Stanley Kubrick - Analisi
La
crisi della ragione nel cinema di Stanley Kubrick
di Mattia Rosini
"Le
avventure di Alex sono una sorta di mito psicologico. Il
nostro subconscio prova un senso di sollievo in Alex
proprio come gli accade nei sogni. Esso soffre nel vedere
Alex imbavagliato e punito dalle autorità mentre una
buona parte della nostra coscienza ammette che deve
essere così". (Ciment, Entretien avec Stanley
Kubrick, "Positif"). Arancia meccanica (A
Clockwork Orange;1970), 2001:Odissea nello spazio (2001:A
Space Odyssey;1968) e Barry Lyndon (id.,1975) sono film
imperniati sul contrasto tra scienza e immaginazione,
sulla dialettica tra ragione e impulsi irrazionali: nel
primo l'opposizione che viene a delinearsi è fra la
violenza puramente istintiva, vitalistica e immediata di
Alex, che in almeno due sequenze richiama quella della
scimmia del prologo di 2001 (la rissa con la banda rivale
e l'aggressione a sorpresa di uno dei suoi Droogs
(drughi), ripresa dal basso e in rallenty come la scimmia
nell'atto di brandire l'osso rivelatosi un'arma, e la
violenza strutturata, organizzata scientificamente della
società che vuole reprimerlo. In Barry Lyndon questo
contrasto si manifesta all'interno della stessa società
descritta nel film, quel Settecento che si sviluppò
proprio fra causalità e casualità. Più complesso
infine è il discorso per 2001: il film rappresenta una
sorta di "documentario mitologico", nel quale
la Ragione si configura come uno strumento di progresso e
di civiltà; la narrazione viene però condotta con
scetticismo e occhio critico, e si avverte la
consapevolezza dell'autore che per il viaggio "oltre
l'infinito" non basterà l'elaboratore H.A.L.9000,
massimo esempio di intelligenza, ma sarà necessaria
l'esperienza personale dell'astronauta Bowman, in un
processo conoscitivo basato sullo sguardo e sulla
percezione sensoriale soggettiva.
La demitizzazione della Ragione avviene attraverso
l'individuazione dietro essa dei suoi opposti
dialetticamente attivi: in primo luogo la storia
dell'intelligenza e quella dell'uomo appaiono
eterodirette, interamente guidate da una superiore forma
di vita aliena, quel Monolite che trasmette
l'intelligenza stessa alla scimmia ominide. Inoltre la
Ragione perde quel ruolo di portatrice di pace e
progresso civile che le è stato sempre attribuito: al
primo apparire del Monolite corrisponde l'invenzione
della prima arma e l'emergere di istinti di violenza che
ritornano poi nel futuro; a questo riguardo significativo
è il montaggio che lega l'osso-arma e l'astronave: essi
appaiono così accomunati nel loro uso strumentale e
implicano una corrispondenza diretta tra la scimmia
primordiale e l'uomo del terzo millennio. Gli stessi
istinti riemergono anche nella richiesta di una
"scimmietta", come regalo, da parte della
figlia di Floyd al padre, nel nome della base spaziale
(Clavius) e soprattutto nel progressivo volgere della
più pura razionalità di H.A.L. in una follia
incontrollabile. Lo stesso nome del super-computer (H.A.L
ovvero Heuristic Algorithm) prefigura il suo fallimento,
in quanto un Heuristic Algorithm è un vero e proprio
ossimoro: nessun linguaggio algoritmico può diventare
euristico, ovvero generare nuova conoscenza a partire da
un sistema chiuso di regole di computazione. Infine viene
messa in dubbio la funzione di strumento di conoscenza
della Ragione: il processo cognitivo non è logico e
razionale, ma procede per intuizioni, insights come
quelli che inducono la scimmia ad usare l'osso come
clava, dopo aver collegato mentalmente la vista dal basso
del Monolite a immagini dello stesso osso e di un animale
ucciso. Ma è soprattutto il viaggio "oltre
l'infinito" a prescindere da qualsiasi connotazione
di razionalità, e a configurarsi come una conoscenza
prettamente sensibile e visiva, nella quale la corsa
cosmica dell'Ulisse-Bowman (che vuol dire
significativamente uomo-arco) sembra concludersi con il
suo trapasso in un nietzschiano ubermensch , al quale
rimandano anche le note di Also sprach Zaratustra di
Strauss che ritornano all'inizio e alla fine del film ad
accogliere l'apparizione del Monolite, e cui si riferisce
il "feto astrale" dell'ultima immagine.
Ma nei suoi abnormi occhi appare uno sguardo smarrito,
sparuto, a sottolineare lo scetticismo di fondo su cui
poggia tutto il film; l'itinerario epico della ragione e
del progresso si conclude emblematicamente in una stanza
arredata in stile Settecento, secolo dei Lumi, nella
quale atterra l'astronauta dopo il suo viaggio: qui
osserva in soggettiva il suo doppio più anziano senza
però riuscire, nel suo "lento voltarsi
all'indietro" (che Kubrick riprende dalla
recitazione di Cerchassov in Ivan il terribile di
Ejzenstejn), a vedersi più giovane; l'osservatore
sparisce e l'osservato ne riprende lo sguardo per
passarlo al Bowman successivo. Ogni "uomo
nuovo" generato da una conoscenza più alta,
rappresentata appunto dal passaggio dello sguardo,
avverte però la sensazione di una presenza dietro di sé
che oramai ha perso.
Quello che si prospetta dunque è un finale ambiguo e
polisemico: se da un lato, col riapparire del Monolite e
della musica di Strauss, che pure potrebbero dare luogo a
un'interpretazione "in positivo", il punto più
alto di conoscenza mai raggiunto dall'uomo si ricollega
alla scoperta intuitiva dell'arma (quindi della violenza)
da parte della scimmia preistorica, dall'altro il volto
enigmatico e inquietante del feto nello spazio implica
una consapevolezza del vuoto e dello smarrimento
esistenziale (si pensi all'eterno precipitare da tutti i
lati seguito alla morte di Dio di cui parla l'uomo folle
ne La gaia scienza di Nietzsche) che potrebbe comportare
un vero superamento della ragione. Ma mentre nel filosofo
tedesco questo trapasso segna l'avvento del Superuomo,
Kubrick lo vive con angoscia e apprensione: se appare
consapevole che esso è necessario per una vera rinascita
dell'umanità, lo è altrettanto nell'avvertire che esso
comporterebbe un definitivo abbandono di quelle capacità
razionali che sono alla base della sua arte e della sua
concezione di vita.
Il nucleo tematico di 2001:Odissea nello spazio è,
quindi, la crisi del modello della ragione occidentale, e
l'origine di questa situazione è individuata dal regista
all'alba dei tempi; in Arancia meccanica questa stessa
condizione è analizzata in una società moderna, mentre
in Barry Lindonviene ambientata nell'Europa del XVIII
secolo. "Pensare è da stupidi", dice Alex
prima di aggredire uno dei suoi compagni che aveva messo
in discussione la sua autorità: la violenza irrompe
sulla scena del tutto improvvisamente, come un'azione
istantanea che si genera da un impulso incontrollabile
senza mediazioni concettuali.
L' atteggiamento che assume Kubrick nei confronti di Alex
è di nuovo ambiguo: la pulsione distruttrice e
animalesca del giovane appare come una vitalistica spinta
alla creatività, una gioiosa soppressione di schemi
coercitivi, e l'aspetto positivo è rimarcato dalla
presenza di un altro tipo di violenza, che si ritrova a
livello sociale. La società e le sue istituzioni cercano
di reprimere l'istinto del giovane attraverso una
violenza scientifica, che non ha quelle connotazioni
vitalistiche e positive presenti in Alex; l'incanalamento
della violenza all'interno delle forme istituzionali è
ulteriormente sottolineato dall'assunzione come
poliziotti degli ex-drughi, che tortureranno Alex (nome
che significa, letteralmente, traslato dal diminutivo del
nome di origine greca "Alexander" ad una sorta
di acronimo latino, senza legge, "A-lex").La
dialettica che si viene a costituire tra violenza
individuale e violenza sociale, tra natura e cultura (cui
rimanda anche il titolo) trova la sua prima espressione
già nella sequenza iniziale: il film si apre sul primo
piano di Alex cui si aggiunge, mentre comincia una
carrellata all'indietro, la sua voce over che espone la
situazione. Il protagonista si fa così narratore,
diventa il punto focale di tutto il racconto, imprime
alla storia il suo punto di vista. Ma al primo piano
d'apertura, allo sguardo in macchina e alla voce in prima
persona si contrappone la carrellata all'indietro, che
allarga l'inquadratura sulla foto di gruppo dei Droogs
per poi rendere indistinti i loro corpi fra i manichini
delKorova Milk Bar: alla prima forte focalizzazione del
protagonista e degli altri personaggi segue una visione
conclusiva che relega l'intero gruppo al subalterno ruolo
di sfondo scenografico. Anche dopo la prima sequenza
questo contrasto continua a riflettersi nelle scelte
stilistiche di Kubrick, che presentano in diverse
prospettive le azioni violente, alle quali è dato un
taglio decisamente spettacolare nella prima parte: lo
scontro con la banda rivale avviene in un teatro
abbandonato all'allegro suono della "Gazza
ladra" di Rossini, in casa dello scrittore Alexander
il pestaggio avviene mentre Alex canta e danza Singin' in
the rain con una maschera da pagliaccio sul volto, e
questi elementi imprimono a queste scene un'atmosfera da
opera buffa. Diversa è la situazione durante e dopo la
"cura Ludovico": ora la musica che le commenta
si fa angosciante, distorta elettronicamente e
contribuisce a creare un contesto lugubre e funereo (ad
esempio durante l'aggressione dei due ex-drughi ad Alex).
In questa maniera l'effetto della "cura
Ludovico" si trasferisce sullo spettatore. Se in
precedenza si era in qualche modo attratti dalle imprese
del protagonista ora non si prova che orrore e disgusto
nel vedere lo stesso Alex subire le vendette delle sue
vittime.
Questo articolato discorso sulla contemporaneità nel
film successivo viene inserito nel diciottesimo secolo:
Barry Lyndon costituisce un ampio e ricchissimo affresco
di un'epoca quantomai cara a Kubrick, della quale
richiama spesso aspetti e autori nelle sue opere, e il
protagonista rappresenta una sorta di personaggio
riassuntivo del suo cinema. Fra i temi emerge la duplice
dialettica tra ragione e passione e tra realtà e
rappresentazione, che è riscontrabile a spettacolare
rappresentazione ma allo stesso tempo un gioco
matematico. Alla stessa maniera il duello ne riproduce in
piccolo la struttura rituale e le componenti logiche,
anche se ciò non impedirà l'irrompere della violenza
(ad esempio nell'incontro di boxe che oppone a Barry un
altro soldato inglese, filmato con la camera a mano).
Altro elemento a costituire una sfida all'accidente
imperscrutabile ed essere nello stesso tempo dotato di un
evidente marchio spettacolare è il gioco di carte, al
quale si appassiona il protagonista. Tutte queste
manifestazioni confluiscono nella vita sociale, regolata
a sua volta da regole ferree e predeterminate fra le
quali tuttavia emerge l'impulso irrazionale (si veda la
sconvolta Lady Lyndon che tenta il suicidio). Dunque la
realtà settecentesca rappresentata appare dominata in
tutte le sue diverse manifestazioni da un delicato
equilibrio fra causalità e casualità, quello stesso
equilibrio che determina appunto in un duello, la sua
vita prosegue in situazioni quanto mai aperte a svariate
soluzioni (gli innumerevoli duelli, il travestimento,
anch'esso dettato dal caso, da alto ufficiale inglese, le
tante partite a carte), fino al duello conclusivo col
figlio di Lady Lyndon, Lord Bullingdon, il più
drammatico e veristico, che rappresenta il momento
sintetico più importante.
Si tratta di una sfida con la pistola, nella quale a
stabilire chi sparerà il primo colpo, che potrebbe
risultare mortale, è il lancio di una monetina; tuttavia
lo sviluppo di questo duello non è determinato
dall'azzardo o dall'abilità automatica del corpo di
portare colpi all'avversario, poiché interviene un
fattore di scelta logico - morale: Bullingdon manda
erroneamente a vuoto il primo colpo, e Barry ha la
possibilità di sparare sull'inerme figlio adottivo
chiudendo la disputa in maniera definitiva. Ciò non
avviene: Redmond Barry decide di abbandonare quella
logica cinica che aveva perseguito nella sua scalata alla
società per la "romantica" scelta di sparare
anch'egli per terra; è una scelta che però si rivela
sbagliata, poiché il figliastro non si reputa
soddisfatto e, come è suo diritto, spara di nuovo
ferendo e sconfiggendo Barry definitivamente. Il
protagonista si rivela quindi incapace di controllare e
determinare programmaticamente la sua vita, come era già
emerso nelle altre situazioni in cui aveva sinceramente
puntato sul sentimento: dal giovanile amore verso la
cugina fino allo stesso amore con cui crebbe e educò il
figlio, morto prematuramente disarcionato da cavallo. In
questo ampio affresco settecentesco emergono ancora una
volta i conflitti insanabili che caratterizzano l'opera
di Kubrick: fra cinismo e utopia, fra ottimismo e
pessimismo, fra ragione e irrazionalità. Il suo sguardo
critico illumina e analizza entrambi i termini opposti,
senza però attribuire, hegelianamente, un senso positivo
alla "storia dello spirito", che rimane, come i
film che ne narrano l'odissea, ambigua e aperta a ogni
giudizio.
BIBLIOGRAFIA:
I film di Stanley Kubrick di R. Lasagna e S. Zumbo.
Invito al cinema di Kubrick di R. Eugeni.
Il Castoro: Stanley Kubrick di E. Ghezzi.
Stanley Kubrick: L' arancia meccanica di G. Cremonini.
Mattia Rosini, a.a. 1998/99
Corso di Storia e critica del cinema.
Unità didattica: Nuovo cinema americano.
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