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Stanley Kubrick - Analisi
Arancia Meccanica

di Gianfranco Massetti

“Il ministro interpretato da Anthony Sharp è chiaramente un esponente della destra. Lo scrittore, interpretato da Patrick Magee, è un pazzo di sinistra. “La gente comune dev’ essere condotta, guidata, spinta”, dice ansimando al telefono. “Venderanno la loro libertà per una vita più facile!” … Sono diversi soltanto nel loro dogma. I loro mezzi e fini si possono a malapena distinguere.”

Una sera al Korova Milk Bar, con la sua banda di Drughi, Alex pensa a come soddisferà il suo bisogno di ultraviolenza. E’ notte e, dopo aver dato sfogo ai propria aggressività contro un barbone, i quattro Drughi si scontrano con i ragazzi della banda di Billy Boy, che stanno violentando una ragazza sul palcoscenico di un teatro abbandonato. L’intervento della polizia interrompe la rissa e i Drughi si allontanano in macchina a folle velocità verso la periferia; quindi giungono a una casa di campagna dove Alex si presenta in cerca di soccorso per un presunto incidente stradale. Cadendo nel trabocchetto, la copia di sposi che vive nell’abitazione viene così immobilizzata da quattro aggressori mascherati che violentano la donna e massacrano di botte il marito al ritmo di Singin' in the rain, che Alex canta e fischietta per tutto il tempo. Di ritorno dalla scorreria, i Drughi fanno di nuovo tappa al Korova Milk Bar, dove Alex confessa agli amici la sua passione per la musica di Beethoven. Ritornato a casa propria, egli trova infine un po’ di tranquillità nell’ascolto, appunto, dell’Inno alla gioia.

Al mattino, dopo che i genitori sono andati al lavoro, Alex riceve la visita del suo assistente sociale, che lo sospetta coinvolto nelle violenze della sera precedente. Sotto casa, invece, lo attendono i compagni di scorrerie che contestano il suo ruolo di capo. Fingendo di adeguarsi alle loro decisioni, Alex approfitta di una tranquilla passeggiata lungo il Tamigi per picchiarli a dovere e ristabilire così la propria leadership. Insieme ai tre, si allontana quindi verso la campagna per una nuova impresa: l’aggressione a un’anziana signora che vive in solitudine coi suoi gatti. Dopo che ha cercato invano di sfruttare lo stratagemma della sera precedente, Alex si introduce nella casa della signora attraverso una finestra del piano superiore. La donna, però, ha già telefonato alla polizia ed ingaggia una schermaglia con l’intruso, venendo infine colpita con una scultura a forma di fallo. Precipitatosi all’uscita, Alex viene a sua volta tramortito dai compagni che si sbarazzano in questo modo di lui, lasciandolo nelle mani delle forze dell’ordine.

Al comando di polizia, il Drugo viene picchiato dagli agenti ed apprende che la vecchia signora è morta. Condannato perciò a quattordici anni di detenzione, viene tradotto in carcere ed affidato all’opera rieducativa di un cappellano. Conquistandosi la fiducia di quest’ultimo grazie al suo comportamento ipocrita, Alex ottiene successivamente alcune informazioni intorno a una cura sperimentale, la “cura Ludovico”, un trattamento psicologico subliminale che consente di annientare gli istinti malvagi e di recuperare immediatamente la libertà. Così, durante una visita al carcere da parte del Ministro degli Interni, Alex si offre volontariamente per essere sottoposto alla cura. Trasferito pertanto alla clinica del dottor Brodsky, gli vengono somministrati degli psicofarmaci ed è costretto ad assistere a film di atrocità e a documentari di propaganda nazista, che in breve tempo sviluppano in lui un esasperato malessere e un senso di nausea nei confronti di qualsiasi manifestazione di violenza. Unico inconveniente è che tale reazione si manifesta anche all’ascolto della Nona sinfonia del suo amato Beethoven, che è stata erroneamente aggiunta alla proiezione dei filmati. L’esito della cura verrà infine certificato alla presenza delle autorità. Alex non solo risulta incapace di reagire alla violenza, ma prova un senso di nausea e un sentimento d’inibizione addirittura davanti a una giovane donna che gli si offre nuda. La cura Ludovico ha funzionato ed Alex viene rimesso perciò in libertà. Tuttavia, i suoi guai cominciano proprio adesso. Ritornato dai genitori, Alex viene praticamente ripudiato e cacciato di casa, in quanto nell’affetto di questi ultimi ha preso il posto un altro giovane che è stato da loro adottato. Disperato, Alex vaga lungo le rive del Tamigi ed incontra sulla sua strada il barbone che aveva aggredito con la sua banda. Ora la sorte si rovescia e ad essere malmenato stavolta è lui. Soccorso da due agenti dell’ordine, si accorge che si tratta di due dei suoi vecchi amici di scorrerie, adesso al servizio dello Stato. Dopo averlo caricato in una macchina, i due lo conducono in un luogo isolato dove lo picchiano per bene.

Abbandonato in aperta campagna, Alex dopo aver camminato a lungo trova rifugio in casa del signor Alexander, a cui racconta della “cura Ludovico” e dei suoi disastrosi effetti. Intellettuale progressista legato all’opposizione politica del governo in carica, il signor Alexander decide allora di proteggere il giovane per usare la sua vicenda a fini propagandistici in occasione delle prossime elezioni. Mentre Alex si ristora con un bagno caldo, fischiettando le note di Singin' in the rain, viene però riconosciuto dal suo benefattore. Il signor Alexander, infatti, non è altri che la prima vittima degli atti criminosi dei Drughi. Dopo avere subito la loro aggressione, sua moglie è morta e lui è ridotto a muoversi su una sedia a rotelle. In presenza di due parlamentari dell’opposizione, che il signor Alexander ha convocato a casa sua, l’ex Drugo racconterà degli effetti che la “cura Ludovico” ha lasciato su di lui, compreso il sentimento di repulsione per la musica del suo amato Beethoven. Stordito poi da un sonnifero che il padrone di casa gli ha somministrato nel bicchiere di vino, Alex si risveglia nella mansarda di un appartamento al suono della Nona sinfonia. Esasperato da quella musica per lui insopportabile, cerca allora di suicidarsi lanciandosi da una delle finestre. L’esito è il ricovero al reparto di traumatologia di un ospedale, dove Alex si risveglia completamente immobilizzato dal gesso. Una campagna di stampa abilmente orchestrata dall’opposizione, che lo crede spacciato, accusa il governo di crudeltà. Sottoposto invece ad un trattamento di riabilitazione dei suoi normali istinti aggressivi, Alex accetta in cambio di uno stipendio di collaborare con il Governo per denunciare l’opposizione.

L’ultima sequenza di Arancia meccanica mostra le fantasie oniriche di Alex che si intrattiene in giochi erotici con una ragazza nuda sul palcoscenico di un teatro, mentre la musica dell’Inno alla gioia sfuma nelle note di Singin' in the rain.

Nell’intervista rilasciata a Michel Ciment su Arancia meccanica (in M. Ciment, Kubrick, Milano, 1999), Kubrick alla domanda se l’idea del Korova Milk Bar fosse stata sua risponde: “ In parte sì. Avevo visto una mostra di scultura in cui venivano esibite delle figure femminili come fossero dei mobili. Da ciò venne l’idea delle figure nude in vetroresina usate come tavolini nel Milk Bar....” (p. 156).

La mostra di scultura che avrebbe ispirato Kubrick doveva essere verosimilmente un’esposizione di Allen Jones, che nel 1969 aveva realizzato dei manichini di donna in vetroresina (Hatstand, Table e Chair) simili a quelli del Korova Milk Bar. Del resto, in Arancia meccanica le citazioni dalla “pop art” non si fermano a questo. Nei quadri della casa della donna dei gatti troviamo echi di Joe Tilson (Painted vox-box, 1963) e di Tom Wesselman (Great american nude n° 8, 1961, e n° 98, 1967). Le statuette del Cristo-Bacco danzante ricordano invece le piccole sculture in ceramica di Antony Donaldson, mentre nel lavoro di “decoupage”che i Drughi realizzano sulla calzamaglia della moglie del signor Alexander si avverte l’influenza del Blue coat (1966) di Mel Ramos. A prescindere dalla legittimità o meno di questi ultimi riferimenti, ciò che conta del messaggio di Kubrick è che di fronte alla morte dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità seriale, ciò che assume un valore estetico sono la violenza gratuita e l’atto criminoso. Ma il tema di Arancia meccanica non è quello della violenza in se stessa, bensì, come apprendiamo dall’intervista di Ciment, quello relativo al “problema della libertà di scelta” tra il bene e il male (op. cit. p. 149), il problema nientemeno che del “libero arbitrio”.

“ Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? – chiede Kubrick – Diventiamo come suggerisce il titolo “un’arancia meccanica”? ” (ibidem p. 149). Così, all’interno del film, il cappellano della prigione è chiamato a svolgere un ruolo centrale: “Benché sia parzialmente celato dietro una maschera satirica – dice Kubrick –, il cappellano della prigione, interpretato da Godfrey Quigley, rappresenta il punto di vista etico del film. Egli sfida il brutale opportunismo dello Stato che porta avanti un piano per riformare i criminali attraverso il loro condizionamento psicologico.” Insieme a Kubrick, dobbiamo osservare, che “alla fine il Governo è indotto ad usare i membri più crudeli e violenti della società per controllare tutti gli altri: un’idea non del tutto nuova o mai sperimentata” (in Ciment, op. cit. p. 149). In questo caso, i Drughi diventano i Vidocq della situazione, attraverso cui “si opera l’accoppiamento diretto e istituzionale della polizia e della delinquenza. Momento inquietante – scrive Michel Foucault in Sorvegliare e punire (trad. it. Torino, 1976, p. 312) – in cui la criminalità diviene uno degli ingranaggi del potere.” Ricorda Kubrick: “Aaron Stern, l’ex presidente della Motion Picture Association d’America …ha detto che Alex rappresenta l’inconscio, l’uomo allo stato naturale. Con la cura Ludovico è stato civilizzato, e la malattia che ne segue può essere vista come la nevrosi imposta dalla società.” ( in M. Ciment, cit. p. 149).

Tutto il film si svolge del resto all’insegna della dissociazione psichica del protagonista. Dagli effetti ottici dovuti all’uso del grandangolo, per simulare la distorsione psichedelica della realtà, fino al particolare linguaggio che utilizza uno slang infarcito di termini ricavati dal russo, è chiaro che siamo di fronte ad una mente dissociata, ovvero ad una mente divisa, come ci mostra anche il trucco del volto di Alex. Il protagonista, Alex de Large, cioè Alessandro il Grande, è una pura volontà di potenza, e come qualcuno ha bene osservato (P. Giuliani, Stanley Kubrick, Parigi 1990) il suo nome significa anche “senza legge” (A-lex) . Ma nell’Arancia meccanica è possibile cogliere anche l’allegoria “iniziatica” del Pinocchio di Collodi. Il travisamento dei Drughi in casa del signor Alexander è un naso da Pinocchio, così come l’esito finale delle due storie è appunto l’ingresso dei protagonisti nel mondo adulto. L’avventura di Alex è in definitiva un viaggio nella dimensione inconscia dell’essere umano, un “viaggio iniziatico”, a cui allude anche il riferimento ai viaggi di Johnatan Swift (nello slang di Arancia Meccanica il termine Gulliver serve a designare la testa). Resta da chiedersi se L’Arancia meccanica sia un film di destra o di sinistra. L’impressione che se ne ha è che sia semplicemente un film a vocazione, per così dire, “extraparlamentare” nel senso che va al di là di uno schematismo politico sostanzialmente fasullo. Dice Kubrick, nell’intervista a Michel Ciment (op. cit. p. 149),: “Il ministro interpretato da Anthony Sharp è chiaramente un esponente della destra. Lo scrittore, interpretato da Patrick Magee, è un pazzo di sinistra. “La gente comune dev’ essere condotta, guidata, spinta”, dice ansimando al telefono. “Venderanno la loro libertà per una vita più facile!” … Sono diversi soltanto nel loro dogma. I loro mezzi e fini si possono a malapena distinguere.” Queste parole rappresentano anche il miglior commento a una domanda tutto sommato futile.