Effetto
Shining - Analisi
Tecnica
ed espressionidi Paolo Cherchi Usai
L'Overlook Hotel,
stazione di transito di un ricco turismo estivo sulle
Montagne Rocciose nel Colorado, è l'immenso labirinto in
cui è destinata a disintegrarsi la lucidità mentale di
Jack Torrance (Jack Nicholson), invitato dai proprietari
a fare da guardiano invernale appunto all'Over look, ma
anche avvertito che il suo totale isolamento ha già
provocato, anni addietro, una funesta tragedia: il
custode dell'Overlook, Grady, sconvolto da quella
solitudine prolungata aveva fatto scempio di moglie e
figlie. All'Overlook Jack Torrance conduce (con uno scopo
già preciso, ma che soltanto l'incontro di quel
labirinto con il suo inconscio gli renderà evidente) la
moglie Wendy (Shelley Duvall) e il figlioletto Danny
(Danny Lloyd).
Quest'ultimo gode di una facoltà molto particolare, lo
"shining", ha cioè facoltà di percezioni
extrasensoriali che gli consentono comunicazioni
interpersonali ed extratemporali precluse ad altri.
Grazie allo "shining", Danny stabilisce un
contatto con le due figlie di Grady, rese vittime della
follia omicida del vecchio guardiano, la cui vicenda
attrae ogni giorno di più Jack Torrance-Nicholson nei
recessi incogniti del labirinto-Overlook, laddove si
annida la chiave della tensione che egli sente crescere
in se.
Sfibrato dall'incapacità di scrivere il romanzo che si
era riproposto di mettere a punto nella (presunta) quiete
dell'Overlook Hotel, Jack Torrance, ormai sconvolto,
disperatamente non fa che trascrivere su molti fogli la
stessa frase: "AlI work and no play make Jack a dull
boy" (Molto lavoro e nessun gioco hanno reso Jack un
ragazzo poco intelligente) mentre avverte che la figura
di Grady sta nuovamente plasmandosi nella sua mente e nel
suo cuore. Lo avverte anche il figlio Danny, messo in
allarme dalla "Iuccicanza" (lo
"shining") e la moglie Wendy, travolta dalla
situazione che non riesce più a decifrare e coinvolta
per prima nel gioco di morte instaurato da Jack
Torrance-Nicholson.
Isolati anche nella possibilità di comunicare, Wendy e
Danny sembrano sempre più precipitare nella
"maledizione" inavvicinabile, la 237, e alla
tragica vicenda dei familiari di Grady. Va a vuoto anche
il tentativo del piccolo Danny, il cui
"shining" riesce a chiamare in aiuto il
capocuoco dell'Overlook, Hallorann, che scavalca una
turbinosa tempesta di neve solo per farsi squarciare
dall'ascia omicida di Jack. Ma all'epilogo la
disintegrazione della lucidità mentale di Jack si compie
fino all'estremo limite e dall'Overlook-labirinto
soltanto Danny, con il suo "shining riuscirà a
trovare la via di fuga.
La prima novità di THE
SHINING stando almeno alla cronologia esteriore del film,
consiste nella sovrapposizione ortogonale di due tipi di
"scorrimento": uno verticale, nei titoli di
testa (caso pressochè unico nella filmografia
Kubrickiana, avvezza in questo campo alle inquadrature
fisse), l'altro orizzontale, nello "sguardo"
soprannaturale che sfiora l'automobile dei Torrance e
sovrasta l'azione e il destino dei personaggi (1) ; una
terza coordinata, quella temporale, segue un percorso che
sembra costituire il terzo, e più importante, labirinto,
prima di quello vero e proprio, adiacente l'Overlook
Hotel talmente involuto da generare il sospetto che il
suo centro debba identificarsi con l'ingresso.
Conserviamo traccia di questa linea immaginaria nella
sequenza in cui Jack lancia la palla da baseball prima
verticalmente, facendola rimbalzare sul soffitto, poi
orizzontalmente, scagliandola con forza lungo il
corridoio, prima di volgersi a osservare il modello in
scala del labirinto; più tardi, significativamente, la
stessa palla da baseball giungerà, da un luogo
indefinito, di fronte alle automobili-giocattolo del
piccolo Danny.
I
Le riprese in elicottero
con le quali viene introdotto, ancora in senso lato,
questo principio di scorrimento colpiscono lo spettatore
per la loro gelida e innaturale fluidità, frutto di
un'accuratezza nella realizzazione tecnica probabilmente
senza precedenti. John Alcott, già direttore della
fotografia in 2001: A SPACE ODYSSEY, A CLOCKWORK ORANGE e
BARRY LYNDON, non ha dubbi in proposito: "ho il
dovere di segnalare le meravigliose riprese che Greg
MacGillivray ha effettuato dall'elicottero. Queste
immagini sono una grande introduzione al film, e alcune
tra le migliori riprese dall'elicottero che io abbia mai
visto. "(2) All'elicottero si devono pure le
immagini d'insieme del Timberline Lodge Hotel (Mt. Hood
National Forest, Oregon) a cui Kubrick e lo scenografo
Roy Walker si sono rifatti per riprodurne gli esterni
presso gli studi EMI di Borehamwood: "nelle fasi
preliminari del nostro lavoro ci siamo avvalsi di modelli
in cartone, dotati degli stessi colori e delle stesse
scenografie che si intendeva adoperare nel film, pronti
per le prove di illuminazione.
In questo modo ho potuto dotare il set prima di dieci
finestre, poi di cinque, e fotografare il tutto con la
mia Nikon utilizzando la stessa angolazione che avremmo
voluto usare con la macchina da presa. Abbiamo cosi
ottenuto un'idea di base di ciò che si sarebbe visto
sullo schermo. Ci siamo comportati cosi con tutti gli
ambienti, anche per quelli che probabilmente sarebbero
stati costruiti due mesi dopo l'inizio delle riprese.
" Kubrick gioca d'audacia con la planimetria
dell'Ovellook Hotel, e particolarmente in quella della
cucina e dei servizi, e con i movimenti dei protagonisti.
Ne ha ben donde, se è vero che la Steadicam, autentico
elicottero per interni, mantiene le proprie promesse; ma
cosa entusiasma il regista al punto da fargli affermare
che questo strano apparecchio "dovrebbe
rivoluzionare il modo in cui vengono ripresi i
film"? (3) Si tratta di una macchina da presa, di
solito la Arriflex 35BL; una 2C, più maneggevole, nelle
scene di labirinto, sospesa e comandata tramite un
braccio metallico sostenuto da imbracature poste sulle
spalle dell'operatore.
I comandi gli consentono di alzare e abbassare la
macchina sino a livelli inferiori ai quarantacinque
centimetri da terra (4) ; lo stesso operatore è in grado
di camminare in avanti e all'indietro e di correre,
fermarsi di colpo e voltarsi con un scatto mantenendola
assolutamente stabile: coniugando insomma i maggiori
pregi del carrello e del dolly alla funzionalità della
camera a mano. Rispetto al dolly, la Steadicam garantisce
movimenti e velocita, nonchè controlli di partenza e
arrivo, assai più soddisfacenti e affidabili.
Se utilizzata da un operatore esperto, essa consente di
effettuare spostamenti rapidi e sciolti, di cui la
stabilità dell'immagine non risente in alcun modo, e
prestazioni nel complesso mai raggiunte da una macchina
da presa in movimento. la Steadicam è, in effetti,
l'innovazione tecnica di cui THE SHINING si fa manifesto
artistico superiore. Il suo caratteristico modo di
condurre l'obiettivo è l'esito tecnologicamente ed
espressivamente più avanzato di un'avventura stilistica
che, partendo dalle trincee di PATHS OF GLORY e passando
per la gigantesca ruota-abitacolo di 2001, aveva
conseguito il suo massimo nitore nell'altra ruota-bazaar
in cui passeggia, in abito lyndoniano, il giovane
teppista Alexander De large e, quattro anni dopo,
nell'escursione di lord Bullingdon per le stanze della
cadente abitazione del patrigno: tutto questo nell'unicum
d'un universo di carrelli e movimenti all'indietro,
bisogna riconoscerlo, virtualmente induplicabile.
THE SHINING contiene numerosissime prove delle
eccezionali prestazioni du cui questo congegno e il suo
inventore-progettista-operatore, Garrett Brown, sono
capaci. lungi dal rimanere veicolo di acrobazie o di
riprese forzatamente spettacolari, la Steadicam dà il
meglio di sè quando ha il compito di rendere
"naturali" movimenti solitamente impossibili,
risolti con il montaggio o con I'ellissi. Ne è singolare
esempio la seconda delle diciotto sequenze eliminate, a
fini di economia narrativa, dalla copia definitiva
distribuita nei circuiti europei (5): in essa Danny,
nell'appartamento di Boulder, vede per la prima volta le
gemelle Grady e sviene.
Un dottore visita il bambino, lo trova normale e
rassicura la madre. le fasi susseguenti la visita vengono
in questo caso descritte da un obiettivo che accompagna i
personaggi, senza soluzione di continuità, dalla camera
da letto ad uno stretto corridoio, dove lo sguardo della
macchina da presa si ferma improvvisamente presso una
curva, muove verso l'alto e ridiscende planando di fronte
al divano del salotto, rimanendo infine ferma per alcuni
secondi a seguire il dialogo.
Certamente non v'è difetto di imprese memorabili, quali
ad esempio la corsa di Wendy dalla zona caldaie alla
Colorado lounge, il cammino a ritroso della stessa Wendy
sulla scala, davanti a Jack o l'esplorazione delle cucine
da parte del terzetto formato dalla madre, dal figlio e
da Hallorann all'inizio del film, dove la macchina compie
ciò che sarebbe stato impossibile ad un dolly sia nei
termini dello spazio disponibile, sia riguardo al
completo "fluido" di un percorso assai tortuoso
che la Steadicam valorizza senza dover ricorrere a
improvvise panoramiche; si deve dare comunque ragione a
quanti preferiscono sottolineare la scioltezza delle
brevi inquadrature di collegamento (Danny che entra
nell'appartamento dei genitori a cercare l'automobile dei
pompieri, Wendy che scende tre rampe di scale, etc.), se
non altro perchè in queste ultime il principio ideale
della danza, peraltro già bene espresso in sequenze più
ariosamente strutturate, nell'incontro fra il movimento
di macchina, il gesto dell'attore e la cadenza musicale
(6), ha modo di ricomporsi nell'invisibile disciplina
della narrazione marginale: nella chiusura di una porta o
nell'uscita di Wendy dalla zona-centralino.
II
La misura della danza
riprende, con alcune modifiche, una concezione del
movimento nello spazio che privilegia il momento della
soggettività rispetto a quello della rappresentazione
dell'itinerario visivo. Jack Torrance "perde"
il confronto con il figlio durante l'inseguimento in
cucina, ma è anche sconfitto, il che è più grave,
avendo avuto a disposizione due (e forse tre)
rappresentazioni plastico-geografiche del labirinto, nel
corso del conflitto epico tra due intelligenze nella
straordinaria sequenza finale all'esterno
dell'hotel/astronave che la famiglia deve custodire e
mantenere in funzione. Anzichè riprendere la scena
dall'alto, seguendo un procedimento simile a quello
prescelto per la prima escursione di Wendy e Danny,
Kubrick preferisce immettere l'occhio della macchina da
presa al centro della competizione.
Non c'è inquadratura
che mostri il paesaggio di uno dei due
"giocatori" in un braccio qualsiasi del
labirinto da una posizione esterna o comunque decentrata
rispetto all'azione.
L'obiettivo segue lo sciogliersi del dramma
neutralizzando la propria partecipazione
"emotiva", ma esaltando per questo la tensione
provocata dai fatti, nella geometria di un cammino che è
al tempo stesso corsa e tracciato.
Qui, più che altrove, la Steadicam dichiara la
necessità della sua presenza; e, questa volta, i motivi
stilistici di tale necessità si confondono con quelli
tecnici. Oltre alle consuete ed evidenti ragioni relative
alla manovrabilità e alle dimensioni dell'apparecchio,
intervengono a questo punto motivazioni afferenti
l'ordine, altrimenti detto la "metrica", del
suo movimento, e il suo rapporto con la luce.
Consideriamo intanto, brevemente, quest'ultima.
La luce di THE SHINING, come avremo modo di mostrare più
avanti, fa parte del Tempo che Kubrick indaga, cosi come
ne fanno parte l'antecedente storico del massacro
perpetrato da Delbert Grady (l'avvenimento dato) e
l'antecedente visivo della festa da ballo datata 4 luglio
1921 (l'avvenimento suscitato dalla presenza di Jack
Torrance). Vista quale veicolo, o indicatore
"naturale", dello sfaldamento cronologico, la
luce entra a far parte del décor non solo perchè
necessaria a "vedere", ma anche perchè
sufficiente a "ricreare" l'esistenza delle
persone e degli oggetti contenuti nel'Overlook. I
candelieri della Colorado lounge e i pannelli che
sembrano contornare l'apparizione d'un faustiano barman
degli anni venti fanno parte dell'hotel esattamente come
i riflettori del labirinto "delimitano" le
direzioni dei sentieri di ghiaia. Sull'illuminazione del
labirinto, di cui riproduciamo qui sotto lo schema
utilizzato per le riprese (e limitato pertanto al settore
meridionale),
Alcott
precisa che questo: "è stato illuminato con i
normali riflettori adoperati per l'illuminazione a giorno
dei parchi pubblici (Thorne lights da 1500 Watts). La
sequenza dell'inseguimento notturno, è stata realizzata
unicamente con quelle luci, se si esclude l'occasionale
aggiunta di una lanpada di sostegno dietro alla macchina
da presa. La neve che ricopre l'Overlook e il labirinto,
costruito con fronde di pino collegate tra loro entro
casseforme di legno compensato, è in realtà un composto
di polistirolo e sale profondo dai trenta ai sessanta
centimetri, dotato di un notevole potenziale di riverbero
e di un alto grado di tossicità, se vaporizzato insieme
alla nebbia artificiale delle pareti della siepe. Perchè
la danza della neve risulti perfettamente congegnata, è
necessario ottenere la più completa sincronia tra gli
attori e l'obiettivo.
Da anni attento ai problemi della perfetta ripetibilita
di una medesima sequenza, Kubrick trova nella Steadicam
uno strumento duttile e facilmente controllabile. Per
tutte le sequenze del film, tra l'altro, l'operatore è
fornito di un tachimetro che gli serve a ripetere la
prova con velocità crescenti, decrescenti, e infine
costanti per ottenere il massimo dai protagonisti.
Ma per il labirinto è diverso. Sono diverse le
condizioni materiali in cui l'operatore lavora, e
diverse, ancor più sofisticate, sono le esigenze che il
regista ha bisogno di rispettare.Le riprese devono essere
compiute da un'altezza minima, ritmate dall'occhio
dell'autore, variate in ampiezza e profondità a seconda
che venga inquadrato l'inseguitore (Jack) o l'inseguito
(Danny), Nessun'altra persona, oltre all'operatore e ai
due attori, può muoversi all'interno del labirinto,
tantomeno con tutta quella neve.
La soluzione del problema, a cui si arriva dopo ripetuti
e sfortunati tentativi con un collegamento radio,
proviene dal mezzo televisivo pure citato direttamente
nel film: "su entrambe le macchine sono state
montate delle piccole telecamere che ci permettevano di
vedere subito in che modo venivano girate le sequenze.
Ciò è stato particolarmente utile nell'uso della
Steadicam, poichè si presentavano assai di frequente
casi in cui sarebbe stato praticamente impossibile
osservare le varie fasi della sequenza prima
dell'indomani, dopo la stampa dei rulli giornalieri.
Sono, anzi, dell'opinione che tutte le case costruttrici
di macchine da presa dovrebbero da oggi tener conto di
questa innovazione.
"L'uso della televisione a circuito chiuso modifica
in senso rigorosamente analitico la relazione
tecnico-espressiva che il regista cinematografico era
solito instaurare tra il modellato narrativo della
sequenza e lo sfruttamento razionale del mezzo. Una volta
risolto, in altri termini, il problema dell'adeguamento
delle possibilità dello strumento alla natura visiva del
tratto d'opera da completare, il massimo impegno può
essere ora devoluto all'elaborazione di quel modo
artistico del significare che d'un problema tecnico non
fa più la sua esclusiva ragione di esistere ma, al
contrario, l'impulso a cercare soluzioni estetiche di
volta in volta sempre più soddisfacenti.
Come accade in
qualsiasi attività intellettuale, il continuo confronto
tra mezzi (d'espressione, di ragionamento, d'azione),
risorse (tecnologiche, psicologiche) e obiettivi da
conseguire implica la soluzione di problemi e la scelta
tra alternative egualmente praticabili; ma, in arte, ciò
che è "praticabile" sotto un punto di vista
meramente espressivo non lo è necessariamente in quanto
modo consequenziale d'espressione di una pluralità di
concetti che l'autore vorrebbe ora spontanea, ora appena
percettibile.
Considerato entro questi limiti, lo schermo convesso
applicato ad una macchina da presa non fa del regista un
demiurgo del significato visivo. Più modestamente, lo
rende semmai libero di scegliere a quale tipo di
significanza egli intende aderire, e lo scioglie per
qualche momento dall'obbligo di dare ad intendere, con
l'ultima ratio di una camera a mano in corsa, ciò che
non avrebbe in quell'occasione voluto.
Soltanto a questo punto alcuni particolari espedienti,
altrimenti scivolati nell'aneddotto, acquistano uno
spessore inedito perchè resi necessari dalle nuove
tecniche: come nel caso della Steadicam, che non solo
può seguire un'azione stando di fronte o dietro ai
personaggi, ma può anche tornare sui propri passi senza
lasciare traccia di se. E' la nota e importantissima
sequenza della corsa a ritroso di Danny, che inizia con
il cammino ricalcato nelle orme lasciate sulla neve; con
la Steadicam anche l'operatore, che indossa galosce della
misura del piede di Danny, non lascia traccia del suo
passaggio.
Similmente a quanto accade in 2001 (l'impossibilita del
ritorno dallo spazio siderale esterno a Giove e la caduta
nei multicolori corridoi temporali nella c.d. sequenza
"psichedelica"), Jack muore congelato (vedi
l'ibernazione degli astronauti del Discovery.
L'ibernazione non viene forse definita come uno stato
sospensioni delle funzioni vitali davanti allo scorrere
del tempo?) dopo essersi letteralmente perduto nei
corridoi di un indefinibile spazio-tempo (vedi il lento
morire dell'immagine di Jack, nera sagoma contro una luce
che pare lontanissima). L'ascia di Torrance, che rammenta
un simbolo molto comune sulle mura del palazzo-labirinto
di Cnosso (e l'origine pre-ellenica del termine
"labirinto", lubrys (ascia), dice qualcosa
sull'uso di quell'arma nel film) riesce a uccidere
Hallorann, ma non lo salva dal freddo e dalla micidiale
sovrapposizione dei piani temporali.
III
L 'idea di illuminare le
scene di THE SHINING con fonti "naturali"
risale a BARRY LYNDON, anche se ne conserviamo menzione
in alcuni precedenti Kubrickiani. THE SHINING riprende
l'argomento dal punto in cui era stato lasciato
risolvendo brillantemente alcuni difficili problemi d'uso
della luce elettrica d'ambiente: "tutte, o quasi, le
luci usate per la fotografia del film erano d'ambiente.
Esse facevano parte dell'hotel.
I tecnici, a causa dell'enorme impianto elettrico che era
necessario mettere a punto, hanno dovuto iniziare i
lavori quattro mesi prima dell'inizio delle riprese sotto
miei controlli settimanali. Dovevamo dar luce a
innumerevoli candelieri e soffitti". Al motivo
estetico ideale di questa scelta, come spesso accade e
come già abbiamo spiegato, si accompagnano determinate
valutazioni di ordine tecnico: "ho usato le luci
d'ambiente più che in qualsiasi altro film che io abbia
fatto, ma ho dovuto farlo per una ragione del tutto
speciale, e cioè la Steadicam. Con la Steadicam non
c'era modo di utilizzare fonti di luce poste a terra.
"Nei casi in cui era necessario farlo",
aggiunge Alcott, "soprattutto sotto al tavolo da cui
Jack narra il proprio incubo, sono state impiegate luci
addizionali".
Certamente abbiamo usato le luci addizionali, quando le
condizioni lo richiedevano: ma se dico "lo
richiedevano" intendo solo sottolineare il fatto
che, ad un dato momento, non era possibile far ricorso
alle luci che esistevano nel set. "Le sole luci
continuativamente "artificiali" sono quelle
provenienti dalle finestre. Dopo una fase di studio delle
migliori soluzioni che potevano essere adottate, si
decide di porre dietro alle imposte della Colorado Lounge
un colossale pannello di materiale traslucido dietro al
quale Alcott fa costruire un'impalcatura in acciaio a cui
sono montate 860 lampade da 1000 W ciascuna. Ogni singola
lampada è fissata a cuscinetti a sfere, e può essere
direzionata mediante comandi a distanza onde permettere
di seguire lo spostamento di un attore emettendo più o
meno luce.
L'intera progettazione dell'Overlook Hotel è fondata sul
congiungimento d'una pianta a forma di labirinto ad un
sistema di illuminazione la cui sinossi viene
costantemente aggiornata e corretta in modo da ricorrere,
alla fine, all'illuminazione artificiale solo per le
finestre che danno sulla Colorado Lounge,
sull'appartamento a Boulding, sulle stanze dell'albergo
dei Torrance e sull'ufficio del direttore. Per non creare
confusione tra i due piani costruttivi, tutti gli interni
sono stati montati, come abbiamo visto, in modelli di
cartone.
Kubrick e Alcott hanno poi deciso il numero e la qualità
delle luci da impiegare, l'eventuale uso dei filtri (uno
solo, quello azzurro, per suggerire il riflesso esterno
della neve), l'eventuale ricorso agli effetti speciali
(in senso stretto, uno solo: il campo lunghissimo sulla
Colorado Lounge prima a caminetto spento, poi a luci
spente e fuoco acceso, per aumentare i bagliori). Il
dominio della luce in tutte le stanze dell'albergo,
diretto o mediato dagli specchi (disseminati in vari e
decisivi punti del film, che varrebbe la pena di
esaminare partitamente: la colazione di Jack, che porta
una maglietta con scritta, vista rovesciata, la parola
MUR-DER vista non rovesciata da Wendy; la decomposizione
della donna nel bagno, scoperta tramite lo specchio; il
colloquio tra Jack e Delbert Grady nella toilette dotata
di specchi; etc.) non si ferma allo stato fisico
dell'edificio, ma introduce e commenta lo svolgersi
dell'azione con movimenti di altissima resa espressiva,
pari almeno a quelli della Steadicam.
Le fonti di luce
dell'ambiente, anche se fisse relativamente alle scena,
sono invece mobilissime, e in perenne mutamento
d'intensità: le lampade e i tubi fluorescenti non
montati su anelli di scorrimento nascosti sono collegati
a smorzatori che vengono regolati in base alla posizione
degli attori rispetto alla camera.
Non possiamo esimerci dall'assumere quale massimo esempio
di questa tecnica la strabiliante sequenza dell'uccisione
di Hallorann, già capolavoro di Steadicam, nella quale
il colpo d'accetta viene sferrato sotto l'unico
candeliere rimasto acceso in quella zona dell'albergo;
candeliere che illumina, subito dopo, il ghigno di Jack
nell'indimenticabile inquadratura a sfondo sfuocato dal
cui margine inferiore prorompe lentamente, con la
tagliente nitidezza che Kubrick esige sempre dai propri
negativi, il volto dell'assassino.
La Steadicam compie ora una brusca svolta verso destra,
inquadrando e poi inseguendo il bambino che si era
rifugiato in cucina. La velocità della sequenza ricorda
le corse di Danny sul suo Big Wheel lungo gli spazi
dell'Overlook, anche se in queste scene l'altezza della
macchina da presa è ridotta a pochi centimetri:
"abbiamo ripreso le corse del bambino con una
Steadicam manovrata da Garrett su una sedia a rotelle.
Staley l'ha usata per la prima volta in A CLOCKWORK
ORANGE: la struttura è esattamente quella di una sedie a
rotelle, ma questa è stata progettata in modo che vi si
potessero appoggiare apparecchiature, coricarvisi sopra,
stare in piedi, stare seduti, fare insomma tutto quello
che si vuole mentre Danny correva in giro per
l'hotel".
Tecnica ed espressione contribuiscono, in THE SHINING, a
forgiare una complessa rete di significati che lo pongono
senz'altro all'altezza delle opere precedenti. Il
migliore servizio che si può a nostro avviso rendere ai
film di Stanley Kubrick non può che consistere
nell'approfondimento dei valori di conoscenza per i
quali, se la si smetterà, una buona volta, con le
retoriche del perfezionismo kubrickiano, la sua figura
assume una posizione di preminenza nel cinema di questa
seconda metà del secolo e nell'evoluzione generale del
mezzo dalle sue origini ad oggi.
Se la grandezza di THE SHINING, frutto di un'ispirazione
altissima e di un controllo dei mezzi espressivi degno
d'ammirazione, deriva anche dal dominio di una tecnica,
ciò va ascritto in misura notevole al controllo della
Steadicam, che, anzichè frantumare le pareti come nel
cinema degli anni quaranta, viene costretta su una sedia
a rotelle: richiamando alla memoria una sequenza nascosta
di immagini comprendente almeno tre sedie a rotelle (IL
DOTTOR STRANAMORE, Mr. Alexander dopo lo stupro della
moglie in A CLOCKWORK 0RANGE e Sir Charles Lyndon) e tre
menomazioni agli arti inferiori (l'addetto al parcheggio
in THE KILLING, l'amputazione all'arto inferiore sinistro
di Barry Lyndon, e ora la caviglia rotta di Jack
Torrance). Se l'iterazione non è casuale (del che siamo
certi), se i motivi di questa non sono tanto oscuri al
punto di condannarla al ruolo di collana d'inesplicabili
acrostici (al che non crediamo) e se gli psicologi ci
dispenseranno da interpretazioni totalizzanti sarà forse
possibile, un giorno, mettere fine a questa stimolante
lacuna esegetica.
Note:
1) E' significativo, a questo proposito, che sia
l'elaborazione di un motivo medioevale, il DIES IRAE a
drammatizzare, nello scorrimento dei suoni elettronici,
l'antico motivo iconografico della morte che, aleggiando
sul luogo, segue l'itinerario dell'eroe e lo precede sul
luogo del sacrificio.
2) American Cinematographer, 8/1980: 780-785 e 840-845, a
cui si rimanda per la traduzione di tutte le altre
dichiarazioni di Alcott riferite nel saggio.
3) Comunicazioni telex di Kubrick a Ed Di Giulio,
4.11.1974.
4) Nella sequenza che mostra Wendy nell'atto di
trascinare Jack nel magazzino viveri la Steadicam si
trova a due centimetri e mezzo da terra. L'operatore non
è in questo caso Garrett Brown, momentaneamente
impegnato nelle riprese di ROCKY II, ma l'inglese Ray
Andrew, non accreditato nei titoli.
5) Alla prima proiezione THE SHINING aveva una durata di
146 minuti, dai quali Kubrick ha immediatamente tagliato
due minuti verso la fine della pellicola. Le sequenze
successivamente eliminate prima dell'uscita del film in
Europa lo hanno portato a 119 minuti; la copia italiana
deve essere stata, in ogni caso, e senza giustificazioni
apparenti, ulteriormente ridotta di almeno un altro
minuto e mezzo circa.
6) Se ne vedano le tre maggiori forme ritmiche in
Kubrick: quella, selvaggia e offensiva, nei calci di Alex
allo scrittore e nella bottiglia infranta su un teppista
rivale in A CLOCKWORK 0RANGE; l'altra, nel tetragono
settecento di Redmond Barry che cammina a passo di marcia
davanti a monsieur Balibari, al segretario della polizia
e al capitano Potzdorf; l'ultima, decisamente filiforme,
nel movimento geometrico della già citata pallina
(insieme a Bartòk), nell'incontrollata smania di
movimento davanti all'ingresso della Golden Room (insieme
a Penderecki) e nell'ultimo ticchettio della macchina per
scrivere (ancora con Bartòk).
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