, il film venne ritirato e, non essendo stato
possibile vederlo, Arancia meccanica si è guadagnato una
reputazione ancor peggiore di quella che merita. Ma,
soprattutto, un grande artista cinematografico ha ammesso
dinnanzi al mondo che l'arte può essere dannosa. Se
Arancia meccanica può corrompere, perché non lo possono
fare la Bibbia e Shakespeare? E, invero, perché no?
Ricordo di essere tornato a Londra da New York con un
paio di premi ricevuti dal New York Critic's Circle e di
essere stato inviato a difendere il film a un programma
radiofonico condotto da Sir James Savile, ai quei tempi
un ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico.
Notate che l'unico tipo di approccio al film fu di
attacco o di difesa: un sereno giudizio estetico allora
sembrava essere fuori luogo. La mia linea di difesa fu
che l'azione era anteriore all'arte, che l'aggressività
era insita nell'uomo e che, quindi, non poteva essere
insegnata da un libro, da un film o da un dramma. Se si
desiderava credere che un libro potesse istigare alla
violenza, allora la Bibbia, considerata l'espressione
della Parola di Dio, poteva costituire il primo esempio.
Dagli USA giungeva la notizia secondo la quale gruppi di
quattro giovani vestiti bizzarramente come i protagonisti
di Arancia meccanica avevano stuprato delle suore a
Poughkeepsie mentre a Indianapolis avevano picchiato
degli anziani. Continuai a negare la possibilità che il
film avesse potuto istigare i giovani alla violenza, ma
non ero del tutto sincero: era Shakespeare che stavo
difendendo. Dal film Arancia meccanica la gioventù non
apprese l'atto aggressivo: essa era già aggressiva.
Ciò che imparò fu uno stile di aggressione, un modo
nuovo di abbigliarsi per far violenza, una salsa piccante
per condire un'insalata fatta di calci, percosse e colpi
di lama di rasoio. Un prodotto artistico ha una qualità
autorevole, uno slancio giustificativo che garantisce
virtù all'imitazione. Noi sappiamo, anche se non lo
vorremmo, che l'offerta di Abramo di sacrificare il
proprio figlio al Signore è stata adottata per
giustificare l'infanticidio e che l'atto del pluriomicida
Haigh di bere il sangue delle proprie vittime aveva le
sue origini in una devozione maniacale nel sacramento
dell'Eucaristia. Forse una persona può vedere Amleto e
poi fare cosa ha rimandato di fare: uccidere, cioè, il
proprio zio. Non sappiamo se Il silenzio degli innocenti
abbia promosso il cannibalismo o la folle carneficina del
suo protagonista.
Ci inchiniamo adesso, in ogni caso, dinnanzi a una tesi
che pensavo non avrei mai accettato, quella della
pericolosità dell'arte. Ai tempi dei Moors Murders
(Assassini delle paludi), quando l'omicida Brady ammise
di poter essere stato influenzato da Justine del Marchese
de Sade, l'ultima Lady Snow disse che se il rogo di tutti
i libri esistenti al mondo fosse stato necessario per
risparmiare la morte di un bambino, noi non avremmo
dovuto esitare ad incendiarli (naturalmente, le pellicole
cinematografiche produrrebbero una fiamma migliore). Il
discorso sta andando troppo oltre: ma io sto iniziando ad
accettare il fatto che, quale romanziere, appartengo al
rango dei pericolosi. Ero solito considerarmi un innocuo
arrivista della penna. Composta prevalentemente da film
narrativi e dal libero sfogo dell'impressionante,
l'interrogativo su fino a che punto la televisione possa
essere un agente di corruzione è divenuto pressante.
Con la sua trasformazione in una sorta di museo dei film
e in bacheca per telefilm prodotti con pochi soldi, il
mezzo di comunicazione televisivo ha già tradito parte
della sua funzione iniziale. Negli Anni 50 la BBC
trasmetteva drammi, non lungometraggi. Gli spettacoli
principali della serata erano Checov, Rattigan o persino
Shakespeare, recitati dal vivo a intervalli. Il teatro
veniva portato nei salotti e il teatro non ha mai
permesso gli eccessi del cinema. I polizieschi americani
che adesso affollano le ore oziose prima di andare a
letto devono essere violenti ma la violenza del cattivo
è bilanciata da quella del buono. Eppure dubito che la
violenza di tali sceneggiati abbia un impatto reale: non
ci sono esseri umani, ma solo assassini e poliziotti.
Di principio - ed è un principio che sono stato disposto
ad accettare oltrepassati i cinquanta - sono favorevole
alla censura ai danni del piccolo schermo, anche se
ritengo che il pubblico si sia già sensibilizzato nei
confronti della violenza in tv, una sensibilità che
nella parte finale del film è pronta a dire: "Ne ho
abbastanza, basta". E improbabile che alcuni degli
eccessi cinematografici vengano riprodotti sul piccolo
schermo. Devo confessare che negli ultimi vent'anni ho
guardato la televisione in Francia e in Svizzera, con
soggiorni occasionali a New York. La televisione, come è
risaputo, è migliore in Gran Bretagna, ma non esiste una
grande differenza qualitativa se uno attraversa
l'Atlantico o le Alpi. La televisione mondiale è
omogenea, impregnata cioè di innocui sceneggiati
americani.
Come gli alimenti che mangiamo a colazione, essa è
melliflua e il suo aspetto negativo non è nella
somministrazione di acute stoccate di violenza o di
stimoli sessuali quanto piuttosto nel fatto che la
televisione è un mezzo di espressione che può essere o
non essere volgare. Quale semplice visitatore della Gran
Bretagna sono spaventato dalla violenza della pubblicità
che paga ciò che viene trasmesso prima o dopo,
dall'avvilimento del linguaggio, dallo humour così
scadente da far arrossire. Si rimpiangono i vecchi tempi,
l'unico canale della BBC , le rappresentazioni
tranquille, la ruota della fortuna, il mulo Muffin.
Adesso, invece, il desiderio di foraggiare cromaticamente
ogni minuto della trasmissione porta a fare uso della
violenza a basso costo. Non penso però ci sia nulla da
temere. Il pericolo della tv, soprattutto se i suoi
standard vengono stabiliti virtualmente dagli interessi
commerciali, è che essa sia agente del degrado sociale.
Questo è ancor più spaventoso dell'eventualità' che
Arancia meccanica raggiunga lo schermo.
Brani
tratti dal libro «Eyes Wide Open» di Frederic Raphael
(sceneggiatore di Eyes Wide Shut) edito da Einaudi e
pubblicati dal 13 agosto al 22 agosto 1999 sul Corriere
della Sera. Si tratta di un racconto «in diretta» sulla
vita, i gusti, i capricci, i vizi, le debolezze e le
virtù di un genio del cinema
Il giorno fissato per la visita a casa sua, presi dallo
scaffale un paio di miei libri da portargli. Non si
trattava di un gesto di cortesia, ma del desiderio di
ricordargli che Naboth aveva la sua piccola vigna. Il mio
nuovo romanzo si chiamava A Double Life. Forse il titolo
poteva funzionare da avvertimento: non ero soltanto un
lavoratore salariato. Kubrick mandò uno dei tipici taxi
neri da Saint Albans. Una volta a Saint Albans, ci
lasciammo sulla destra la cattedrale color miele, che
sorgeva in una banale zona suburbana, come un bel
pensiero in un paragrafo grossolano. Girammo intorno alla
cittadina, prendemmo una strada di campagna e, dopo molte
curve, svoltammo a sinistra e oltrepassammo un cancello
verde di metallo lavorato. Sembrava l'arrivo di Fridolin
alla casa di campagna in cui si stava per svolgere
l'orgia.
Ci lasciammo alle spalle una casetta in stile gotico
vittoriano, e, lungo una strada privata ai cui margini
correva una staccionata bianca un po' arrugginita oltre
la quale si estendevano prati incolti, costeggiammo un
gruppetto di case con il tetto spiovente, non
propriamente ville. Il paesaggio striato dalla madida
luce autunnale appariva in una veste di malinconica
solennità. Svoltammo a sinistra, oltrepassammo i
cartelli che annunciavano «Proprietà privata» e le
guardie addormentate e giungemmo a un altro cancello,
questa volta chiuso. Il tassista scese dall'auto per
schiacciare i pulsanti necessari. Cinquanta metri dopo
dovette ripetere l'operazione. La casa era enorme, ma non
sfarzosa. Si trattava di un edificio vittoriano basso e
molto esteso, con una facciata a colonne. C'era un ampio
cortile ghiaioso e un'atmosfera di acre desolazione.
Certo il posto era estremamente ben protetto, ma che
ricchezze c'erano da proteggere? Più che una villa
sembrava un gigantesco cottage. Separata dalla
costruzione principale c'era una grande scuderia di
mattoni che doveva essere stata riconvertita in una
palazzina di uffici. Parcheggiate sulla ghiaia c'erano
numerose automobili non lucidate. Il taxi si fermò e io
scesi e mi avvicinai alla semplice porta di ingresso blu,
sormontata da un frontone. Kubrick aprì la porta.
Indossava una tuta da lavoro blu con bottoni neri.
Avrebbe potuto essere un impiegato di basso rango delle
ferrovie francesi. Era un uomo piuttosto piccolo e
corpulento (non portava cintura), con una barba che gli
camuffava i lineamenti più che sottolinearli. Gli occhi
neri erano ingigantiti dai grandi occhiali. Quando ci
stringemmo la mano ebbi l'impressione che fosse timido.
«Sei arrivato». Parlava come se fosse poco uso alla
conversazione e a disagio in compagnia di un ospite,
anche se era stato lui a invitarlo. Era come se avesse
subito un trauma che gli aveva quasi fatto perdere la
fiducia in se stesso, anche se non in quello che faceva.
Sembrava allo stesso tempo vanitoso e schivo. Mi condusse
nei meandri di quell'enorme casa simile a una fabbrica
abbandonata o a una scuola privata finita in bancarotta,
un luogo in cui un tempo la gente si affollava ma che ora
era stato evacuato. Sembrava un magazzino, pieno di cose
in disordine, perfette cianfrusaglie che non avrebbero
mai potuto essere rimesse in uso. Interno. Laboratorio.
Casa di Kubrick. Giorno. Ha un tetto di legno e un sacco
di tavoli pieni di altre cianfrusaglie. In una pila di
libri aperti c'è anche (ma non è messo in evidenza) un
libro di dipinti di Christiane rilegato in bianco. I suoi
paesaggi colorati e le sue nature morte con i fiori rossi
e gialli ricoprono gran parte delle pareti.
I dipinti non hanno ombre. Le grandi finestre danno su un
prato cinto da muri, ampio ed esteso ma irregolare.
Dannazione, è un pavone quello laggiù? Un cane nero è
addormentato in una cuccia accanto alla porta che dà sul
prato. Lungo il basso orizzonte non sono visibili altre
case. Una siepe di tasso chiude la visuale sulla destra.
Ci sedemmo a parlare su due sedie rigide. Sapevo che
Kubrick era stato un abilissimo giocatore di scacchi. Era
come se avessi ricevuto una telefonata da un Kasparov del
cinema e ora tra noi ci fosse una scacchiera. Era venuto
il momento di mostrare quello che valevo, se intendevo
condurre una buona partita. Ma se anche avessi giocato
bene, probabilmente lui non aspettava altro che di
estenuarmi e umiliarmi. In una partita d'alto livello,
entrambi i giocatori devono dare il massimo, ma uno dei
due deve essere migliore, e sarà lui a vincere (gli
scacchi sono un gioco di implacabile sadismo e violenza
pianificata). In quanto scrittore ero sicuro che mi
sarebbero stati rifilati i pezzi neri; tutte le mie
speranze stavano nel riuscire a reagire efficacemente una
volta attaccato. Per quel che riguarda l'ottenere il
lavoro non credevo ci fosse nulla da temere (le cifre
erano state definite e i contratti erano quasi pronti),
ma non avevo intenzione di cominciare il nostro match con
una mossa da principiante.
Ho avuto altre tre lunghe ed estenuanti conversazioni
telefoniche con Kubrick. All'inizio mi rivolgevo a lui
con deferenza e con voce fievole, da buon mercenario. Poi
ho cominciato a lasciarmi andare. Dal punto di vista
cinematografico non c'è dubbio che sia un maestro. Però
intellettualmente non è certo oltre la mia portata; non
sono nemmeno convinto che sia chissà quanto
intelligente. Perché è così guardingo? Ridere
significa perdere il controllo; lui preferisce non andare
oltre un leggero borbottio. Ascolta le mie tiritere con
una specie di reattività taciturna. Si aspetta che io
risponda prontamente ai suoi stimoli, ma lui se la prende
comoda. Che abbia cominciato a rilassarsi un po' lo si
nota da come si concede qualche aneddoto - specialmente
su Kirk Douglas - per alleggerire la conversazione. Nei
confronti di Kirk si mostra al contempo sprezzante e
invidioso, in particolare delle sue prodezze e dei suoi
appetiti sessuali. Mi ha raccontato che, sul set di
Spartacus, Kirk - mentre aspettava il suo turno di andare
in scena - passava in rassegna le donne in visita agli
studi.
Quando ne vedeva una attraente, mandava O., il suo
assistente e mezzano, a parlarle. Chi avrebbe potuto
rifiutare l'opportunità di incontrare a quattr' occhi la
star? E quando all'improvviso (come si premurava
accadesse) veniva chiamato al trucco, Kirk si congedava
dicendo che il dovere lo attendeva, faceva per andarsene,
e dopo un passo si voltava e invitava la ragazza a
prendere un tè con lui nella sua roulotte per aiutarlo
ad affrontare la noia del piumino di cipria. Chi può
dire quante di loro abbia preso al posto del tè? Forse
Kubrick ha fatto di Kirk l'emblema del produttore
insopportabile non solo perché era stato un tiranno, ma
anche perché, a volte, aveva avuto ragione. Secondo
alcuni biografi di Kubrick ci fu un momento, prima
dell'inizio delle riprese di Orizzonti di gloria, in cui
Douglas si dimostrò meno disposto del suo giovane
regista (Kubrick allora non aveva ancora trent 'anni) a
scendere a compromessi.
Quando ricevette una delle ultime stesure della
sceneggiatura, Douglas fu allarmato, e offeso, dallo
scoprire che Kubrick aveva deciso che i tre soldati
scelti a caso per essere condannati a morte con la falsa
accusa di codardia venissero graziati all'ultimo momento.
Si dice che sia stato Kirk a opporsi a questa vile
concessione alle richieste del botteghino. Lo spietato
finale della prima versione fu reinserito e, grazie
(probabilmente) a Kirk, Orizzonti di gloria divenne
l'intransigente capolavoro che tutti possiamo ammirare.
Se Kubrick si era tirato indietro di fronte alla versione
tragica e terribile che ora sembra portare la sua
impronta, sospetto che sia stato non tanto per
irresolutezza quanto per paura di un fallimento
commerciale. La sola cosa che tutti i suoi film hanno in
comune è l'attrazione per la morte violenta.
Sia stato o meno Kirk a convincere Stanley riguardo al
finale, non c'è dubbio che è merito del solo Kubrick la
creazione dell'atmosfera claustrofobica della battaglia,
nonché della rivoltante solennità del castello in cui
gli spietati generali (Adolphe Menjou e George Macready)
pianificano le proprie promozioni tra l'argenteria e le
porcellane di Sèvres. Prima di Orizzonti di gloria
nessuno nel cinema aveva mai ottenuto una fotografia che
facesse percepire l'aria. Gli atomi di pulviscolo che nel
castello volteggiano nei raggi di sole danno allo schermo
una profondità che nemmeno Welles aveva raggiunto.
Quell'aria così pulita che si respira al quartier
generale è troppo fina per essere condivisa con i
militari di rango inferiore, come se lossigeno puro
fosse stato imbottigliato nel castello a uso e consumo
dei pezzi grossi dell'esercito. Se anche il montaggio di
Orizzonti di gloria deve qualcosa alla Corazzata
Potemkin, il film di Kubrick, a differenza di quello di
Ejzenstein, non ha alcun messaggio per l'umanità. Non
promuove il rovesciamento della classe dirigente, e non
propugna nemmeno la fratellanza di tutti gli uomini nello
stile superficiale della Grande illusione di Jean Renoir.
Forse parte del mio ascendente su Stanley (posto che
l'avessi) dipendeva dal fatto che lui conosceva, e
probabilmente sopravvalutava, i miei titoli accademici.
Durante una delle nostre conversazioni di riscaldamento
mi disse di non essere mai andato al college. Tuttavia,
nel periodo in cui lavorava come fotografo alle prime
armi per la rivista Look, aveva avuto il tempo di
assistere alle lezioni tenute alla Columbia University da
Moses Hadas, Gilbert Highet, Lionel Trilling e Mark van
Doren, il cui figlio Charles aveva accettato di
partecipare a un quiz televisivo truccato (e nel farlo
aveva agito da farabutto ma anche da pioniere, dato che
ormai tutto quel genere di cose sono truccate, così come
i premi e - se hai gli amici giusti - le recensioni).
Stanley aveva premuto il naso contro le vetrine
dell'accademia, come Fridolin/Bill contro quelle della
sessualità liberata. L'interesse di Kubrick per il mondo
antico era un tributo agli insegnanti che non aveva mai
avuto. In preda a un'incessante curiosità, commovente ma
anche estenuante, aveva un amore da outsider per le
informazioni riservate. Approfittava dei diritti
conferitigli dalla fama per telefonare a chiunque e
ovunque al fine di ottenere delle risposte. Gli piacevano
le persone brillanti e aveva un grande rispetto (da
ebreo?) per gli studiosi. Tuttavia i grandi esperti a cui
si affidava talvolta lo esasperavano: Arthur C. Clarke,
ad esempio, era divenuto troppo insistente nel dispensare
la propria intelligenza.
KUBRICK «Hai visto quel film, 2010. L'anno del
contatto?».
RAPHAEL «Sicuro».
KUBRICK «Che impressione ti ha fatto?».
RAPHAEL «Non sono rimasto fino alla fine. Non... era
diretto da Stanley Kubrick».
KUBRICK «Sai qual è il problema? Hanno spiegato tutto.
Di ogni cosa ti dicono cosa significa. Lo ammazza. Se
dici cosa significa, non significa più niente».
RAPHAEL «Di sicuro tu non l'hai fatto».
KUBRICK «Cosa ne pensi del De bello gallico di Cesare?
L'hai letto?».
RAPHAEL «Stanley, l'ho letto in latino a nove anni.
Esagero. Ne avevo dieci. Forse undici quando sono
arrivato alla fine».
KUBRICK «Ok, cosa ne pensi?».
RAPHAEL «Un ottimo libro. Una specie di memorie del
generale Montgomery ante litteram».
KUBRICK «Ci vedi un film?».
RAPHAEL «Dal De bello gallico? Eisenstein voleva trarre
un film dal Capitale. Piuttosto costoso. Specialmente
costruire quel ponte sul Reno. E se cerchi di seguire le
istruzioni di Cesare può esserci qualche problema di
interpretazione».
KUBRICK «Ricordi quella scena tra Cesare e il tipo
tedesco... dopo la resa finale».
RAPHAEL «Vercingetorige?».
KUBRICK «Mi pare. Te la ricordi?». RAPHAEL «Quando in
pratica chiede a Cesare perché è venuto a distruggere
le loro vite?»
KUBRICK «Bellissima scena. E con uno splendido dialogo.
Non ci sarebbe da cambiare una virgola. Con una scena
così basterebbe portare avanti il film fino a quel punto
e poi... arrivare alla conclusione. Un personaggio
piuttosto straordinario, Giulio, non credi?».
RAPHAEL «Quel suo modo di raccontare semplice e chiaro,
da militare, che nasconde moventi subdoli ed egoistici...
Era un bastardo, il vecchio G.C.».
KUBRICK «Non lo siamo tutti? Era peggio degli altri?».
RAPHAEL «Meglio e peggio. Come capita ai geni, forse».
KUBRICK «Credi davvero?».
RAPHAEL «Non necessariamente. Cesare non aveva nessun
motivo di invadere la Gallia, eccetto che aveva un sacco
di debiti e quello era l'unico modo per saldarli. I
romani non volevano la Gallia, ma lui aveva bisogno di
gettare le fondamenta del suo potere, e la guerra glielo
permise. Credo che sia andato troppo oltre, o non
abbastanza. Se l'avesse conquistata, la Germania avrebbe
potuto essere parte della civilizzazione
dell'Occidente».
KUBRICK «Freddie, puoi parlare?».
RAPHAEL «Certo».
KUBRICK «Buon anno».
RAPHAEL «Anche a te».
KUBRICK «Allora... come va?».
RAPHAEL «Non male».
KUBRICK «Hai già visto l'ultimo film di Woody Allen?».
RAPHAEL «Mariti e mogli? Sì, mi è piaciuto. A parte
l'inizio bilioso. E a te?».
KUBRICK «Un ottimo film. Hai notato qualcosa?».
RAPHAEL «Cosa avrei dovuto notare?».
KUBRICK «La misura dell'appartamento. Guy dovrebbe
essere un redattore o qualcosa del genere e vive in un
appartamento enorme. Hai visto com'era grande l'ingresso?
Va bene per muovere la macchina da presa, però è un po'
costoso per uno che lavora nell'editoria. Cerchiamo di
non fare lo stesso errore. Hai idea di quanto guadagni
oggi a New York un medico come Bill?».
RAPHAEL «No, non ho idea. Un centocinquantamila dollari
all'anno?».
KUBRICK «L'importante è che tu non faccia
l'appartamento troppo grande. Non c'è nessuno che viva
con loro. Magari una domestica, ma che non sia
ispano-americana».
KUBRICK «Io e Terry (n.d.r. Terry Southern,
sceneggiatore) avevamo un ufficio a Pinewood dove
lavoravamo alla sceneggiatura del Dottor Stranamore.
Nello stesso corridoio c'era il camerino di Romy
Schneider, che stava girando lì non so che film. Ci
seccava che non ci salutasse mai, passava sempre davanti
alla nostra porta senza degnarci di uno sguardo. Sai
com'era Terry, fumava un sacco di erba, e così decise
di... fare qualcosa per smontare l'atteggiamento
supponente di Romy. E gli venne in mente di scriverle una
lettera d'amore. Scrisse la lettera, che diceva: "Se
vuoi farti una canna, rivolgiti alla stanza 221",
cioè la stanza in cui lavoravamo noi, e la infilò sotto
la porta del suo camerino».
RAPHAEL «E lei si è fatta viva?».
KUBRICK «Non che io sappia».
RAPHAEL «Stranamore è il tuo film migliore».
KUBRICK «Un sacco di gente l'ha odiato».
RAPHAEL «Deve averti fatto piacere».
KUBRICK «Perché mai? Mi considerarono un traditore.
Arrivarono quasi al punto di non farlo uscire nei
cinema». RAPHAEL «Però sei riuscito a dire quello che
volevi».
KUBRICK «Un sacco di gente rifiutò di proiettarlo.
Eravamo partiti con l'idea di fare un film serio, ma a un
certo punto ci accorgemmo che era impossibile. Io e
Terry... ci guardammo e ci dicemmo che non si poteva
prendere seriamente quel genere di cose. Però erano
serie eccome».
RAPHAEL «Sellers era incredibile. Come hai fatto a
fargli fare tutte quelle cose? Erano nella
sceneggiatura?». KUBRICK «Le faceva e basta. Sai come
facevo? Lui era bravissimo, ma non riusciva a ripetere le
scene. Le faceva una o due volte e basta. Allora io
preparavo sei macchine da presa, e la mattina Peter
arrivava, e quand'era pronto gli lasciavo fare quello che
voleva».
RAPHAEL «Lo conobbi quando lavorava ancora solo alla
radio. Un produttore della Bbc mi disse: "È una
vera fortuna che esista un mezzo di comunicazione in cui
un attore può recitare senza essere visto, perché Peter
è talmente brutto che nessuno lo farebbe recitare di
fronte al pubblico"».
KUBRICK «Lo lasciavo continuare finché diceva basta e
poi giravamo le altre parti della scena».
RAPHAEL «Dio mio, che bello quel momento in cui dice:
"Mein Führer, cammino!". L'hai scritto tu?».
KUBRICK «Hai visto Pulp Fiction?».
RAPHAEL «Sì, mi è piaciuto molto. E a te?».
KUBRICK «Dovremo tenerne conto, credo».
RAPHAEL «In che senso? Dobbiamo far dire un sacco di
volte cazzo a tutti?».
KUBRICK «Tenere conto del modo in cui si sviluppa la
narrazione».
RAPHAEL «Mi è piaciuto, però secondo me la nostra
storia non ha bisogno di una struttura circolare come
quella».
KUBRICK «Mi raccomando, non perdere il ritmo».
KUBRICK «Ho avuto le nuove pagine».
RAPHAEL «Dimmi cosa ne pensi?».
KUBRICK «E naturale, e inevitabile, che man mano
che andiamo avanti... credo che ci saranno sempre più
cose da... discutere».
RAPHAEL «Capisco».
KUBRICK «Il fatto è che la scena con la prostituta (in
Eyes Wide Shut, ndr) non mi piace. Insomma, mi sembra
Barbra Streisand, capisci cosa intendo? E poi quel
dialogo così serrato, così incalzante. Non è quello
che voglio. Non potremmo semplicemente seguire Arthur
(Schnitzler, ndr)?».
RAPHAEL «Parliamo di New York oggi. Non mi risulta che
le strade siano piene di passeggiatrici dal cuore
tenero».
KUBRICK «Non voglio quel genere di dialogo newyorkese
serrato e incalzante. Voglio che tu mi segua le
indicazioni di Arthur. E un' altra cosa... sai quella
scena in cui Bill e quell'altro tipo si stanno
allontanando per strada. Dici che stanno parlando. Ma di
cosa parlano?».
RAPHAEL «E la fine della scena, loro sono in campo
lungo. Voglio solo dire che... sai, si comportano come
due amici qualsiasi...».
KUBRICK «E quindi di cosa parlano?».
RAPHAEL «Non lo so. Cosa preferisci? Sono due medici,
giusto? E di cosa parlano i medici? Di golf,
dell'andamento della borsa, delle tette dell'infermiera
del turno di notte, cose così... di vacanze...».
KUBRICK «Sono due gentili, vero?».
RAPHAEL «Così hai deciso tu».
KUBRICK «Noi siamo due ebrei, cosa ne possiamo sapere di
come parlano quelli là quando sono tra loro?».
RAPHAEL «Ma dài, Stanley, "quelli là"! Li
hai sentiti parlare. Parlano delle stesse cose di cui
parliamo noi, cosa credi? Ti sarà capitato di sentire
delle conversazioni, al ristorante, al cinema. A
proposito, ho...».
KUBRICK «Può darsi, però c'è un fatto: loro tengono
sempre presente che tu sei lì ad ascoltarli».
RAPHAEL «Stanley, la sai una cosa? Sei talmente
paranoico che in confronto mi sento la persona più
normale del mondo. Non dici sul serio, vero?».
KUBRICK «E allora l'Olocausto? Cosa ne pensi di
quello?».
RAPHAEL «Cosa ne penso ? Penso che forse ora non abbiamo
il tempo di...».
KUBRICK «Come soggetto per un film, è fattibile?».
RAPHAEL «Ne hanno già fatti di film sull'Olocausto».
KUBRICK «Ah sì? Non lo sapevo».
RAPHAEL «Hai mai visto quel film di Munk incompiuto, La
passeggera?».
KUBRICK «Non era di Antonioni? Ci recitava Jack».
RAPHAEL «Quello di Munk è più vecchio. Mi sorprende
che tu non lo conosca. Ha un sacco di inquadrature fisse.
Non perché le avesse volute Munk, ma perché lui è
morto prima di finirlo. Aveva preparato uno story-board
con fotografie delle scene che aveva in mente. Quando
hanno montato il materiale girato, hanno inserito le
fotografie nei punti in cui sarebbero dovute andare le
scene corrispondenti, anche se nessuno sapeva con
esattezza cosa significassero o cosa avrebbe dovuto
esserci intorno. Così la versione finale del film è
fatta di scene filmate a cui si alternano gruppi di due o
tre fotografie. Il risultato è molto enigmatico. Per
quanto mi ricordo è la storia di una donna che, molti
anni dopo la guerra, nel corso di una crociera riconosce
in un uomo una delle sue sadiche guardie del campo di
concentramento in cui era stata rinchiusa. Alcune scene
sono splendide. Una straordinaria economia di mezzi. Per
esempio ce n'è una in cui un uomo è alla guida di un
carro tirato da un cavallo che sta uscendo da un cortile.
Le fiancate del carro sono fatte di assi di legno e sono
altissime. Impossibile vedere cosa c'è dentro, ma viene
un sospetto. E a un certo punto il carrettiere prende un
lungo bastone con la punta a Y e, mentre la macchina da
presa accompagna il suo movimento, lo usa per tirare
indietro un braccio livido che sporge oltre la fiancata.
E in quel momento ci si rende conto che il carico
trasportato da quell'uomo consiste in un ammasso di
cadaveri. E poi...».
KUBRICK «Ok, e quali altri film hanno fatto?».
RAPHAEL «Notte e nebbia. Che era una specie di
documentario ma...».
KUBRICK «E poi?».
RAPHAEL (Sapendo benissimo che è a questo punto che
vuole farlo arrivare) «Beh, c'è Schindler's List».
KUBRICK «E ti sembra un film sull'Olocausto?».
RAPHAEL «No? E su cos'è?».
KUBRICK «E un film sul successo. L'Olocausto
riguarda sei milioni di persone che vengono ammazzate.
Schindler's List parla di seicento persone che non
vengono ammazzate. Altri?».
Il mito di Kubrick ha diffuso l'idea che lui sia stato in
qualche modo immune dalla gavetta attraverso cui passano
tutti. Ma in realtà anche lui ha dovuto affrontare
rifiuti e umiliazioni. Quando lavorava alla MGM come
sceneggiatore, una situazione infelice, dato che non è
mai stato e nemmeno ha mai preteso di essere uno
scrittore, cercava di portare avanti dei soggetti
originali da poter poi dirigere. Una volta ne mandò uno
a Gregory Peck, che allora era una grande star. «Sai
cosa accadde? Me lo rispedì con un biglietto che diceva
che non avrei dovuto scrivere cose di quel genere, e che
non avrei dovuto mandargliele. Come se l'avessi
insultato». Non ho mai chiesto a Stanley quali
sceneggiature abbia scritto per la MGM. E
improbabile che ne siano mai stati tratti dei film, e
anche in quel caso non se ne assumerebbe la paternità.
Nella Hollywood degli anni Cinquanta Kubrick si limitava
a tenere duro insieme ad altre giovani speranze del
cinema. In quel periodo, Stanley scoprì un romanzo di
Lionel White, Clean Break, da cui trasse Rapina a mano
armata, che fu il suo primo film ad attrarre l'attenzione
della critica e della gente di cinema. Benché avesse
tutte le caratteristiche del b-movie a basso budget,
Rapina a mano armata era innovativo sia per la struttura
temporale sia per la moltiplicazione dei punti di vista.
Come sarebbe stato tipico di Kubrick, era feroce e nello
stesso tempo lieve: le maschere da clown indossate dai
cattivi nel corso della rapina sarebbero divenute un
cliché soltanto in seguito. Anche la banda dei Drughi in
Arancia meccanica ha quella stessa brutale leggerezza. Il
colpo di scena più crudele di Rapina a mano armata era
l'uccisione del cavallo, un modo semplice e spietato di
stupire lo spettatore. Solo quando lavorai con Stanley
scoprii la particolare tenerezza che nutriva verso gli
animali.
Anche ai dirigenti della Warner Brothers vengono le
lacrime agli occhi quando descrivono come Kubrick fosse
affezionato ai suoi germani reali. In Rapina a mano
armata l'arditezza delle ambientazioni e la dimessa
nobiltà di Sterling Hayden, nel momento in cui le sue
ultime speranze di ottenere il bottino della rapina se ne
volano letteralmente via, trascendevano il genere del
b-movie (in seguito idolatrato dai Cahiers du cinéma) a
cui pure apparteneva quella pellicola. Il primo film
inconfondibilmente kubrickiano di Kubrick fece sì che al
giovane regista venissero rivolte numerose offerte.
Kubrick ricordava con precisione e con un certo rancore
vendicativo le offese ricevute, molto più che i
complimenti. Mi raccontò che D.P., quando poteva
permetterselo, aveva l'abitudine di chiamare una
prostituta a casa intorno alle sei del pomeriggio per
fare sesso con lei prima di andare a un appuntamento,
caso mai quella notte non fosse riuscito a farsi un'altra
scopata.
Al pari del protagonista di Schnitzler, Kubrick era
affascinato e insieme spaventato dalle cose a cui
assisteva ma che non osava fare in prima persona. Il
voyeur pensa di mantenersi puro limitandosi a guardare
quello che altri sono capaci di fare. Stanley mi fece
spedire da Tony Frewin una serie di fotografie erotiche
di Helmut Newton, allo scopo, immagino, di stimolare la
mia immaginazione. Era strano (ed eccitante) come molte
di esse mostrassero donne che accarezzavano altre donne.
Eppure quando, in una delle scene scritte per il film,
feci chiedere da Alice a Bill se avesse mai avuto la
fantasia che lei fosse un ragazzo, Stanley rifiutò
l'idea dello scambio di sessi con una sorta di disgusto.
Le immagini di Newton si dividevano tra fantasticherie
sessuali ambientate in luoghi estremamente lussuosi e
fotografie di donne in atteggiamenti puttaneschi scattate
in uno stile da documentario sui bassifondi.
Talvolta la volontà di essere perverso a tutti i costi
sfiorava il ridicolo: una brunetta discinta, che
rivolgeva un sorriso seduttivo al fotografo alzandosi da
un letto sgualcito, si appoggiava a un bastone nero,
portava un collare ortopedico e aveva una gamba
ingessata. Newton pareva ossessionato (o sperava che il
suo pubblico lo fosse) dal voyeurismo maschile: le sue
composizioni fotografiche spesso mostravano una o più
donne nude osservate da maschi in abito da sera. La
spudoratezza delle donne contrastava con la furtiva
dignità degli uomini che le guardavano. Le donne spesso
indossavano solo un paio di tacchi a spillo: non avevano
niente da nascondere, e non lo nascondevano.
Una delle fotografie più bizzarre mostrava una donna
nuda, snella e dal seno prosperoso, chinata ad applicare
il rossetto sulle labbra di un uomo seduto ed
elegantemente abbigliato (ma con la cravatta allentata).
L'uomo guardava da un'altra parte, ignorando i seni
conici che aveva di fronte. Avrebbe potuto essere dal
dentista. Oltre alle fotografie, ricevetti un fascicolo
di riproduzioni di disegni di Egon Schiele e Gustav Klimt
che conoscevo già, come precisai a Stanley. Apprezzai
quell'inondazione di abbondanza erotica, ma difficilmente
avrebbe potuto suggerirmi più di quello che poteva
emergere dall'immaginazione di Schnitzler e dalla mia (e
da quella di S.K.). Kubrick voleva davvero che lo stile
del suo film scimmiottasse quello di Newton?
RAPHAEL «Ti piace Sergio Leone»?.
KUBRICK «E a te?».
RAPHAEL «A me sì, certe cose. O forse è Morricone a
piacermi? Entrambi, credo».
KUBRICK «Ho passato due anni a cercare di fare un
western, con Marlon».
RAPHAEL «Quale?».
KUBRICK «I due volti della vendetta. Due anni ci ho
perso».
RAPHAEL «E poi cosa è successo?». KUBRICK «Marlon
avrebbe dovuto recitarci e produrlo».
RAPHAEL «Non andavate d'accordo?».
KUBRICK «Mi sembra di sì».
RAPHAEL «E allora qual era il problema? Lui non ti
piaceva?».
KUBRICK «Come attore è un grande. Ma faceva anche il
produttore. Non riusciva a prendere determinate decisioni
e non voleva lasciarle prendere a nessun altro. Non
riuscimmo mai a mettere a punto la storia. Non riuscimmo
mai a mettere a punto niente. Si cominciava e... non si
sapeva quando ci saremmo fermati. Dopo due anni, di punto
in bianco Marlon decise di prendere in mano la
situazione. Ci riunimmo tutti intorno a un tavolo. Brando
aveva comprato un cronometro, lo mise sul tavolo e disse
che era giunto il momento di prendere delle decisioni, e
che avrebbe concesso a ciascuno di noi tre minuti per
dire la nostra sui problemi del film, così ci saremmo
ritrovati con un bilancio in base al quale decidere cosa
fare. Cominciò il giro. Io ero seduto al suo fianco, e
quindi avrei dovuto parlare per ultimo. Cominciò
l'operatore, poi il responsabile delle location, poi
l'addetto al casting, tutti parlavano per tre minuti e
poi, avessero finito o meno, il cronometro suonava e loro
passavano parola. Così si fece tutto il giro fino ad
arrivare a me, e Marlon mi guardò e mi chiese:
"Stanley, quali sono i tuoi problemi?". E
schiacciò il pulsante del cronometro. "Hai tre
minuti". "Dài, Marlon - dissi io - è stupido
condurre la cosa in questo modo". E lui:
"Adesso hai due minuti e cinquanta secondi".
Allora iniziai a dire cosa pensavo a partire dalle prime
pagine della sceneggiatura, ed ero arrivato più o meno a
pagina 5 quando il tempo finì. "Ok, - disse Marlon,
- hai avuto i tuoi tre minuti". E allora io dissi a
lui: "Marlon, perché non vai a farti
fottere?"».
RAPHAEL «Hai fatto bene. E lui cos'ha risposto?».
KUBRICK «Non ha risposto. Si è alzato - eravamo in una
di quelle specie di bungalow - ed è andato a chiudersi
in camera da letto sbattendo la porta. "Cosa crede
di fare? - mi sono detto io. - Se n'è andato ma prima o
poi deve tornare". Qualcuno disse che non avrei
dovuto parlargli in quel modo, ma come fai a non perdere
la calma quando la gente si comporta così? Tanto sarebbe
tornato».
RAPHAEL «E tornò?».
KUBRICK «No. Non uscì più. Restammo un bel po' seduti
lì e poi ce ne andammo a casa. Mi aspettavo che mi
avrebbe chiamato, ma invece niente. La verità è che era
già stato tutto programmato. Il film voleva dirigerlo
lui, come poi fece. Voleva che mi togliessi dai piedi e
non sapeva come altro fare. Marlon era così».
RAPHAEL «Ho parlato con un tipo che dice di ricordarsi
di te quando giocavi a scacchi a New York».
KUBRICK «Davvero?».
RAPHAEL «Mi ha raccontato di averti visto giocare con
una ragazzina di quattro o cinque anni in un qualche
posto all'aperto nel Village».
KUBRICK «Mi sembra strano».
RAPHAEL «Giura che eri tu, e che lei aveva imparato una
dozzina di mosse di una qualche strana apertura e con
quelle era riuscita a metterti in difficoltà».
KUBRICK «Non ricordo di aver giocato all'aperto a New
York».
RAPHAEL «Giochi ancora?».
KUBRICK «Ho smesso. Qualche volta faccio una partita al
computer, ma... non gioco più con... con altri».
RAPHAEL «Però una volta giocavi?».
KUBRICK «Eccome. A un certo punto giocavo a scacchi
molto seriamente».
RAPHAEL «Seriamente come?».
KUBRICK «Una volta ho giocato con un principe arabo.
Quella sì che è stata una cosa seria. Aveva nella
cintura una pistola con l'impugnatura d'avorio. Aveva
saputo che giocavo a scacchi e così mi aveva invitato a
fare una partita».
RAPHAEL «E cosa è successo? Hai accettato?».
KUBRICK «Ero a casa sua, c'era un sacco di gente
intorno, era un po' difficile rifiutare. Sì, ho
accettato. Diceva di essere molto bravo. Mi portò nella
stanza accanto, dove aveva degli splendidi scacchi».
RAPHAEL «I bravi giocatori non amano giocare con pezzi
troppo belli, vero?».
KUBRICK «Credo di sì. Ma a lui piaceva giocare con
questi splendidi scacchi. Chiuse la porta e facemmo una
partita. Lui non era male, ma non era neanche
particolarmente bravo».
RAPHAEL «Hai vinto tu?».
KUBRICK «Ho vinto in pochissimo tempo».
RAPHAEL «E cosa è successo?».
KUBRICK «Ha voluto giocare di nuovo. Cosa potevo fare?
Ho giocato di nuovo. Immaginai che non volesse rientrare
troppo presto nell'altra stanza».
RAPHAEL «E la seconda volta come andò?».
KUBRICK «Feci un errore...».
RAPHAEL «E lo lasciasti vincere?».
KUBRICK «Forse. Ma... andò così».
RAPHAEL «E lui cosa fece?».
KUBRICK «Non tirò proprio fuori la pistola, ma... Me la
mostrò. Mi... fece notare che ce l'aveva. E poi sorrise,
non un gran sorriso, e disse di tornare dagli altri nella
stanza accanto. Mi batté una mano sulla spalla e mi fece
uscire per primo. Non mi sentivo molto... a mio agio per
come si comportava, ma andò tutto bene. Quando gli
domandarono chi aveva vinto, lui mi guardò e disse:
"Una partita a testa". Non lo smentii. Tutti
quelli che si intendevano di scacchi avrebbero capito che
era assurdo. E quanto agli altri, pazienza».
RAPHAEL «Conosci quella storia su Greg Peck e Willier
Wyler?».
KUBRICK «Non credo».
RAPHAEL «Peck recitava nel film e lo produceva anche».
KUBRICK «Sì».
RAPHAEL «E il primo giorno Peck chiese a Willie di
girare un suo primo piano. E stato Stanley Donen a
raccontarmi questo storia. Willie disse che non aveva
bisogno di un primo piano e Greg disse di girarlo lo
stesso, poteva sempre servire. Willie disse che
l'avrebbero filmato quando avrebbero avuto tempo. E
continuò a rimandare fino a quando Greg, nella sua veste
di produttore, minacciò di fermare il film se Willie non
avesse girato quel primo piano. La gente dello studio
andò a pregarlo di non compromettere tutto il film, e
così Willie promise che prima della fine delle riprese
l'avrebbe fatto. "Ho la tua parola? - chiese Greg. -
Altrimenti abbandono il set in questo istante". E
Willie: "Hai la mia parola". Andarono avanti
fino all'ultimo giorno di riprese, e non avevano ancora
girato quel primo piano. Sistemarono tutto per l'ultima
inquadratura e Willie disse che si trattava solo di un
raccordo. Fine delle riprese. Greg non riusciva a credere
di non avere ancora avuto il suo primo piano, ma Willie
disse che ormai era troppo tardi. E Greg: "Me
l'avevi promesso. Mi avevi dato la tua parola. Come puoi
farlo?". E Willie: "Sai una cosa, Greg? Quando
qualcuno mi punta una pistola alla testa non c'è niente
che non prometterei"».
KUBRICK «Giusto. Allora ci sentiamo domani, ok?».
Quando venni contattato per la prima volta da Kubrick la
mia euforia derivò, in non piccola parte, dall'idea che
lui avrebbe preteso il meglio di me e sarebbe stato
estremamente chiaro rispetto alla sua visione del film.
Dopo più di sette mesi, mi resi conto che fino ad allora
si era limitato a fare la parte del produttore; la
sceneggiatura non aveva ancora attraccato, per così
dire, alla sua intelligenza registica. Il suo genio si
era rivelato solo nella sua infinita capacità di farmi
sgobbare. Di tanto in tanto, mi forniva una tabella fatta
al computer con lo scadenzario per il mio prossimo
periodo di lavoro. Se mi lasciavo trascinare
dall'inventiva, la campanella suonava e mi faceva
rientrare nei ranghi. Dopo aver accettato la mia idea per
il finale del film, mi chiese ancora, cortesemente, di
«seguire lo schema stretto di Schnitzler».
Intorno a metà maggio, sembrava che almeno parte
dell'estate sarebbe stata libera dalla schiavitù. La
sceneggiatura era stata rivista più e più volte.
Sognavo di correre l'ultimo tratto al termine della mia
seconda maratona consecutiva: grazie ad alcuni segnali
avevo percepito che quasi certamente non sarebbe stata
chiesta una terza tornata. I fax di Stanley sfioravano
l'entusiasmo: «Grazie per le pagine, che vanno bene, a
parte i sogni che sono ancora un po' verbosi. Prova a
leggerli ad alta voce, come se li recitassi...». Era un
buon consiglio; i produttori dovrebbero seguirlo più
spesso. Di solito, leggono le scene senza badare ai
sottintesi. Una volta John Malkovich si lamentò con me
perché in una data scena il suo personaggio doveva dire
quello che sentiva veramente.
Trovava impossibile recitare a meno che le parole che
pronunciava non fossero in qualche modo in contraddizione
con quello che il personaggio provava o intendeva dire
veramente. Benché Kubrick non abbia mai avuto intenzione
di fornire grandi opportunità agli attori, e tantomeno
affidarsi a loro per dare alle scene un senso
supplementare, era ben conscio dei pericoli derivanti dal
riempirgli la bocca di parole. Aveva imparato la lezione
dal suo unico film davvero deludente, Lolita. Secondo me,
si era affidato troppo incondizionatamente ai brillanti
giochi di parole di Nabokov. E né il mellifluo Humbert
Humbert di James Mason né i gigionismi del Clare Quilty
di Peter Sellers aiutavano ad attenuare la verbosità del
film. Stanley mi disse che l'apparente naturalezza di
Mason in realtà derivava da uno sforzo intenso e
angoscioso.
Durante le riprese di Lolita aveva l'abitudine di
stringere il pugno così forte che alla fine della
giornata gli sanguinavano le palme delle mani. Portava le
stigmate della propria genialità. Per quanto ne so,
Kubrick non ammirò mai nessun'attrice quanto Sellers,
Mason o Rossiter. Le vacche sacre di Stanley erano tutti
maschi. «Hai mai visto Via col vento?», mi chiese una
volta. «Certo. E chi è che non l'ha visto?». «Hai mai
visto qualcuno recitare peggio di Vivien Leigh in Via col
vento? Dev'essere la peggiore performance della storia
del cinema. Sai una cosa? E veramente un brutto
film».
Quando avevo iniziato il lavoro di adattamento di
Albertine e Fridolin all'ambientazione newyorkese,
Kubrick mi aveva chiesto di scrivere tutto quello che mi
veniva in mente, ma la prolissità che lui stesso aveva
sollecitato gli aveva dato via via sempre più fastidio.
Si dice che Giacometti abbia cercato talvolta di
liberarsi delle sue abitudini realizzando sculture più
corpose, ma finiva sempre per riportarle (talvolta
all'ultimo momento) alle consuete proporzioni
anoressiche. Kubrick adesso voleva una sceneggiatura
senza corposità narrative. La sua curiosità si saziava
in fretta se quello che gli si diceva, o si faceva per
lui, non incontrava i suoi gusti.
Intervista
a Riccardo Aragno, l'amico italiano, pubblicata sul
Corriere della Sera l'8 marzo 1999
«Un orco solitario? Un nevrotico lontano da
tutti? Ma se era l'uomo più allegro che ho mai
conosciuto! Nella vita privata, con lui, non si faceva
che scherzare». È commosso Riccardo Aragno, l'amico
italiano, giornalista, sceneggiatore, commediografo, che
ha curato tutte le versioni italiane dei film di Kubrick.
Aragno ha 84 anni. La sua amicizia con Kubrick risale al
'61: «Ci siamo conosciuti a Londra, a casa di Peter
Sellers, per cui avevo scritto The millionaires che poi,
con Sofia Loren, fu diretto da Asquitt. Il giorno dopo mi
chiamò a casa: "Sono Kubrick, abbiamo chiacchierato
ieri a cena. Che cosa fa a colazione?". Così è
iniziata la nostra amicizia. E per più di 30 anni siamo
rimasti gli amici più fedeli. A Natale siamo stati
insieme, mi ha promesso che avrei curato anche il suo
ultimo film Eyes wide shut.
Già voleva che studiassi un titolo». Su cosa si basava
la vostra amicizia? «La cucina. Voleva sempre che
cucinassi per lui. E il fatto che siamo due evasi, lui
dall'America e io dall'Italia. Lui mi chiamava "il
filosofo di casa". Insieme abbiamo anche scritto un
film, su Napoleone, che poi non si è fatto. Prima di
2001 abbiamo avuto l'idea di fare un film leggermente
porno, ma poi il progetto è stato accantonato». Perché
era così solitario? «Diceva: "Non posso perdere
tempo con gente che mi fa perdere tempo". Non si
stancava mai di leggere, studiare. Era insaziabile, quasi
maniacale. Sosteneva che non si mette mai abbastanza
"roba" nel cervello. Però n on era solo. Aveva
una moglie, Christiane, conosciuta girando Orizzonti di
gloria, nel '57. È la ragazza che alla fine del film
canta e commuove i soldati.
Aveva tre figlie. E alcuni amici». Che tipo di scherzi
faceva? «Il suo "sense of humour" era
graffiante, un po' crudele, come in Arancia meccanica. Ti
portava via la pelle. Molti pensano che l'umorismo serva
a divertire. Lui credeva che aiutasse a pensare, anche a
costo di morsi e ferite. Ci voleva un pizzico di
cattiveria, secondo lui, per raggiungere un livello alto
di allegria». Kubrick dopo tanti anni era diventato
inglese? O rimaneva americano? «Ormai di americano
conservava sì e no un 30%. Negli Stati Uniti era tornato
l'ultima volta per sottoporre a una commissione di
senatori il suo film più politico, Il dottor Stranamore.
Terminò il montaggio sulla nave. Il film si concludeva
con l'ambasciatore russo che tira una torta in faccia al
presidente Usa. Appena arrivato mi telefonò: "Hanno
ucciso Kennedy, poche ore fa.
Dobbiamo rifare il finale". Da allora non è mai
tornato al suo Paese». Perché non tornava? «A
Hollywood non voleva subire i condizionamenti delle
grandi compagnie di produzione. A tutti i costi, voleva
difendere la sua indipendenza. C'è una sua frase che
ricordo. Era appena uscito Arancia meccanica che aveva
suscitato polemiche, ma fatto incassi record. Lui mi
disse: "Riccardo, adesso il pericolo è di pensare
che si ha bisogno di due paia di scarpe"».
Kirk
Douglas dopo avere lavorato con Kubrick in Spartacus
Non è necessario essere una persona
simpatica e piacevole per essere estremamente dotato di
talento. Si può essere uno stronzo ed essere talentuoso
così come, al contrario, si può essere la persona più
piacevole e simpatica senza avere alcun talento. Stanley
Kubrick è uno stronzo di talento
Kirk Douglas, Il Corriere della Sera, 26/7/98
"Trovai i soldi per produrre Orizzonti di
Gloria perché mi ero innamorato del suo Rapina a mano
armata. Poi dovetti lottare per lasciare il nome della
mia società di produzione nei titoli del film, che lui
reputava solo "di Kubrick". Per Spartacus gli
portai lo sceneggiatore Dalton Trumbo. Dalton non poteva
firmare essendo sulla lista nera del maccartismo, Kubrick
propose il suo nome. Litigammo come quando, dopo avermi
fatto leggere il copione di Orizzonti di gloria me ne
presentò sul set uno più commerciale. Mai un segno di
riconoscenza: un talento schiacciato da un ego
napoleonico".
Intervista ai figli di Kirk Douglas, Il Corriere
della Sera, 8/3/99
"Quando papà scopriva che a volte
riguardavamo suoi film come Il bruto e la bella o
Ventimila leghe sotto i mari, si arrabbiava e diceva:
"Dovete vedere Orizzonti di gloria: è il mio fiore
all'occhiello".
Riccardo Aragno, Il Corriere della Sera, 26/7/98
"L'uomo Kubrick ? un adorabile "gadget
man": scoprire un nuovo modello di congegno
elettronico e regalarlo è la felicità. C'è ruggine tra
Kirk Douglas e Stanley, ma Kirk resta con amore e odio il
suo Pigmalione".
Bernardo Bertolucci, La Repubblica, 8/3/99,
intervista di Silvia Bizio
"Purtroppo non sono un kubrickiano:
ammiravo enormemente la limpidezza dello sguardo di
questo grande visionario, una limpidezza lucida e
spietata, però a questa grande ammirazione non ha mai
corrisposto un amore. Perché ? non ho mai avuto,
guardando i suoi film, la sensazione che Kubrick amasse
l'umanità. Lo ammiravo perché era un grandissimo
cineasta; la sua visione, la sua lente era unica e
inesorabile, come se mettesse tutto eccessivamente a
fuoco, ma è come se avessi sempre visto i suoi film
dietro una specie di muro di vetro.
Bernardo Bertolucci, La Repubblica, 8/3/99,
intervista di Silvia Bizio
"Io ho sempre pensato, come diceva Renoir,
che bisogna lasciare una porta aperta sul set perché non
si sa mai quando la realtà decida di entrare nei tuoi
film. Kubrick ha fatto il contrario: ha chiuso le porte
dei suoi set come ha chiuso le porte di casa sua".
Orson Welles, dopo aver visto The Killing, 1956
"Considero Stanley Kubrick un
gigante fra i cineasti americani della nuova
generazione".
Arthur Schlesinger jr., tratto da "Nuovo
Dizionario universale del cinema" di Fernaldo Di
Giammatteo, Editori Riuniti, 1994
"2001 è moralmente pretenzioso,
intellettualmente oscuro, anormalmente lungo".
Renata Adler, recensione di "2001:Odissea
nello spazio", New York Times, 4/4/1968
"Il film è così completamente immerso
nelle sue stesse problematiche, nel suo uso del colore e
dello spazio, nella sua fanatica devozione ai dettagli di
fantascienza che sta nel mezzo fra l'ipnotico e
l'immensamente noioso".
Peter Ustinov, Il Corriere della Sera, 26/7/98
"Ho vinto un Oscar per Spartacus ma Kubrick
mi spaventa. Il cinema è il suo filtro, la sua
identità".
Malcolm McDowell, Il Corriere della Sera, 26/7/98
"Girare con Kubrick è come andare alla
guerra. Dopo un film con lui non ti viene voglia di
riprovarci".
Malcom McDowell, Il Messaggero, 8/3/99
"Era talmente abituato a vivere da solo che
non aveva rapporti con il resto del genere umano e sono
convinto che la razza umana non gli piacesse [...] era
ossessionato dalla precisione ed a questo fine
sacrificava chiunque. Non potrò mai dimenticare quello
che mi successe sul set di Arancia meccanica: mi ammalai
di polmonite e dopo tre settimane a letto con la febbre
alta tornai al lavoro. Lui mi fece subito girare una
scena in cui mi bagnò da capo a piedi con dell'acqua
gelata, una sequenza che poi decise di non utilizzare nel
film. Ricordo di averlo quasi picchiato per questo".
Stephen King, Playboy, Giugno 1983, intervista di
Eric Norden
"E' molto difficile per me giudicare la
versione di Shining di Stanley Kubrick perché i miei
sentimenti sull'intera faccenda sono ancora molto
ambivalenti. Io ho sempre ammirato Kubrick e mi aspettavo
davvero molto dal progetto ma alla fine fui profondamente
deluso del risultato. Alcune parti del film sono
terrorizzanti, cariche di un implacabile terrore
claustrofobico ma altre sono piatte. Kubrick è riuscito
a malapena a sfiorare il Male inumano dell'Overlook
Hotel, dedicandosi invece al male insito nei protagonisti
e ha trasformato il film in una tragedia domestica con
toni solo vagamente sovrannaturali. Questo è stato il
difetto base: poiché lui non poteva credere, non poteva
neppure fare un film credibile per gli altri. [...] Il
vero problema è che Kubrick si mise in testa di fare un
film horror senza avere capito il genere".
Intervista a Stephen King di David Hochman per
Entertainment Weekly
David Hochman: "Lei ha detto che Shining,
è stato un interessante fallimento"
Stephen King: "Non posso parlare di Shining. Ho
fatto un patto con Stanley Kubrick che non lo avrei
fatto, a maggior ragione ora che Stan è morto".
Jack Nicholson, Il Corriere della Sera, 10/3/99
"Quando mi disse che sarei stato il
protagonista del suo film [...] aggiunse ridendo:
"Mi diverte molto l'idea che, proprio tu, dovrai
fingere di essere paranoico". E mi diede un
suggerimento che non ho mai dimenticato: "Dovrai
avere sempre gli occhi sbarrati per il tuo Torrance:
pensa alla fotografia dell'arresto di Charles Manson dopo
la strage di Sharon Tate".
Ogni giorno mi arrivavano le pagine
scritte da Kubrick sulle scene da girare e c'era sempre,
a margine, il nome di Manson. Potevo vedere, leggendo le
note, tutti i fantasmi della sua mente ma anche la sua
ironica fantasia".
Maria Pia Fusco, La Repubblica 18/02/2001
"Il tentativo di un ignorante di fare un
film sullignoto". Parlando con Jan Harlan, suo
collaboratore e cognato, Stanley Kubrick definiva così
2001: Odissea nello spazio".
Alberto Moravia, tratto da "Al cinema.
Centoquarantotto film dautore"
"2001 è un semplice prodotto commerciale,
impossibilitato per ciò stesso a essere opera
d'arte".
Tratta dall' intervista a Christiane Kubrick di
Paolo D'Agostini, La Repubblica, 2/3/2001
"Credo che la Chiesa cattolica debba essere
interessata verso i pensieri degli agnostici, di coloro
che desiderano credere, che pur avendo un fortissimo
desiderio di credere non ci riescono, non riescono a
distinguere tra desiderio di credere e fede. Ma vivono
una ricerca continua, insistente, costante: credo che la
Chiesa debba essere affascinata da questo. Che è poi
quello che vediamo in 2001: Odissea nello spazio, un film
che si distingue per essere un atto reverenziale nei
confronti del Creatore, sia pur sconosciuto, ignoto. Un
discorso, beninteso, che vale nei confronti della Chiesa
cattolica come di qualsiasi altra religione. Questo film
è un grande inchino verso qualsiasi tipo di fede".
Christiane Kubrick, Il Corriere della Sera,
2/9/99
"Quattro anni fa aveva deciso di girare il
film (Eyes Wide Shut, n.d.r.) non più a Vienna, come
aveva pensato in un primo tempo, ma a Dublino. Aveva
scelto Woody Allen come protagonista e il medico, poi
interpretato da Tom Cruise, doveva essere uno psichiatra.
Woody è stato in analisi 21 anni e Stanley era
affascinato dall'idea di affidargli un uomo che si scopre
vulnerabile di fronte ai sentimenti. Il film in quella
versione non andò in porto. Fu allora che decise di
scegliere una coppia bella e ricca per scoprirne sino in
fondo le fragilità del cuore. Ma ogni tanto l'idea di
Woody gli ritornava in mente e gli piacevano i suoi film
su New York. Così scelse di ambientare la storia nella
metropoli dove io avevo studiato arte, dove l'avevo
conosciuto".
Tratto da "Conversazione con Woody
Allen" di Jean-Michel Frodon
"Ho sempre voluto una carriera nella quale
i miei film non fossero avvenimenti. Non vorrei mai
assomigliare a Stanley Kubrick, che era un cineasta
geniale ma faceva un film solo ogni sei o dieci anni.
Ogni volta si trattava di un grande avvenimento. La
pressione era enorme: ogni sua nuova opera doveva essere
assolutamente un capolavoro. Per me una situazione del
genere, che spinge all' estremo la logica del successo o
del flop, sarebbe un incubo. Preferisco essere come il
Beaujolais, c' è una produzione annuale e la gente può
dire: "Quest' anno era buono" oppure:
"Questa vendemmia è un po' deludente". Al che
posso sempre rispondere: "Benissimo, magari vi
piacerà di più la prossima annata".
Intervista a Jan Harlan, cognato e collaboratore
di Kubrick, Maria Pia Fusco, La Repubblica 18/2/2001
"Credo che (A.I. n.d.r.) sia il film voluto
da Kubrick, che ammirava molto Steven, lo chiamava
"you, futuristic fantastic". Se non fosse
scomparso, sarebbe stato lui a produrlo. Kubrick
produttore, Spielberg regista: una bella coppia".
ma pochi giorni dopo....
Intervista a Jan Harlan, cognato e collaboratore
di Kubrick, Camillo De Marco, La Repubblica, 1/3/2001
"Erano davvero amici" assicura Harlan,
quasi a voler placare gli animi di chi considera
l'operazione un vero e proprio scippo. "Ma se fosse
stato in vita - corregge il produttore-cognato - lo
avrebbe realizzato lui".
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