Full
Metal Kubrick
Un
dossier provvisoriodi Paolo Cherchi Usai
"Vorrei
far esplodere la struttura narrativa del film"
"Quel che vorrei
davvero è far esplodere la struttura narrativa del film.
Qualcosa che faccia tremare la terra". Tra le scarne
dichiarazioni rilasciate da Stanley Kubrick per l'uscita
di Full Metal Jacket, questa frase (raccolta da Jack
Kroll per "Newsweek", 29 giugno 1987: 43) è
forse l'unica a rivelare le intenzioni del regista
aldilà delle rituali risposte alle accuse di
perfezionismo ("ripeto molte volte la stessa scena
solo se l'attore non ha imparato la propria parte"),
di ossessioni che coinvolgono la sfera privata ("mi
hanno dipinto come un prigioniero dei computer, che guida
l'auto a 30 miglia all'ora con un casco da football e si
fa innaffiare il giardino da un elicottero"), di un
modus vivendi ai limiti dell'ascetismo ("filmare non
è divertente. Ti devi alzare prestissimo tutti i
giorni", ha detto a Daniele Heymann per "Le
Monde" in un servizio tradotto su "La
Stampa").
L'insistenza sul sogno di "far esplodere"
l'ordine del racconto per immagini non deve sorprendere
in sè, visto che la destrutturazione del tempo è
l'elemento portante di tutta la filmografia kubrickiana:
ma è degno di nota il fatto che tale concetto sia
ribadito a proposito di un'opera il cui impianto
drammatico appare convenzionale, a dispetto della netta
(e proprio per questo problematica) separazione tra gli
episodi di Parris Island e del Vietnam. Mai come per Full
Metal Jacket, d'altronde, Kubrick è stato parco di
interviste: perfino Michel Ciment, abituato a incontrarlo
all'indomani di ogni nuova uscita, ha dovuto questa volta
accontentarsi di parlare a uno degli sceneggiatori (Michael
Herr su "Positif" 320, settembre 1987) ; la
televisione italiana, che pure aveva presentato
l'intervista a Kubrick come uno scoop, ha finito per
trasmettere (Rai 2, 30 ottobre 1987) pochi secondi di un
confuso dialogo telefonico sul divieto del film ai
minorenni ("anche nell'antica Roma esistevano le
commissioni di censura: ma non dovevano essere sciocche
come quelle di oggi.
Altrimenti Giovenale e altri autori non avrebbero mai
potuto essere conosciuti"). Pochi contatti con la
stampa, poche foto per la pubblicità, pochi appigli per
una lettura "formalista" della pellicola, che
lascia sconcertati quanti si attendevano da lui
l'ennesimo tour de torce tecnico dopo l'assenza di
gravità sul set di 2001, le riprese a lume di candela
per Barry Lyndon con un'emulsione ad altissima
sensibilità, la steadycam di The Shining: la fotografia
di Douglas Milsome, succeduto allo scomparso John Alcott,
denuncia il riverbero delle fiamme sull'obiettivo, i
"fuori quadro" della macchina a mano, la
sgranatura del colore nelle scene d'esterni ("è
tirata via alla maniera del cinegiornale", scrive
Tullio Kezich su "La Repubblica" del 10 ottobre
1987).
Estetica
dell'implicito
L'impressione immediata
è che Full Metal Jacket rappresenti lo stadio
"minimalista" del progetto estetico
kubrickiano, il più introflesso nel suo esito figurativo
e verbale. A fronte di un impiego parsimonioso delle
dissolvenze incrociate e del ralenti nelle precedenti
prove, Full Metal Jacket è prodigo nelle une e negli
altri, quasi a dimostrare che il rigore stilistico di
Barry Lyndon e The Shining è ora trasferito a un livello
più profondo, che rinuncia all'ordine esteriore della
carrellata per istituire un'abnorme geometria del
disordine.
Il turpiloquio del sergente istruttore (espresso in una
forma nella quale "non c'è praticamente una sola
frase d'inglese corrente in tutto il film", osserva
Jack Kroll, cit: non si è lontani dalla frantumazione
del linguaggio che fu di A Clockwork Orange) ha il
proprio leitmotiv in metafore anali, che si richiamano
all'atto della ritenzione e dell'espulsione degli
escrementi: Andrew Hislop, sul "Times Literary
Supplement" del 18 settembre (:1018) non ricorda di
aver mai udito in un film un così frequente impiego del
termine shit (merda).
È infine da notare che nella trasposizione dal romanzo
di Gustav Hasford The Short-Timers la violenza di alcune
situazioni è mitigata dalle immagini, rattenuta in
allusioni che si riversano sui dialoghi, se ne troverà
la traduzione nella rivista "Linea d'ombra", o
trasformata in senso ironico (così nella modifica al
nome del sergente istruttore: Gerheim nel libro, Hartman,
"uomo di cuore", nel film) come già si vide in
Dr. Strangelove, che condivide con Full Metal Jacket i
temi della guerra in quanto sostituto dell'atto sessuale
e dell'attentato nemico ai centri della fecondità
maschile. Non è illegittimo interpretare questa spinta
centripeta al "non detto", all'estetica
dell'implicito, come una conseguenza del dramma vissuto
da Jack Torrance nei labirinti dell'Overlook Hotel in The
Shining: la frase "all work and no play makes Jack a
dull boy" (tradotta con "il mattino ha l'oro in
bocca") nella versione italiana scritta ad libitum
sulla macchina da scrivere troverebbe così in Full Metal
Jacket una corrispondente metafora dell'atrofia creativa.
Ma la dirompente realtà sperimentata dal soldato Joker
in Vietnam è piuttosto un'atrofia di senso, una
disperata presa di coscienza dell'assenza di qualsiasi
motivazione razionale all'agire: in altre parole, la
scoperta che l'ordine strategico delle manovre militari
ha quale risultato la mancanza di un fine ulteriore
distinto dalla mera sopravvivenza.
"Vietnam can kill me but it can't make me
care", sta scritto su uno dei manifesti pubblicitari
del film; l'altro gli fa eco insistendo sul carattere
autoriflesso della percezione e dell'esperienza
sensoriale: "In Vietnam wind doesn't blow, it
sucks". Jocker combatte dunque per uccidere, ma non
gli importa di sapere perche; e accetta l'addestramento
non tanto per far esplodere il proprio istinto alla
violenza quanto per esserne risucchiato.
Il progetto originario di Full Metal Jacket prevedeva
l'inserimento di una voce narrante "fuori
campo", quella di Joker, per ribadire a più riprese
tale concetto (in un film che è già tra i più
"parlati" in tutto il cinema di Kubrick). La
decisione di eliminare quasi del tutto il commento
"off " limitandone l'impiego alla presentazione
del teatro degli eventi, alla stregua delle didascalie di
The Shining, era però inevitabile, del tutto congruente
alla logica dell'occultare un'idea allo scopo di renderne
evidente la latenza.
Ne rimane traccia in un trailer televisivo, una sequenza
di immagini prive di sequenzialità narrativa e cementate
da una frase-chiave: "quel che ho capito della
guerra è che non c'è niente da capire". Nichilismo
radicale? Provocazione antimilitarista? Ma Full Metal
Jacket non è un film antimilitarista, e sorprende che la
critica italiana di sinistra l'abbia esaltato come tale
solo perche il sergente Hartman apostrofa le reclute con
insulti quali "chi è quel lurido stronzo comunista
checca pompinaro che ha firmato la sua condanna a
morte?", Non c'è neppure l'ombra di una cosiddetta
"analisi" delle ragioni strategiche all'origine
della disfatta americana nel Sud-Est asiatico, e le
domande ai marines nella sequenza delle interviste
ottengono risposte in cui l'ideologia riveste un ruolo
marginale all'espressione di smarrimento che l'operatore
del cinegiornale raccoglie sul volto dei soldati.
Più chiara è invece la natura delle loro dichiarazioni
e la loro reazione agli eccessi dell'addestramento.
Era stato necessario cogliere al volo un'indicazione di
Diane Johnson, co-sceneggiatrice di The Shining, per
esplorare i corridoi dell'Overlook Hotel alla luce di un
testo psicanalitico, "Il perturbante" di Freud,
e si era avuto buon gioco nello spiegare con la fiaba, le
sindromi di isolamento e le turbe infantili quelle parti
del film che meglio corrispondevano ad alcuni passaggi
del trattato.
Full Metal Jacket anticipa l'eventuale nuova ricerca
delle fonti culturali del film citando Jung nel dialogo
fra Joker e un generale (con una frase assente nel
romanzo: "io volevo soltanto fare riferimento alla
dualità dell'essere umano, signore. L'ambiguità
dell'uomo, una teoria junghiana, signore"); ma se di
un suggerimento si tratta, è certo che esso solleva più
problemi di quanti non ne risolva. In termini
scientifici, lo studioso è posto di fronte a categorie
d'analisi desunte da entrambi i padri della psicanalisi.
La differenza è in questo caso di metodo.
Con Freud il sorgere del comportamento aggressivo è
descritto in termini fenomenologici, attraverso azioni a
sfondo simbolico che spiegano come un individuo è
trasformato in killer; con l'autore di Psicologia e
alchimia ci si addentra nei motivi di questa
trasformazione, per risalire al movente della frase
pronunciata dal soldato Animal davanti al cadavere di un
commilitone: "meglio a te che a me".
HAL 9000
e il soldato Lawrence
Dal primo punto di
vista, la frase "Born to kill" disegnata
sull'elmetto di Joker è il pendant dell'espressione
morituri te salutant pronunciata dai gladiatori di
Spartacus prima del loro duello di fronte a Crasso (tutta
la sequenza dell'addestramento di Spartaco si riverbera
d'altronde su Full Metal Jacket; ed è significativo che
entrambi gli istruttori, incarnazioni di altrettante
figure paterne, siano uccisi dai rispettivi
figli-allievi).
Imparare a uccidere significa apprendere l'arte del
disprezzo verso la morte, contenere l'impulso alla paura
e all'autodifesa in una disciplina che non tende a
trasformare l'uomo in una macchina ("Voi non siete
robot. Siete dei killer", dice il sergente Hartman)
ma in un'entità capace di controllare, mediante il
proprio corpo, il funzionamento del cervello, "Anda
re nella merda" (così i marines indicano il
gettarsi nella mischia) equivale a mettere alla prova la
propria capacità di essere padroni di un impeto
aggressivo coltivato durante otto settimane di
addestramento.
Il soldato lawrence, "Palla di lardo" (Gomer
pyle nell'originale), è vittima della propria
inettitudine all'esercizio di tale controllo: Hartman lo
punisce infatti secondo i rituali legati all'atto del
defecare, del non trattenere, dell'ingerire (e lo obbliga
a marce forzate con i pantaloni abbassati, a succhiarsi
il dito mentre le altre reclute sono costrette a
estenuanti esercizi di flessione, a mangiare una
ciambella alla crema davanti all'intera camerata). Dal
sergente istruttore viene pure una fiammeggiante
inventiva che integra oralità e analità in un'immagine
disgustosa: "vi faccio venire i muscoli al buco del
culo, che ci potrete succhiare il latte senza
cannuccia", Palla di lardo, infine, si spara in
bocca dopo essersi messo seduto su una latrina dopo che
Hartman si era scagliato contro di lui chiedendo "ma
che cazzo di cinematografo è questo? Che vi prenda un
accidente secco! Che cazzo ci state facendo nel mio
cesso?".
A dispetto della
linearità nella sua involuzione da recluta incapace a
specchio della follia, il personaggio del soldato
Lawrence è uno fra i più complessi in tutto il cinema
di Kubrick. Colpisce, a prima vista, l'identità della
sua espressione con quelle di Jack Torrance (The
Shining), di Alex (A Clockwork Orange), di Bowman al
termine del proprio viaggio oltre l'infinito (2001), di
Redmond Barry durante il duello con Lord Bullingdon
(Barry Lyndon). Ma a cosa corrisponde questa
reincarnazione dello sguardo? Non alla caduta dello
spirito nel baratro della violenza, poiché la lotta fra
Bowman e Hal non ha come posta la sconfitta
dell'avversario quanto la penetrazione di un mistero che
l'elaboratore aveva tenuto nascosto a tutti; neppure a
diverse manifestazioni dello squilibrio mentale, poiché
Redmond Barry deve fronteggiare il figliastro a dispetto
della propria intenzione di acquisire legittimità di
padre di fronte a lui. Palla di Lardo, inoltre, non ha
avversari: egli è anzi il solo ad avere introiettato
appieno l'insegnamento del sergente istruttore. Lui solo,
a Parris Island, si trova già nella condizione che gli
altri marines dovranno cercare nell'inferno del Vietnam:
durante la notte del Tet, il capodanno buddista, un
soldato esclama "vorrei andare nella merda",
mentre prima di suicidarsi Palla di Lardo risponde a
Joker "sono già nella merda. Fino al collo"
(nell'edizione originale "I am in a world of
shit").
Palla di Lardo ha "lo sguardo che vede
nell'aldilà" (così dice il marine che si trova di
fronte a Joker, durante la notte del Tet) ma la sua
autodistruzione ricorda la fine di HAL 9000 più che il
precipitare di Bowman negli abissi ciclici del tempo o la
fuga di Jack Torrance nei labirinti della reincarnazione.
Proprio perché la sua morte è l'estremo risultato di
un'educazione all'aggressività portata allo stadio
estremo, impersonale (e dà ai marines l'immortalità,
secondo una espressione cara al sergente Hartman), la
figura del soldato Palla di Lardo riassume i tratti di
una condizione che trascende l'individuo e che non può
essere compresa con i soli dati dell'esperienza se non a
costo di essere percepita come insensata. Tale condizione
è, secondo Jung, connaturata all'uomo in quanto specie:
le sue manifestazioni variano nelle epoche ma fanno parte
di un quadro mentale indipendente dalle caratteristiche
di ciascuna, "che non deriva da esperienze e
acquisizioni personali, e che è innato.
Questo strato più profondo è il cosiddetto inconscio
collettivo".
Nella fase di conseguimento della coscienza individuale,
l'Anima, distinta dall' Animus femminile, si configura
come "un caotico impulso vitale", nel quale è
tuttavia contenuto "uno strano significato, come una
scienza segreta o una saggezza nascosta". Il soldato
Lawrence, al pari di HAL 9000, di Alexander De Large e di
Jack Torrance, sembra giungere con la sua tragica catarsi
alla scoperta che questa saggezza è fondata su un ordine
che la tensione distruttiva rivela d'improwiso:
"dietro il suo gioco crudele col destino umano, si
nasconde qualcosa come un segreto disegno che sembra
corrispondere a una superiore conoscenza delle leggi
della vita. È proprio un caos improvviso, terrificante,
a rivelare un "significato" profondo... la vita
è folle e significante. E se non ridiamo della sua
follia e non speculiano sul suo significato, la vita è
banale e tutto si riduce al livello più basso. Allora
c'è poco senso e poco nonsenso. In fin dei conti, nulla
ha significato, perche quando non c'erano ancora uomini
dotati di pensiero non c'era nessuno che interpretasse
quel che accadeva; soltanto a chi non comprende occorre
fornire spiegazioni".
(Gli archetipi
dall'inconscio collettivo, 1934/1954. Le citazioni sono
tratte dalla traduzione italiana edita a Torino da
Boringhieri, 1977: 16, 54 e segg.).
"Sono
vivo. E non ho più paura"
Con ciò Full Metal
Jackat porta alla superficie la ragione più intima della
propria struttura a dittico e del carattere del suo
personaggio principale. Il soldato Joker si avvicina alla
comprensione dell'ordine che governa il mondo deridendolo
con motti di spirito e gadgats sull'uniforme (basati
entrambi sul principio della dualità: "saresti tu
John Wayne? E io, chi sarei?" è la sua battuta
preferita) e scrivendo storie immaginarie per "Stars
& Stripes" ("Quando il narratore sorride e
disprezza la morte il suo racconto si chiama romanzo
comico".
Raymond Queneau, Une histoire modèle, Paris, Gallimard,
1966: 23). La sua iniziazione è segnata da due eventi
speculari che dividono il racconto in altrettante entità
dalla struttura simmetrica: un universo della disciplina
ordine, regolato dalla vita di caserma, è fatto
deflagrare nella cruenta protesta di un soldato che si
toglie la vita; una geografia sconnessa, l'architettura
del caos disegnata da edifici semidistrutti in seguito
agli scontri con i vietcong, segna il ritorno di Joker a
una logica che si giustifica in base alla propria
incomprensibilità e si esprime nelle parole di una
guerrigliera ferita a morte che lo implora d'essere
uccisa.
Ciò che era ambiguo, contraddittorio, incompleto (la sua
esitazione davanti a Palla di Lardo prima di colpirlo con
un pezzo di sapone chiuso in un asciugamano, la
successiva furia dei suoi colpi davanti a un corpo
indifeso: una scena analoga era stata vista in A
Clockwork Orange quando Alex cade vittima dei poliziotti
ex-"drughi") è ora diventato nitido, coerente,
accessibile: "sono vivo; e non ho più paura".
Le due direzioni dell'avviamento di Joker alla violenza
non possono non ricordare la vicenda di Alex in A
Clockwork Orange: là il trattamento Ludovico lo rendeva
impotente di fronte ai nemici, e solo una terapia
contraria lo avrebbe ricondotto alla
"normalità" (al "non aver più
paura"); qui la normalità è raggiunta a spese di
chi, morente (la giovane Vietcong non è stata infatti
ferita da Joker), ha già visto l'aldilà.
Con una differenza sostanziale: perseguitato
dall'esperienza trascorsa Alex tenta il suicidio
gettandosi da una finestra, inutilmente (e, nel periodo
del coma, gli sarà sembrato di aver dormito "un
milione di anni"); in Full Metal Jacket il suicidio
è altrui, e Joker è spettatore inconsapevole di un
viaggio nel tempo di cui non conosce il fine ("i
morti sanno solo una cosa: che è meglio essere
vivi", dice davanti alla fossa comune che raccoglie
i corpi di venti civili vietnamiti), ne il senso. La
vietnamita uccisa alla fine di Full Metal Jacket è il
terzo personaggio-chiave del film. È la terza donna: le
prime due sono prostitute che contrattano le loro
prestazioni. È l'unico soldato vietcong visto in faccia
da Joker dopo aver superato trappole minate, bombe che
provengono da chissà dove e dilaniano i commilitoni,
attacchi di truppe che egli intravede appena come sagome
illuminate dai bengala durante l'offensiva del Tet.
È spietata: attira i marines allo scoperto, infligge
loro crudeli ferite che spingono gli altri ad accorrere e
a diventare a loro volta bersaglio dei suoi micidiali
colpi. "Niente più "bum-bum" per questa
baby-san", commenta un soldato mentre lei giace
moribonda a terra; ma il suo sguardo fisso, implorante,
non può essere compreso a fondo se non lo si mette in
relazione con lo sguardo cui si allude nelle altre due
occasioni in cui una donna fa la sua comparsa sullo
schermo. La prima segna un momento
"liberatorio" nel film: il dramma
dell'addestramento è finito, "finalmente" si
va in Vietnam (è interessante notare, al riguardo, il
sospiro di sollievo del pubblico all'apparire della nuova
ambientazione.
Tutto il film è d' altronde basato su un principio di
"spiazzamento" delle attese dello spettatore;
un esame approfondito delle sue aspettative, dapprima
esaltate dal turpiloquio di Hartman, poi frustrate dal
finale anti-epico, porterebbe senz'altro a risultati
degni di nota). La dirompente insistenza sulla fisiologia
orale e anale si stempera in un'ultima allusione
("io succhia-succhia... io fare tutto tutto",
assicura la prostituta) per subire una prima,
significativa deviazione; Joker vuol farsi fare una foto,
un ladro strappa la macchina fotografica dalle mani del
commilitone e accenna a un colpo di kung fu prima di
fuggire su una moto. È il primo atto di ostilità
subìto in Vietnam; un'ostilità legata allo sguardo (in
questo caso, all'obiettivo dell'apparecchio per immagini
fisse) che lega l'atto del vedere a un tentativo di
ricomporre nell'atto sessuale uno sfogo delle energie
vitali altrimenti fatte confluire nell'ordine supremo
della guerra.
M-i-c-k-e-y
M-o-u-s-e
Intorno alla seconda
prostituta condotta dinanzi a Joker non ci sono macchine
fotografiche. C'è però un cinema in rovina (dove si
proiettava il film Mao-Giang), ed è lì che il soldato
Animai conduce la ragazza dopo una breve discussione con
un marine di colore sulle dimensioni del suo pene (il
tema del confronto razziale permea d'altronde tutto il
film, dal "benvenuto" di Hartman alle
reclute", qui non si fanno distinzioni razziali. Qui
si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o
messicani", al suo ribattezzare
"Biancaneve" il soldato Brown). Durante i
combattimenti fra le macerie di Hué la mano del
fotografo Rafterman trema al punto che l'obiettivo della
sua macchina fotografica non riesce a fissare le persone
e gli oggetti; una successiva inquadratura in soggettiva,
realizzata nello stile di un reportage televisivo o di un
cinegiornale, è tutta un soprassalto a causa dei colpi
sparati nei dintorni; in elicottero, mentre un
commilitone sventola proiettili sui contadini vietnamiti,
Rafterman è còlto da conati di vomito e non riesce a
scattare una sola foto.
Le cose gli riescono meglio di fronte al cadavere del
vietcong adagiato in posizione seduta accanto a un
soldato del primo plotone H 25, dove Joker incontra il
soldato Cowboy; e riescono meglio alla troupe che
realizza la lunga panoramica sui soldati in assetto di
guerra, "duplicata" dalla macchina da presa in
altrettante inquadrature alle spalle e di fronte
all'operatore; l'una parallela all'altra, come in un
ideale corridoio dove l'autoriflessività dello sguardo
si moltiplica all'infinito. Fino a The Shining la
ricorrenza di questo tema iconografico il corridoio come
linea in cui si incrociano diverse prospettive
spazio-temporali, era legata alla geometria dei movimenti
e delle architetture in cui i personaggi si muovevano.
In Full Metal Jacket queste architetture sono distrutte,
devastate dall'azione dell'uomo (il ritrovamento di una
raffineria in disuso nei dintorni di Londra è stato un
colpo di fortuna, certo, ma la sua scelta per le riprese
del film trova origine in un passo del romanzo nel quale
si fa riferimento a "una stazione di benzina
bombardata", come si legge a pag, 81 dell'edizione
italiana di The Short-Timers, Nato per uccidere, Milano,
Bompiani, 1987); ne sopravvivono le mura portanti, freddi
parallelepipedi percorsi dalle sagome in ferro delle
armature e squarciati dai colpi dei bazooka. In queste
aperture, a profilo irregolarmente circolare, il nemico
invisibile trova una propria geometria dell'azione
offensiva, come su un tavolo da biliardo o su un campo da
baseball (cui allude del resto il primo ufficiale
incontrato da Joker a PhuBai, un ex-giocatore del
Notre-Dame).
I marines al comando di Cow-boy sparano all'impazzata
sugli edifici, crivellando senza scopo le superfici di
spazi che il cecchino Vietcong penetra invece con pochi
infallibili colpi; quello che uccide Cow-boy passa, per
l'appunto, attraverso una breccia di muro sorprendendolo
mentre cercava di mettersi in contatto telefonico con la
base (ecco un altro topos kubrickiano, visto l'ultima
volta nella sequenza di The Shining in cui Wendy Torrance
tenta di collegarsi con la stazione radio dei rangers;
un'ulteriore costante, la menomazione agli arti
inferiori, è "dichiarata" questa volta in
maniera più discreta, ellittica, nel passo zoppicante di
un marine dopo l'offensiva del Tet e nelle ferite
inflitte dal cecchino durante l'imboscata).
The Short-Timers presentava un altro riferimento alla
forma circolare, una palla da basket collegata a una mina
antiuomo (;158). Qui la palla è sostituita da un
coniglio di pezza, a sottolineare un ritorno (fatale,
perché portatore di morte) alla condizione infantile
ribadito nelle sequenze dedicate al soldato Lawrence, il
quale si fa vestire come un bambino da Joker e impara da
lui, con sguardo sorpreso, come si fa a montare i pezzi
di un fucile, quasi fosse un giocattolo, e nella canzone
di Mickey Mouse cantata nel finale ("Qualsiasi cosa
sciocca o non necessaria o banale viene chiamata «Mickey
Mouse», topolino, topolinata, o «Mickey Mouse shit»,
merdata topolinesca, in gergo", annota Hasford in
The Short-Timers, tr . it. cit.: 62;).
Un perfetto cerchio si trova invece nel tempio che serve
da quartier generale al plotone H 25, un'apertura che
collega un ambiente all'altro e che la macchina da presa
percorre nel lento movimento in avanti che presenta
l'incontro fra Joker e Cowboy, quasi una replica di
alcune inquadrature all'interno dell'astronave Discovery
in 2001. Il proliferare dei riferimenti concettuali alle
precedenti opere di Kubrick si fa, a questo punto,
vertiginoso. Cowboy si sta radendo nella stessa posizione
di Redmond Barry prima che gli sia portato l'annuncio
dell'incidente occorso al figlio Brian.
Nel tempio-astonave di Full Metal Jacket si trova inoltre
l'unico cadavere di vietcong visibile in tutto il film, e
il suo biancore mortale lo fa sembrare un essere umano
ibernato piuttosto che un corpo senza vita. La triade
morte-ibernazione-bianco si ritrova del resto
nell'asettica pulizia delle latrine in cui Palla di Lardo
si toglie la vita, e nella fossa comune dove venti civili
vietnamiti sono stati cosparsi di calce viva. Il ritmo
primitivo, violento delle canzoni che accompagna
l'ingresso di Joker nel tempio (Surfin' Bird, dei
Trashmen) e le riprese del cinegiornale (Woolly Bully, di
Sam the Sham and the Pharoahs) sottolinea la cadenza
negli spostamenti dei carri armati e nel succedersi degli
spari, come già si verificò in Barry Lyndon con la
marcia dall' Idomeneo di Mozart (nei passi di Redmond
davanti a Monsieur de Bailbari) e con la Musica per
archi, celesta e percussioni durante il dialogo fra Danny
e Jack Torrance in The Shining.
"Fear
and Desire" e oltre l'infinito
I motivi della
tradizione vietnamita cui si accenna nelle musiche
"sintetiche" (al pari di quelle composte da
Wendy Carlos per A Clockwork Orange) di Abigail Mead sono
ritmati su un rullare di tamburi memore della colonna
sonora di Laurie Johnson per Dr. Strangelove e
soprattutto a un tintinnio di xilofono che riprende le
scansioni temporali del brano di Bartòk impiegato in The
Shining.
L'ossessione del ritmo pervade pure la canzone-trailer
Full Metal Jacket (I Wanna be your Drill Instructor),
inclusa nella raccolta di brani presenti nel film e
basata su un'interpretazione in stile disco dance delle
litanìe oscene del sergente Hartman (il motivo è stato
in testa alle classifiche di vendita negli Stati Uniti e
in Inghilterra; non accadeva dai tempi di A Clockwork
Orange); ma anche in questo caso si tratta di
un'ossessione nascosta, più suggerita che dichiarata,
elusa da frequenti richiami al battito del cuore umano
(fra rumori d'ambiente sui quali i personaggi devono
gridare per farsi sentire: eppure anche Full Metal
Jacket, al pari degli altri film di Kubrick, con
l'eccezione di Spartacus e 2001, non impiega la
stereofonia, ed è forse l'unica grande produzione
recente della Warner Bros, a non fare uso del sistema
Dolby) e mimetizzata fra le pieghe di un racconto
anti-epico, lontano dal wagnerismo di Coppola (Apocalypse
Now) quanto dall'istinto melodrammatico rivelato da
Oliver Stone in Platoon.
Lo stesso Kubrick ha voluto che lo slogan della
pubblicità italiana al film fosse "una pagina epica
della guerra del Vietnam"; ma la scelta era
chiaramente provocatoria. Dopo dieci giorni di
programmazione la frase è stata sostituita con una
citazione dal quotidiano canadese "Toronto Globe and
Mail", "il più grande film di guerra mai
realizzato": eppure, anche in questo caso, si
insiste, con una tipica operazione di retorica
"rovesciata", su una qualità che entusiasti e
detrattori riconoscono a Full Metal Jacket, la sua
calcolata frammentarietà e il suo rifiuto di ogni
dimensione corale del racconto.
Dai tempi di The Shining si comincia a credere che il
"progetto kubrickiano" abbia una forma
circolare, e che il cerchio sia sul punto di chiudersi.
Il primo lungometraggio di Kubrick, Fear and Desire
(1953) era anch'esso un film a soggetto bellico; come in
Full Metal Jacket, la guerra era lo sfondo di un dramma
"da camera" dedicato al problema del
"doppio": c'è una pattuglia di quattro soldati
che elimina due militari nemici (interpretata dagli
stessi attori che ricoprono il ruolo degli aggressori,
secondo una logica che sarà di Dr. Strangelove), c'è un
caso di follìa, c'è una ragazza la cui figura riassume
i temi della paura e del desiderio. Kubrick ha ritirato
tutte le copie di quel film, sostenendo che si era
trattato dell'infelice tentativo di realizzare una
pellicola d'azione in forma di apologo.
Può darsi che, come sostiene Richard Combs sul
"Monthly Film Bulletin" dell'ottobre 1987 (645:
304-306), la rassomiglianza tra le due opere dimostri
soltanto che il regista "abbia imparato un modo più
coerente di esprimere contenuti filosofici mediante
l'azione"; ma sette anni di silenzio (un periodo
più lungo della vera guerra americana in Vietnam, come
nota ironicamente "American Film" in una nota
di produzione del giugno 1987) non si giustificano solo
per un ulteriore saggio di ciò che la struttura chiusa,
rarefatta di The Shining aveva già mostrato all'interno
di un "genere" più consono ai B-movies che ai
capolavori.
Neppure è detto che l'antico sogno kubrickiano di un
film su Napoleone sia destinato a rimanere nella leggenda
("non ci ho ancora rinunciato", ha detto a
"Le Monde", intervista cit.): la circolarità
del "progetto" non riguarda infatti le
occasioni di raccontare una storia (o di "farla
esplodere"), ma il senso del raccontare e del
conoscere il mondo sensibile. Il dilemma del soldato
Joker, combattuto fra l'istinto alla pietà e la volontà
di distruzione, davanti alla vietcong morente è una
prova della ricerca di quel senso che la vacua cantilena
dei marines in marcia nella notte, oltre il Fiume dei
Profumi, nega con sarcasmo ("io volevo tanto vedere
l'esotico Vietnam, il gioiello dell'Asia orientale.
Io volevo incontrare gente interessante, stimolante, con
una civiltà antichissima, e farli fuori tutti. Volevo
essere il primo ragazzo del mio palazzo e fare centro
dentro qualcuno"). Il suo doppelganger, Palla di
Lardo, è morto senza poter sfogare a colpi di fucile
questa ambiguità che sfocia nel Nulla, e Kubrick ha
lasciato che il Nulla diventasse il monolito oltre il
quale l'astronave Discovery, il suo cinema, si sta
dirigendo. Aldilà del Nulla...
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