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Primi minuti: quasi una
delusione. Dove sta la densità stilistica di Kubrick,
dove la sua elaborazione materica? Dove sono finite la
grafia translucida e la composizione ariosa
dell'immagine? Le ha sostituite una scrittura secca,
semidocumentaria, aliena dal culto della
"bellezza" che l'autore aveva praticato finora
con ossessivo perfezionismo. Ci si attendeva un film
segnicamente sontuoso, ci si ritrova invece una materia
visuale di consistenza sabbiosa, distanziata, fredda e,
al primo colpo d'occhio, apparentemente trascurata.
Perfino la musica, solitamente elaborata, stavolta
attinge all'universo magmatico dei suoni e delle voci
indifferenziate.
Si procede, e le cose vanno a posto. Si comincia a capire
cos'è accaduto. Ci si aspettava che Kubrick imponesse
una dilatazione suprema al cinema militare, proprio come
aveva fatto con quello di fantascienza, con lo
storico-letterario e con I'horror.
Si era preparati a una svolta contenutistica che però
mantenesse intatti i segni classici della grafia
kubrickiana: l'estrema cura del particolare pur nella
ricca visione d'insieme, il potere seduttivo delle
immagini affidato ad una completezza e magistralità
quasi sensuale. Invece l'autore stavolta non ha solo
mutato argomento ma anche stile, avendo compreso che
l'angolazione tematica da cui intendeva guardare al mondo
militare non poteva conservare l'antica complessità
grafica senza restare complice di quel mondo, senza
enfatizzarlo mentre ora si trattava di spogliarlo per
ridurlo ai suoi rituali vuoti, alla ripetitività
ossessiva, alla vacuità concettuale. Avesse Kubrick
mantenuto lo stile "denso" e "alto",
ne avrebbe fatta una tragedia; adottando invece lo stile
"arido" e "basso" ne ha fatto una
"tragifarsa" (la parola è di Vittorio Strada
per Pentimento) e una parodia.
Una comparazione si impone con l'ultimo Coppola, pure
centrato sull'ambiente militare e sul Vietnam.
Dove Coppola aggiunge, Kubrick toglie.
Dove Coppola vuole enfatizzare, Kubrick intende
"volare basso".
Mentre Coppola applica l'epopea anche al gancio in ottone
di un carro funerario attardandosi a fare l'aedo di
quella lucentezza militare, Kubrick demistifica la stessa
nozione di coraggio e distrugge il mito della caserma.
Il sedere stretto nell'attenti innamora Coppola ma non
trova grazia in Kubrick.
I sergenti seducono il boss italoamericano ma lasciano
freddo l'occhio sarcastico dello yankee europeizzato. A
una tale differenza di impostazione etico-concettuale, a
un tale divario di valutazione, non poteva che
corrispondere un salto radicale di stile. Ora noi,
vedendo Full Metal Jacket, capiamo. Ci rendiamo conto di
quel che Kubrick aveva inteso in anticipo. Ecco dunque
profilarsi in Full Metal Jacket il culto della
ripetizione come essenza stessa del rituale militare, una
certa secchezza visuale come corrispettivo dell'anima
arida. La pornolalia come nevrotica coazione a ripetere.
La voluttà del comando come tabula rasa della
concettualità e detrito del vissuto che, così macinato,
perde di senso. Immagini aliene da ogni belluria
ingannatrice. Kubrick, si direbbe, sa con Aristotele che
ogni tragedia non può evitare la catarsi; ma, poiche
catarsi nella sua materia e dal suo punto di vista non
può esservi, occorre evitare la tragedia, ricondurre
l'aggressività a incidente noir privo di spiegazioni
superiori.
Così Kubrick tratta sia l'uccisione del sergente in
chiusura del primo tempo che la "pattuglia
sperduta" al termine del secondo. Niente spiegazioni
ne intenerimenti: à la guerre comme à la guerre.
L'ammirazione cresce per questa testa solidamente
innestata sulle spalle, che ogni volta gioca la carta
giusta e tiene in mano le redini della manovra per
scegliere il terreno dove far piroettare i soldatini.
Bisognava togliere gli "eroi" dal tempio del
cinema e ributtarli nella sabbia che soffoca il respiro.
E forse possiamo trovare anche un altro motivo profondo
per questa scelta stilistica. Kubrick appare consapevole
del fatto che oggi la tragedia suprema su cui si gioca
l'avvenire stesso del mondo è quella della stupidità.
La tragedia della banalità di massa e dell'assenza di
direzione che si volge verso la ripetività come
esorcismo alla nullità. Una tragedia di nuovo tipo. Non
svettano più eroi come Edipo e Antigone ma si muore e si
uccide in quanto portatori di midcult. Tali sono i
sergenti di Kubrick, i suoi coscritti e perfino i suoi
'eroi' in Vietnam. La tragedia di massa, per venir
contemplata appieno, non può mutuare i modi cari a
Sofocle, ne quelli codificati nella Poetica di Aristotele
(questo abbecedario della costruzione drammatica). Nel
momento in cui gli uomini non sono più parlati dagli
Dei, neppure da dei soltanto simbolici, la tragedia
ritorna alla polvere da cui era nata. E non appare più
tragedia ma soltanto un horror della serialità, che
postula modi stilistici seriali. Questo, appunto, pare
dica Full Metal Jacket: benissimo, come solitamente in
Kubrick.
Mentre sto per chiudere queste righe mi capita
sott'occhio una frase di Hegel che, nella sua perenne
attualità, mi pare il caso di citare. Propone infatti, e
ripropone, l'eterna questione della reciproca dipendenza
fra materia e stile, interdipendenza di cui Kubrick ha
fatto in Full Metal Jacket un uso intuitivamente
perfetto, anche se non studia testi di estetica: ma i
grandi autori queste cose le sanno d'istinto, anche se
nessuno gliele insegna, ciò che anche li distingue dai
piccoli. Diceva appunto Hegel: "... il contenuto
dell'arte è l'idea, la sua forma è la sensibile
configurazione figurativa.
Ora, l'arte deve mediare questi due lati in una libera
totalità conciliata". E ancora: "... quanto
più eccellenti sono le opere d'arte, tanto più profonda
verità interna ha il loro contenuto e pensiero. Ed in
tal caso non si deve pensare solo ad una maggiore o
minore abilità di concepire e riprodurre le forme
naturali quali esistono nella realtà esterna. Infatti ad
un certo grado della coscienza e della rappresentazione
artistiche, il trascurare e deformare le produzioni di
natura non è una casuale mancanza di esperienza e di
abilità tecniche, ma è un 'intenzionale alterazione che
nasce dal contenuto che è nella coscienza, ed è da
questo richiesta. Vi è per questo aspetto un 'arte
imperfetta che rispetto al punto di vista tecnico e ad
altri punti di vista può essere del tutto compiuta nella
sua sfera determinata, ma che appare manchevole in
confronto al concetto stesso dell'arte e all'ideale.
Solo
nell'arte più alta l'idea e la sua raffigurazione sono
veramente corrispondenti l'una all'altra, nel senso che
la forma dell'idea è in se stessa la forma vera in se e
per se, perche il contenuto dell'idea che essa esprime è
a sua volta il vero contenuto.
Rientra in ciò, come è già stato accennato, il fatto
che l'idea in se e ad opera sua sia determinata come
totalità concreta ed abbia perciò in se stessa il
principio e la misura della particolarizzazione e
determinatezza della sua apparenza". (G.F. Hegel,
Estetica, Einaudi). La formulazione hegeliana parrà
astrusa, ma conferma, semplificando all'estremo, quanto
stavamo affermando: che ad ogni idea corrisponde una
forma, e che solo quella forma è adatta ad esprimere
quell'idea. |