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Stanley Kubrick - Analisi
Eyes Wide Shut

di Francesco Patrizi

Eyes Wide Shut è l’ultima riflessione di Kubrick sul tema più importante che ha guidato il suo cinema: l’esperienza della visione. Al di là di qual si voglia giudizio estetico, il film va totalmente sfrondato dalla patina di superficie. La storia dei due coniugi, i simboli espliciti dell’arcobaleno, del sacrificio della prostituta, della maschera e del volto, vanno relegati in un diverso ambito, poiché appartengono a Schnitlezer e alla sua poetica della decadenza; sua è la morale! Il testo è una griglia che permette a Kubrick di concretizzare la problematica intorno all’atto della visione. Il discorso è troppo ampio e complesso , qui si può brevemente suggerire di scovare le tracce di una “critica” Kantiana dell’occhio; Eyes Wide Shut va soprattutto considerato come il completamento dell’occchio che fotografa la Morte al lavoro di Full metal jacket.

Il legame con il film precedente può aiutare: lì domina il sistema binario, la geometria, l’ordine, il film stesso è diviso in due parti nette (una razionale e una irrazionale) e l’occhio di Joker “si fa storia” (in un movimento hegeliano) attraverso il reportage sulla morte. Sintetizzando si può affermare che l’occhio di Full metal jacket abbraccia l’esperienza fenomenologia in un percorso che va dal “sogno” del logos di poter dare al mondo un ordine razionale, alla distruzione “irrazionale” della Morte e allo scacco della storia.

Eyes Wide Shut è il completamento di questo percorso: è un atto di sfiducia conclusivo, categorico, l’impossibilità (o l’incapacità) dell’occhio (considerato come l’ipostasi della libido) di “farsi storia”! La Kidman che invita, nell’ironico quanto all’armante contorno consumistico dei pelouches, il marito a “to fuck” è l’ultima fagocitazione, la conclusione fallimentare del viaggio dell’occhio, ovvero il fallimento della visione come atto puro di “rivolta”, possibilità ultima ed estrema di esperire la molteplicità, di “poter essere”. Il falso happy end del “to fuck” è la rivincita della Contingenza, l’impossibilità del cambiamento, il definitivo trionfo della società capitalista; l’impossibilità (e questo ce lo dice Schnitlzer) del dottore di vivere più vite. Così, nel film, l’esperienza ripiega sul voyeurismo, la castrazione è continua, poiché il tema profondo di Kubrick verte sull’implosione del film stesso, sull’estetizzante patinatura da feuilleton; il film è volutamente un “atto mancato” freudiano, un tentativo di liberazione già perso. Il potere dell’immaginazione, che potrebbe scardinare l’ordine costituito del logos, soccombe inevitabilmente e resta il fantasma di una potenzialità inespressa, imbavagliata e forse anche sconfitta.

Questo è Eyes wide shut. Analizzare la trama può essere fuorviante: il tema non è la frustrazione sessuale né la coppia borghese oggi.
Questo è Schnitlzer. Eyes Wide Shut va a completare la filmografia kubrickiana anche solo per il breve inserto della Kidman che si spoglia allo specchio: frammento riassuntivo dell’anima del film, pochi secondi che rendono l’astrazione assoluta dell’ultimo pensiero di Kubrick.

LA CIVILTA' DELL'IMMAGINE
La donna si guarda allo specchio, si dondola al ritmo della musica; porta gli occhiali; si toglie un orecchino, il marito, Bill, comincia a baciarle il collo, a toccarla. Lo sguardo di lei si perde nel vuoto. E’ una breve sequenza di Eyes Wide Shut, ma contiene l’intero percorso del film. Qui si tenta un breve approccio alla polisemia dell’immagine.Il simbolo dello specchio allude sempre ad un mise en scène; nella visione duplicata, l’originale resta come referente, come soggetto, il doppio traspone la visione su un piano simbolico materializzando i fantasmi e le ombre dell’originale. In altre parole, il doppio allo specchio è il risvolto dell’originale e tutto, nel doppio, ha valenza simbolica.Gli occhiali, indossati dalla donna, generalmente indicano un potere di visione rafforzato, ma precario; in questo caso sono il segno di una “lucidità” che inibisce l’abbandono ai sensi, sono un segno di frigidità. L’orecchino fa parte di un gioco di seduzione, indica lo statuto feticistico dell’oggetto erotico.

Il moto ritmico ondulatorio con cui la donna si spoglia, infine, implica un richiamo alla sessualità e ai suoi riti sedimentati; in questo caso l’ondulazione è un richiamo “infantile” della libido. L’orecchino, gli occhiali e il moto ondulatorio definiscono quindi la donna come proiezione del desiderio sessuale del marito, nello specchio compare l’immagine della libido sessuale con le sue problematiche e con le sue stratificazioni. L’oggetto si connota soprattutto secondo tre sfaccettature: la frigidità, il feticismo e la fuggevolezza.Alla frigidità fa eco, nel film, la necrofilia della scena dell’obitorio. Al feticismo il travestimento e il minacciato denudamento durante l’orgia. Alla fuggevolezza fa richiamo il voyerismo del protagonista.

A questo punto è importante soffermarsi sullo sguardo perduto della donna alla fine della breve sequenza dello specchio, poiché il voyerismo (tema portante del film) presuppone un oggetto irraggiungibile ed intoccabile. Va inoltre sottolineato che, sempre nella sequenza dello specchio, nel momento di maggiore condensazione onirica (nell’accezione psicanalitica del termine) entra in scena Bill, l’Io agente, che comincia a toccare la donna, mentre la macchina da presa procede in avanti con uno zoom ( movimento di “concentrazione”). Abbiamo così la libido scissa nell’oggetto desiderato e nella forza desiderante, nell’Io agente, il quale non ha né segni né orpelli ( Bill infatti è nudo ) giacchè è semplice “meccanismo” che aziona il movimento della libido verso l’oggetto. E’ chiaro, a questo punto, che l’occhio della macchina da presa ( che è il vero Soggetto dell’intero film) è l’Io che scruta la propria libido.

Quella libido che, nelle varie ipostasi del film, prende corpo sia nella moglie che nelle varie ragazze che Bill incontrerà. Ipostasi che comunque non segnano le tappe di una evoluzione, ma un movimento circolare, chiuso. La battuta che la donna recita alla fine del film (“scopare!”) altro non è che l’esplicitazione dell’impossibilità di possedere l’oggetto; l’atto sessuale tout court è la riduzione ai minimi termini della forza immaginifica della libido, quella libido che non ha trasportato Bill verso nuove esperienze, che non ha rivoluzionato la sua vita, o meglio, il suo occhio (!), ma che è rimasta intrappolata nei tabù. Il valzer che accompagna l’ultima scena ci riporta all’inizio del film (segno che il cerchio si è chiuso), ma tutto era già “detto” nella breve sequenza dello specchio, quando lo sguardo della donna si perde nel vuoto: il marito, Bill, entra in scena e l’oggetto diventa subito sfuggente, evanescente. Possedere l’oggetto equivale a perderlo. Kubrick, in altre parole, ci parla della civiltà dell’Immagine.