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HAL= # -
1 (# = I - 1, # = B - 1, # = M - 1)? Ovvero: cosa c'è di
vero nell''equazione tra l'acronimo del calcolatore di
2001 e le iniziali di Big Blue, ognuna sottratta di
un'unità? A sentire uno dei padri del film, Arthur
Clarke, il legame è solo accidentale, e comunque di poco
interesse: più significativo è l'originario nome
completo di HAL "Herustically programmed ALgorithmic
computer" cioè una macchina dotata di intelligenza
meccanica (algorithmic computer) ma programmata secondo
principi non algoritmici, consoni all'esperienza umana.
Il che rimanda al confine tra comportamento intelligente
e non-intelligente, sulla cui ambivalenza la perfezione
intaccata dal delirio di onnipotenza di HAL lascia il
segno. Delirio che incatena un po' tutti i personaggi
kubrickiani e che potrebbe avere il modello ultimo in
quel film, Artificial Intelligence, sospeso a sentire le
cronache a causa dell'imperfettibilità degli effetti
speciali, ma che nasconde anche un'appartenenza ben più
profonda all'arte kubrickiana (si pensi allo stesso
Clockwork Orange, un ibrido tra l'organico e l'artificale
che scoppia nella violenza e nell'onnipotenza).
Le
dichiarazioni di Clarke sull'origine di HAL non sembrano
chiudere le interpretazioni dell'acronimo: Barry Krush
dedica un breve saggio sui legami tra il nome del
computer e la letteratura religiosa ebraica, all'interno
della polemica tra l'ateo Clarke e l'ebreo Asimov, e dei
numerosi riferimenti verbali e figurativi del film, a
cominciare dal mitico monolite. La disputa se il monolite
appartenga ad un 'intelligenza spaziale di ordine casuale
oppure identifichi una rappresentazione divina rimbalza
ancora una volta sull'enigma della perfezione, su cui
impazziscono i personaggi del cinema di Kubrick. La
scienza e la fantascienza contemporanea (Contact) sono
particolarmente sensibili alla straordinaria precisione
necessaria alle costanti dell'universo per mantenerlo in
una configurazione stabile, tanto che una differenza
nella 123° posizione decimale dell'energia del Big Bang
(per fare un esempio) non avrebbe messo al mondo un bel
niente. Un aspetto che si riflette banalmente nella vita
di tutti i giorni, dove un leggerissimo ritardo alla
stazione ci fa perdere il treno, come se il rigore
cosmico fosse un assioma imprescindibile per ogni forma
di vita terrestre e non terrestre, artificiale e non
artificiale.
Ma, non
appena l'uomo cerca di asservire questa precisione a uno
scopo finalizzato, egli fa la fine del cecchino di Full
Metal Jacket (e di quasi tutti i cecchini della storia
del cinema). Persino Barry Lyndon, che costruisce la sua
carriera con abili mosse al gioco, e un apprendimento
intelligente dei modi sociali a cui ambisce, viene
sconfitto dalla possibilità d'errore, insito in ogni
comportamento umano. La caratteristica dei personaggi
kubrickiani è quella di misurarsi con delle maniere
comportamentali imposte (vuoi la guerra e la politica del
controllo sociale, vuoi una qualche professione: dal
ladro allo scrittore), confondendo l'istinto con
l'errore, quindi l'abuso, lo scacco e la punizione. Non
stupisce che Eyes Wide Shut immerga la condizione
psicotica nella pratica psichiatrica, in favore di
un'ambivalenza di ogni sistema definito, di una critica
all'assoluto.
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