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Stanley Kubrick - Analisi - I nomi di HAL - A 41 anni dall'uscita del film-cult di Kubrick continuano le dispute per decifrarne i misteri
di Memmo Giovannini

 


HAL= # - 1 (# = I - 1, # = B - 1, # = M - 1)? Ovvero: cosa c'è di vero nell''equazione tra l'acronimo del calcolatore di 2001 e le iniziali di Big Blue, ognuna sottratta di un'unità? A sentire uno dei padri del film, Arthur Clarke, il legame è solo accidentale, e comunque di poco interesse: più significativo è l'originario nome completo di HAL "Herustically programmed ALgorithmic computer" cioè una macchina dotata di intelligenza meccanica (algorithmic computer) ma programmata secondo principi non algoritmici, consoni all'esperienza umana. Il che rimanda al confine tra comportamento intelligente e non-intelligente, sulla cui ambivalenza la perfezione intaccata dal delirio di onnipotenza di HAL lascia il segno. Delirio che incatena un po' tutti i personaggi kubrickiani e che potrebbe avere il modello ultimo in quel film, Artificial Intelligence, sospeso a sentire le cronache a causa dell'imperfettibilità degli effetti speciali, ma che nasconde anche un'appartenenza ben più profonda all'arte kubrickiana (si pensi allo stesso Clockwork Orange, un ibrido tra l'organico e l'artificale che scoppia nella violenza e nell'onnipotenza).

Le dichiarazioni di Clarke sull'origine di HAL non sembrano chiudere le interpretazioni dell'acronimo: Barry Krush dedica un breve saggio sui legami tra il nome del computer e la letteratura religiosa ebraica, all'interno della polemica tra l'ateo Clarke e l'ebreo Asimov, e dei numerosi riferimenti verbali e figurativi del film, a cominciare dal mitico monolite. La disputa se il monolite appartenga ad un 'intelligenza spaziale di ordine casuale oppure identifichi una rappresentazione divina rimbalza ancora una volta sull'enigma della perfezione, su cui impazziscono i personaggi del cinema di Kubrick. La scienza e la fantascienza contemporanea (Contact) sono particolarmente sensibili alla straordinaria precisione necessaria alle costanti dell'universo per mantenerlo in una configurazione stabile, tanto che una differenza nella 123° posizione decimale dell'energia del Big Bang (per fare un esempio) non avrebbe messo al mondo un bel niente. Un aspetto che si riflette banalmente nella vita di tutti i giorni, dove un leggerissimo ritardo alla stazione ci fa perdere il treno, come se il rigore cosmico fosse un assioma imprescindibile per ogni forma di vita terrestre e non terrestre, artificiale e non artificiale.

Ma, non appena l'uomo cerca di asservire questa precisione a uno scopo finalizzato, egli fa la fine del cecchino di Full Metal Jacket (e di quasi tutti i cecchini della storia del cinema). Persino Barry Lyndon, che costruisce la sua carriera con abili mosse al gioco, e un apprendimento intelligente dei modi sociali a cui ambisce, viene sconfitto dalla possibilità d'errore, insito in ogni comportamento umano. La caratteristica dei personaggi kubrickiani è quella di misurarsi con delle maniere comportamentali imposte (vuoi la guerra e la politica del controllo sociale, vuoi una qualche professione: dal ladro allo scrittore), confondendo l'istinto con l'errore, quindi l'abuso, lo scacco e la punizione. Non stupisce che Eyes Wide Shut immerga la condizione psicotica nella pratica psichiatrica, in favore di un'ambivalenza di ogni sistema definito, di una critica all'assoluto.