![]() |
![]() |
![]() |
|||
| | |
|||||
Stanley Kubrick - Analisi di Memmo Giovannini Kubrick
è un classico perché è il contrario del dèjà vu.
Il suo cinema cerca e trova (produce e offre allo
sguardo) non immagini ma epifanie, apparizioni; non la
riproduzione di una pretesa realtà, ma l'irruzione nello
spazio rituale dello schermo (nel buio rituale della
sala) di corpi, oggetti, luci, suoni e movimenti mai
visti prima, mai concepibili prima. Come tutti i grandi registi del teatro moderno, eredi dell'idea wagneriana dell'opera d'arte totale, Kubrick propriamente parlando non ha inventato niente. E' il montaggio verticale, è il nuovo assemblaggio multimediale dei materiali audiovisivi preesistenti, il suo specifico, la sua firma. Oggi che qualunque fesso è capace di fare un'opera postmoderna, può sembrare banale che il genio si esprima nella contaminazione dei generi, nella coincidenza degli opposti; ma a cavallo fra gli anni '60 e '70 era una felice intuizione quella di far navigare le astronavi sul bel Danubio blu di Strauss, o quella di sconnettere la delinquenza giovanile dalla triade sesso-droga-rock'n'roll creando un drugo appassionato di Beethoven e di Gene Kelly. In
Shining, l'apollineo rigore delle inquadrature
geometriche (costruite secondo i canoni della prospettiva
rinascimentale) è contraddetto dalla dissonanaza
dionisiaca della colonna musicale (brani di autori
modernisti come Bartok, Ligeti, Penderecki). Dunque, Kubrick è innanzitutto questo sguardo che cerca il mai-visto. E' per questo che Gene Youngblood, autore nel 1970 del libro Expanded Cinema, lo inseriva nella tradizione dei grandi sperimentori e innovatori. Ancora oggi è impossibile pensare a 2001 senza il finale lisergico costruito dalla slit-scan di Douglas Trunbujll, oppure a Barry Lyndon senza gli interni illuminati a lume di candela (ovviamente ripresi con obbiettivi speciali appositamente costruiti), o a Shining senza le labirintiche circonvoluzioni della steadycam (manovrata dall'inventore Garrett Brown). Ma, nonostante questo culto ossessivo della forma, questa fissazione modernista sulla novità tecnica come valore artistico, Kubrick è anche, e soprattutto, un narratore di storie, un produttore di significati ideologicamente orientati, un autore clamorosamente politico. La sua è una fama di scandalo fin da Orizzonti di gloria, girato nel 1957 all'età di ventinove anni: film sui processi-farsa della Prima Guerra Mondiale, che viene proibito in Francia, provoca tafferugli in vari paesi europei e viene guardato con sospetto negli Usa (l'attore Adolphe Menjou, che fa la parte del generale disumano, è un anticomunista che ha contribuito alla causa del maccartismo; il film, ambientato nella Francia del 1914, all'improvviso sembra alludere alla più vicina caccia alle streghe). La sua polemica contro l'imperialismo degli Stati Uniti, che forse ha avuto un ruolo nell'esilio volontario a Londra, è leggibile in filigrana in opere come Spartacus (dove Laurence Olivier interpreta un senatore romano che compila liste di proscrizione che ricordano quelle del senatore McCarthy) e Shining (dove l'albergo Overlook, il cui nome significa "dominare dall'alto", è costruito su un cimitero indiano ed è infestato dai fantasmi dell'epoca proibizionista). Ma l'anti-americanismo di Kubrick esplode in tutta la sua esplicita corrosività nel sarcastico Dottor Stranamore, dove (in diretta dalla crisi di Cuba del 1962) si ridicolizza il neonazismo dei falchi del Pentagono, e soprattutto nel Vietnam-movie Full Metal Jacket, cupa risposta freudiana al revisionismo storico di pellicole destrorse come Rambo. E
allora, Kubrick artista di sinistra? Per fortuna,
l'interrogativo oggi ci appare ridicolo; come ci appare
ridicola l'ipotesi, avanzata all'epoca di Arancia
Meccanica film di destra. L'ebreo errante Kubrick, a suo
modo erede di una tradizione mitteleuropea che comprende
Freud e Ophuls, ha guardato l'umanità dall'alto (overlook
significa anche "sovrasguardo"): con distacco
intellettuale, certo (il filosofo Deleuze ha coniato per
lui l'espressione "cinema del cervello"); ma
anche con un senso profondo di pietà disperata e laica.
Affreschi apparentemente leziosi come Barry Lyndon sono
dominati dal senso della Storia come irreversibilità del
tempo, come inevitabile fallimento dei progetti
individualistici nel grande caos di un mondo
"moderno", ateo, non regolato dalla divina
Provvidenza. La terrificante esperienza della morte,
procastinabile ma non evitabile, comune a tutti ma non
condivisibile, è il costante oggetto di studio della sua
antropologia filosofica per immagini. |