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Stanley Kubrick - Analisi
Full Metal Jacket

di G. Dipersia e G. Campari

Full metal jacket, un racconto lucido e feroce della guerra del Vietnam - titolava qualche locandina o presentazione del film alla sua uscita.
In realtà il film di Kubrick è molto, molto di più.

Esso è - come al solito - un capolavoro di indicibile densità filosofica e di arte, cui il regista affida il cuore della sua riflessione sull'Uomo (individuo e società) e sulla Storia.

Il genere war-movie e la guerra del Vietnam sono pretesti narrativi e/o metafore per pensare, (ovvero dichiarare nel senso etimologico del de-clarare= illuminare con luci, colori, linee, suoni...= segni = immagini), attraverso il cinema, sulla natura umana, sulla sua ineludibile violenza, sui meccanismi oscuri della sua mente e della irrazionalità che vi alberga nelle forme della follia e della violenza individuale (per es. Il dottor Stranamore, Shining), della follia e della violenza nella società e nelle sue istituzioni (per es. Arancia Meccanica, o ancora Il dottor Stranamore) o della follia e della violenza nella Storia che si manifesta essenzialmente nella guerra (Orizzonti di gloria, Spartacus, Il dottor Stranamore, taluni momenti di Barry Lyndon, Full metal jacket).

Ovviamente nella filmografia di Kubrick ciascun titolo si presta ed obbliga a doverose letture multiple e/o pluristratificate, per decodificare correttamente il singolo film e avvicinarsi alla conoscenza del pensiero e della poetica dell'Autore.
La guerra è la metafora concettualmente più efficace e diretta del manifestarsi della violenza, dell'aggressività e in ultima istanza della irrazionalità umana: si spiega così la insistita presenza del tema della guerra nel cinema di Kubrick, in modo più o meno esplicito e appariscente. (v. a proposito la sua filmografia).

Il film di Kubrick pertanto non è realistico, né tanto meno documentaristico, come una lettura dello stesso, attenta soprattutto all'uso degli strumenti stilistico-espressivi dell'Autore, può agevolmente rivelare.

Kubrick persegue l'obiettivo estetico dell'effetto di reale, con cui fa conoscere a noi spettatori il suo pensiero, le sue emozioni di artista e di uomo, (v. l'orrore agghiacciante di alcune particolari sequenze o anche di singole inquadrature) e nello stesso tempo così ci spinge, crediamo, a prendere coscienza, in modo individuale e collettivo, della realtà dell'esistenza umana, della Storia e dei suoi meccanismi per fare poi, in piena responsabilità, le scelte che riterremo eticamente doverose e necessarie.
Alcune indicazioni utili per la lettura.

Titolo e nomi
Full metal jacket = Pallottola corazzata: concentrato di violenza istituzionale, quella che è delegata ai militari dalla collettività (stato, potere, popoli supini o consenzienti);

(Vedi anche Clockwork orange = Arancia a orologeria: concentrato di violenza individuale).

Joker (il jolly), una carta buona per ogni situazione di gioco, un bravo ragazzo riciclato in killer dall'istituzione, come intenzione dichiarata dal sergente Hartman = il braccio duro della stessa istituzione.

Come lui Animal e gli altri, tutti privati della propria identità, già nella sequenza iniziale della rasatura, e soprattutto Lawrence (= Lawrence d'Arabia / omosessualità ?) Palla di lardo.

Struttura filmica
Due atti di una tragedia
Spazio / tempo: due parti nettamente distinte.

1) Prima parte: Parris Island, base di addestramento dei marines.
Preparazione dell'evento tragico, con il progressivo e sempre più incalzante manifestarsi della violenza in tutte le forme fisiche e psicologiche, anche attraverso l'uso espressionistico della violenza verbale, fino alla sua esplosione nella follia omicida e suicida del soldato Palla di lardo. Lo spazio fisico è quello, limitato, della base e il tempo viene scandito, senza indicazioni significative, da un ritmo giorno/notte perennemente sottolineato da manifestazioni di aggressività.
Ad evidenziare il carattere antirealistico dell'opera basti ricordare che il film è girato nei dintorni di Londra, in una vecchia fabbrica dismessa trasformata in set, lontana mille miglia dalla base di Parris Island (che si trova in realtà in Texas) e soprattutto dal Vietnam e dalla giungla vietnamita.

2) Seconda parte: Vietnam, base di Da Nang e giungla/foresta dove si svolgono le operazioni di guerra.
Il regista esprime l'usuale irrisione dei miti del sogno americano in varia forma: i mass-media e la verità dell'informazione; il mito della frontiera, della civiltà, della democrazia (vedi John Wayne e l'immaginario collettivo americano etc.)
Attacco nella notte del Teth (Capodanno vietnamita) alla base di Da Nang.
Le operazioni di guerra nella giungla sono caratterizzate da manifestazioni di violenza ferina (Homo homini lupus!), inesprimibile forse a parole, e invece proposta attraverso immagini di ineguagliabile potenza espressiva.

Le forme
Per quanto riguarda le forme del linguaggio cinematografico di Kubrick, va ricordata l'insistenza sulle forme geometriche, linee rette, perpendicolari, griglie e anche cerchi (= obiettivo = occhio, specie nella seconda parte). Lo stile kubrickiano è riconoscibile nella scelta delle inquadrature, dei piani, dei campi, dei movimenti di macchina (da notare alcune magistrali carrellate) e nel montaggio. Quanto al colore, dominano i colori freddi, il bianco e il blu, nella base di Parris Island e i colori caldi, soprattutto il rosso del fuoco e del sangue, in contrasto con il nero, nelle sequenze in Vietnam.

Colonna musicale
Una nota particolare merita la scelta della colonna sonora, in cui mancano le solite composizioni classiche care a Kubrick, sostituite da musica pop e rock. Si inizia con la canzone Goodbye my sweetheart, hello Vietnam (visione popolare e sentimentale della guerra) e si conclude con l'ironica, agghiacciante marcetta di Topolino cantata dai soldati che avanzano in mezzo alle macerie, a commento delle parole finali di Joker: "Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì: ma sono vivo e non ho più paura".

Il film si chiude sulle note di Paint it black dei Rolling Stones, che accompagna i titoli di coda su uno schermo nero, destinato a diventare totalmente nero quando le immagini sono finite.

Il pessimismo gelido di Kubrick spegne il rosso dei bagliori degli incendi. "Ho visto una porta rossa e voglio dipingerla di nero, non voglio più colori ma tutto dipinto di nero", canta Mick Jagger. Il messaggio è diretto, lucido e spietato, definitivo.
A noi poi le scelte, guardando in faccia la realtà.