Stanley Kubrick - Analisi
Le
sue considerazioni
Apprendimento
e tecnica
Non imparai assolutamente nulla a scuola. Ho
imparato molto di più vedendo film che leggendo pesanti
tomi sull'estetica del cinema. La miglior educazione al
fare film è farne uno. Consiglierei ogni aspirante
regista di cercare di fare un film da solo. Uno short di
tre minuti gli insegnerà molto. (Nei primi film) Feci di
tutto, dal tenere i conti al doppiare il rumore dei
pugni. Dite una qualsiasi cosa: io la feci. Fu
un'esperienza inestimabile, acquistai una solida
padronanza di tutti gli aspetti tecnici. Per "Fear
And Desire" era la prima volta che usavo una
cinepresa Mitchell 35mm. Andai alla Camera Equipment
Company, al n. 1600 di Broadway, e il proprietario spese
un sabato pomeriggio a mostrarmi come funzionava. Fu
tutto lì il mio apprendistato nell'uso della cinepresa.
In quel periodo imparai anche il montaggio. Una volta che
mi fu fatto vedere come si usava una moviola e un
sincronizzatore e come si fa una giunta, non ebbi più
problemi. I fondamenti tecnici del fare cinema non sono
difficili. Mi è naturale interessarmi di qualunque cosa.
Scavare a fondo in un soggetto, scoprendo fatti e
dettagli, mi fa piacere e mi diverte.
Nomi
preferenze influenze
Amavo moltissimo il cinema di Max Ophuls. Lo
metto al primo posto: assommava in sé tutte le qualità.
Aveva gran fiuto nello scovare buoni soggetti, dai quali
traeva il massimo. Era poi un grande direttore di attori.
Mi piacciono moltissimo i suoi inusuali movimenti di
macchina che sembrano andare avanti all'infinito in
scenari da labirinto. Il dispiegamento di questi grandi
movimenti sembra più un magnifico balletto che qualsiasi
altra cosa: uno snello cameriere cammina veloce con un
vassoio di bibite sulla testa, guidando la macchina da
presa fino a una coppia di ballerini che, a loro volta,
la fanno piroettare su un ussaro che sale a cavallo le
scale... e così via la camera vorrebbe andare, il tutto
fino a formare una splendida "musica". Due dei
miei film preferiti sono i suoi "Il piacere"
che ho visto tante volte e "I gioielli di Madame
De...", incantevole anche se su un soggetto più
fragile. Vedendo "Lola Montes" restai invece
deluso e depresso. E' un film che gli somiglia così
poco. Penso che sia dovuto ad altre persone, che l'hanno
rovinato durante la produzione. Kazan è il migliore
regista che abbiamo in America, ed è capace di trarre
miracoli dagli attori. Ma l'autore che ammiro di più
dopo Ophuls è certamente Bergman, di cui ho visto tutti
i film. Amo enormemente "Sorrisi di una notte
d'estate". Mi piace molto Becker. Si dirà che fa
film minori, ma "Edouard et Caroline" è una
cosa incantevole; e la reputazione di leggerezza non gli
ha impedito di fare un eccellente film drammatico,
"Casco d'oro", che ho visto molte volte. Di
Fellini conosco solo "La Strada", ma mi è
sufficiente per vedere in lui la personalità poetica
più interessante del cinema italiano. Mi piace
abbastanza quel che fanno Stevens e Huston. Di Aldrich,
è buono "Il grande coltello", ma non tutti i
suoi film mi piacciono. Ricordo "La kermesse
heroique" (di Feyder), con Luois Jouvet, come un
film molto piacevole.
Chaplin
e Ejzenstejn
Se qualcosa sta realmente accadendo sullo
schermo, non è decisivo come sia ripresa. Chaplin aveva
uno stile cinematografico semplice e quasi banale, ma si
era sempre ipnotizzati da quel che stava succedendo,
indipendentemente dallo stile poco filmico. Spesso usava
set scadenti, illuminazioni standard e così via, ma ha
fatto dei grandi film, che dureranno probabilmente più
di quelli di chiunque altro. Si può dire che egli era
niente stile e tutto contenuto, o - a seconda di quanto
siete generosi - poco contenuto. Molti dei suoi film sono
in effetti un po' stupidi e banali; ma sono fatti così
bene, così brillantemente filmici che, malgrado il
semplicismo pesantemente didascalico e propagandistico,
diventano importanti. Chiunque si interessi alla regia
dovrebbe studiare insieme, e comparare Chaplin e
Ejzenstejn. Dovendo scegliere tra i due, personalmente
preferirei Chaplin.
Regia:
progetto e intuizione
Preferisco non sapere in precedenza come girerò
una scena! Mi piace risolvere i problemi di un film
strada facendo. Se realizzassi qualcosa che si trova già
in un mio film precedente, tutto sarebbe scontato e non
mi divertirei più. Pianifico e cerco di anticipare
tutto, nei limiti dell'umano, prima di girare una
sequenza, ma quando arriva il momento dell'azione il
risultato è sempre diverso da quel che avevo immaginato.
Capita che l'ambiente comunichi nuove idee, o che un
attore abbia nel frattempo cambiato un aspetto della sua
personalità, o che qualcosa finisca per non legare con
ciò che della sequenza è già stato concepito. E' qui
che il film invariabilmente si trova in precario
equilibrio, può nascere o abortire. I campioni di
scacchi impiegano a volte per una sola mossa metà del
tempo totale a loro concesso, perché sanno che, se la
mossa non è giusta, tutta la partita sarà compromessa.
Allo stesso modo, bisogna dedicare quella che sembra
un'eccessiva quantità di tempo a quello che io chiamo
C.R.P. (Crucial Rehearsal Period, periodo cruciale di
prova). La scena dello stupro in "Arancia
Meccanica", quando Alex canta "Singin' In The
Rain", era uno di quei momenti: ci vollero tre
giorni per girarla. La fase di ripresa di una sequenza,
la scelta delle inquadrature, etc., è relativamente
semplice, una volta che si sappia come si girerà. Il
problema, detto così, è che accada qualcosa che valga
la pena di mettere in un film. Non c'è nulla di più
assurdo che preparare già in fase di sceneggiatura tutta
un'architettura visiva che in realtà non appartiene e
non apparterrà alla scena, che ne sarà limitata e
intrappolata. Trovo più utile identificare prima gli
elementi più "veri" e importanti ai fini della
scena, quindi vedere se la si può rendere interessante
visualmente con la fotografia. Cerco di avere un motivo
per passare da un piano all'altro. Se una scena va bene
da un certo angolo e non c'è motivo di cambiare
inquadratura, allora non la faccio. Quando poi cambierò,
farà più effetto. Tutte le riprese con la camera a mano
sono mie. A parte il divertimento di girare
personalmente, è praticamente impossibile spiegare -
anche al più abile e sensibile operatore - cosa si vuole
esattamente in una ripresa a mano.
Attori
Un'altra cosa che si ricorda dei film è il modo
in cui un attore fa qualcosa: come Emil Jannings tirava
fuori il fazzoletto e si soffiava il naso nell'
"Angelo Azzurro", o il lento meraviglioso
girarsi di Nikolai Cerkassov in "Ivan il Terribile.
Gli attori sono strumenti per produrre emozioni. Per
stabilire delle buone relazioni di lavoro, è importante
che l'attore sappia che rispettate il suo talento tanto
da volerlo nel film; e certo lo capisce, se è stato il
regista a volerlo e non lo studio o la produzione. Scelgo
sempre gli attori senza alcuna prevenzione, pensando al
proprio ruolo, non viceversa; per questo cambio spesso da
film a film. Cerco di avere i migliori attori disponibili
al mondo, come per mettere insieme una splendida
orchestra. Ma spesso il ruolo del regista nella direzione
degli attori è sopravvalutato. Il suo compito è sapere
quale situazione emozionale vuole che il personaggio
porti nella scena o nella battuta, ed esercitare il suo
gusto e la sua capacità di giudizio per aiutare l'attore
a dare la migliore prestazione possibile. Ma non c'è
modo di dare a un attore ciò che il suo talento non
possiede già. Il regista non è uno Svengali. Ha solo il
compito di fornire all'attore delle idee, non di
insegnargli come recitare o di ingannarlo.
Montaggio
Credo di amare soprattutto il montaggio. E' la
cosa più vicina all'idea di un "luogo" in cui
fare del lavoro creativo. Il set di un film è forse il
peggior posto che sia mai stato approntato, per fare un
lavoro creativo. Le riprese sono la parte della
realizzazione che amo di meno. Non mi piace tanto
lavorare con molte persone. Non sono proprio un
estroverso. E c'è il problema di doversi alzare
prestissimo la mattina e andare a letto molto tardi la
sera. Poi c'è il caos, la confusione, spesso il disagio
fisico. Sarebbe come se uno scrittore tentasse di
scrivere un libro lavorando al tornio in fabbrica. Oltre
a ciò, il montaggio è il solo aspetto specifico della
sola arte del film. In fase di montaggio, la mia
identità si trasforma in quella di un montatore. Non mi
interessa, a quel punto, quanto può essere stato
difficile girare una certa cosa, quanto è costata, etc.
Lavoro sette giorni alla settimana. All'inizio dieci ore
al giorno e poi, avvicinandomi alle scadenze fissate, di
solito aumento fino a quattordici o sedici ore. Celiando,
potrei dire che tutto quanto precede il montaggio è
semplicemente un modo di produrre una pellicola da
montare.
Cinema
musica pittura parole
La cosa migliore, in un film, è quando le
immagini e la musica creano l'effetto. La lingua, quando
è inutilizzata, deve certo essere più intelligente e
immaginosa che si può, ma mi interesserebbe molto fare
un film senza parole. Si potrebbe immaginare un film dove
le immagini e la musica fossero utilizzate in modo
poetico o musicale, dove si avesse una serie di enunciati
visuali impliciti piuttosto delle implicite dichiarazioni
verbali. Nessuno ha mai fatto un film importante dove
questi aspetti unici dell'arte cinematografica siano il
solo mezzo di comunicazione. Pure, le scene più forti,
quelle di cui ci si ricorda, non sono mai scene di musica
e immagini. Oggi il cinema opera su un piano molto più
vicino alla musica e alla pittura che alla parola
scritta, i film hanno la capacità di convogliare
concetti e astrazioni senza il tradizionale ricorso alla
parola. Un film assomiglia - o dovrebbe assomigliare -
più alla musica che alla letteratura. Dovrebbe offrire
un crescendo di stati d'animo, di sensazioni. Il tema di
fondo, il significato, ciò che è al di là delle
emozioni, dovrebbe venire solo in un secondo tempo.
Sognorealtà
Quella di assistere a un film è un'esperienza
più che altro onirica. "Stranamore" assomiglia
più a un sogno che ad altro, e sarebbe stato un
limitarsi il costringerci a fare del
"documentario". Dipende anche da cosa si
intende per documentario. Perché, volendo davvero girare
qualcosa come un documentario, bisogna rispondere alla
domanda: "Le persone nel film sanno che c'è una
macchina da presa?", poiché non c'è mai stato un
film in cui la gente non se ne rendesse conto. La cosa
diventa complicata. Se c'è una scena di dialogo, le
persone devono guardare la m.d.p. e parlare ad essa? Il
cameraman deve comparire in scena? A esser
"cattivi", si deve esigere che in ogni
documentario gli attori parlino all'operatore o gli
dicano di andarsene, etc., E' meglio che la m.d.p. sia
una specie di occhio magico. Nessuno sa come è arrivata
lì, non ha importanza.
Cinema
e vita
Non ci sono prove che la violenza nei film o
alla televisione provochi violenza sociale. Cercar di
addossare ogni responsabilità all'arte come causa di
vita mi sembra uno sviare il problema... ignorandone le
cause principali. L'arte rimodella la vita ma non la
crea, non la produce. E poi attribuire grandi capacità
di suggestione al cinema urta con l'esperienza
scientificamente assodata che, anche dopo ipnosi
profonda, in uno stato post-ipnotico, una persona non
può essere spinta a fare cose in contrasto con la sua
propria natura. Quindi, non accetto tale connessione
casuale vita-cinema. Anche supponendo che ci fosse, direi
che il tipo di violenza che potrebbe causare in impulso
imitativo è quello "divertente": la violenza
che vediamo nei film di James Bond o nei cartoni di Tom e
Jerry. Violenza irrealistica, igienizzata, presentata in
modo burlesco... ma son convinto che neanche questo ha
davvero un effetto. Anzi, ci sarebbe quasi da appoggiare
il ragionamento che, in effetti, qualsiasi violenza al
cinema assolve a un utile fine sociale, permettendo alla
gente di scaricarsi in modo sostitutivo delle emozioni e
istinti aggressivi nascosti, che si esprimono nei sogni o
nello stato onirico di quando si assiste a un film, che
in qualsiasi forma di realtà o di sublimazione.
Ambiguità
del senso
Odio che mi si chieda di spiegare come
"funziona" il film, cosa avevo in mente, e
così via. Dal momento che si muove su un livello
non-verbale, l'ambiguità è inevitabile. Ma è
l'ambiguità di ogni arte, di un bel pezzo musicale o di
un dipinto. "Spiegarli" non ha senso, ha solo
un superficiale significato "culturale" buono
per i critici e gli insegnanti che devono guadagnarsi da
vivere.
Astratto
concreto (Stranamore)
Il problema atomico è il solo in cui non c'è
la possibilità che qualcuno apprenda qualcosa
dall'esperienza. Il giorno che succedesse qualcosa,
resterebbe tanto poco del mondo che conosciamo, che
l'esperienza non servirebbe a nessuno. Per questo mi è
parso un problema da trattare drammaticamente.
Dio
Il concetto di Dio sta al cuore di
"2001", ma non quello delle immagini
tradizionali e antropomorfiche di Dio. Non credo in
nessuna delle religioni monoteistiche terrestri, ma son
sicuro che si potrebbe costruire un'affascinante e
interessante definizione "scientifica" di Dio,
se si accetta il fatto che ci sono circa 100 miliardi di
stelle nella sola nostra galassia, che ogni stella può
essere un Sole che dà vita e che esistono circa 100
miliardi di galassie nel solo universo visibile. Le
qualità che potrebbero avere entità extraterrestri
sviluppate fino all'incorporeità, sono molto simili a
quelle che si usa attribuire a Dio. In ciò mi ha
affascinato il soggetto.
Il
Monolito
Si discuteva sui mezzi per tradurre
fotograficamente una creatura extraterrestre in modo che
fosse sconvolgente come lo sarebbe stata
"realmente". Presto fu chiaro che non si può
immaginare l'inimmaginabile. Il massimo che si può fare
è cercare di rappresentarlo in qualche modo artistico
che comunichi qualcuna delle sue capacità. Così
decidemmo per il monolito nero, che ha certo in sé
qualcosa dell'archetipo junghiano, ed è anche un
simpatico esempio di "arte minimale".
La
macchina (e il caso)
Il nostro amore per gli strumenti e le armi,
siano un'automobile o una pistola, è innegabile. C'è un
rapporto molto profondo tra noi e loro. C'è un'estetica
della macchina, come un'erotismo della macchina.
Nell'industria spaziale americana l'aggettivo
"sexy" fa ormai parte del gergo tecnico, per
definire una bella macchina. L'uomo in un futuro molto
tecnicizzato, dovrà giungere a una maggiore disciplina e
controllo di sé. Inversamente, la macchina, per
cominciare con l'uomo e allargare il suo orizzonte, deve
diventare più umana. La cosa è scientificamente
prevista. Molti esperti in ordinatori elettronici pensano
che le macchine, divenendo più complesse e perfezionate,
saranno probabilmente soggette alle nostre stesse
malattie e che potranno avere dei problemi
"psicologici". L'abbiamo chiamato HAL per
dargli un nome umano. In effetti, il suo nome è una
sigla composta dalle iniziali dei termini che designano i
due metodi di conoscenza e comunicazione: l'euristico e
l'algoritmico. Un crittografo ha fatto notare che le
lettere H, A, L, precedono rispettivamente I, B, M,
(IBM). La probabilità statistica di un rapporto
matematico tra queste sei lettere era di una su un
milione. E non lo avevamo fatto apposta. Guardando a un
lontano futuro, credo non sia inconcepibile lo sviluppo
di una semi cosciente cultura di robot-computer che un
giorno potrebbe decidere di non aver più bisogno
dell'uomo.
La
morte e la bomba
Dato che sempre meno gente trova consolazione
nella religione come in un cuscinetto tra sé e il
momento finale, temo che inconsciamente si faccia strada
una sorta di perverso conforto all'idea che in caso di
conflitto nucleare il mondo morirà con noi. Dio è morto
ma la bomba c'è ancora; così, le persone non sono sole
nella terribile vulnerabilità della loro mortalità. -
La morte è più naturale o inevitabile del vaiolo o
della difterite. La genetica potrebbe giungere a un
qualche modo di rigenerazione delle cellule. Sarei
interessato all'ibernazione, se ci fossero facilitazioni
e garanzie di sicurezza che oggi purtroppo non abbiamo. -
Per me, l'unica vera immoralità è ciò che mette in
pericolo la specie; il solo male assoluto, quello che
minaccia di annientarla. Credo nelle potenzialità
dell'uomo e nella sua capacità di progredire.
Fine
(ironia)
Sfortunatamente, il tasso di mortalità
infantile tra le civiltà emergenti e nell'universo
potrebbe essere molto alto. Non che la cosa possa
preoccupare o disturbare altri che noi, la distruzione di
questo pianeta sarebbe insignificante, in prospettiva
cosmica: per un osservatore sito nella nebulosa di
Andromeda, il segno della nostra estinzione non sarebbe
più appariscente di un fiammifero che si accende per un
secondo nel cielo; se quel fiammifero fiammeggerà nel
buio, non ci sarà nessuno a piangere una razza che usò
il potere che avrebbe potuto mandare un segnale di luce
verso le stelle per illuminare la sua pira di morte.

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