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Kubrick
è un classico perché è il contrario del dèjà vu.
Il suo cinema cerca e trova (produce e offre allo
sguardo) non immagini ma epifanie, apparizioni; non la
riproduzione di una pretesa realtà, ma l'irruzione nello
spazio rituale dello schermo (nel buio rituale della
sala) di corpi, oggetti, luci, suoni e movimenti mai
visti prima, mai concepibili prima.
Quello di Kubrick è stato l'ultimo grande progetto
modernista: produrre i film terminali della storia del
cinema, quelli dopo i quali i generi di riferimento non
saranno più gli stessi. 2001: Odissea nello spazio non
è un film di fantascienza, ma il film di
fantascienza. Contemporaneamente l'operazione
tecnico-artistica che fa passare un genere di serie B
nella serie A - dando l'avvio a una pratica produttiva
che coinvolgerà la Nuova Hollywood di Spielberg
(Incontri ravvicinati), Lucas (Guerre stellari) e poi
Zemeckis (Contact) - e l'opera filosofica che si ergerà
immobile, perfetta ed enigmatica come un monolite nero
nel panorama desolato del cinema commerciale
hollywoodiano e mondiale. Shining non è un film
dell'orrore ma il film dell'orrore: un ritorno
programmatico alla radice mitica del genere, ovvero a
quella tragedia greca che (come insegna Nietzsche) è
unione dell'elemento apollineo con l'elemento dionisiaco
invocato da Stephen King.
Come
tutti i grandi registi del teatro moderno, eredi
dell'idea wagneriana dell'opera d'arte totale, Kubrick
propriamente parlando non ha inventato niente. E' il
montaggio verticale, è il nuovo assemblaggio
multimediale dei materiali audiovisivi preesistenti, il
suo specifico, la sua firma. Oggi che qualunque fesso è
capace di fare un'opera postmoderna, può sembrare banale
che il genio si esprima nella contaminazione dei generi,
nella coincidenza degli opposti; ma a cavallo fra gli
anni '60 e '70 era una felice intuizione quella di far
navigare le astronavi sul bel Danubio blu di Strauss, o
quella di sconnettere la delinquenza giovanile dalla
triade sesso-droga-rock'n'roll creando un drugo
appassionato di Beethoven e di Gene Kelly.
In
Shining, l'apollineo rigore delle inquadrature
geometriche (costruite secondo i canoni della prospettiva
rinascimentale) è contraddetto dalla dissonanaza
dionisiaca della colonna musicale (brani di autori
modernisti come Bartok, Ligeti, Penderecki).
Del resto, ancora una volta, questo gusto del
contrappunto affonda nella tradizione: è la
frequentazione dei capolavori di Ejzentejn che ha
insegnato a Kubrick il montaggio delle attrazioni,
l'accostamento-shock di segni forti che cortocircuitano
nuovi significati inaspettati. L'esempio più eclatante
è lo stacco di montaggio osso/astronave, che in 2001 rappresenta
contemporaneamente la più clamorosa ellisse della storia
del cinema (in questo semplice taglio si elimina tutta la
storia dell'umanità, lasciando al campo della
fantascienza tanto il futuro quanto la preistoria) e uno
dei più splendidi esempi di raccordo intellettuale (la
metafora osso=astronave sintetizza in due inquadrature
tutto un complesso discorso sull'intelligenza come
vocazione imperialistica dell'essere umano).
Dunque,
Kubrick è innanzitutto questo sguardo che cerca il
mai-visto. E' per questo che Gene Youngblood, autore nel
1970 del libro Expanded Cinema, lo inseriva nella
tradizione dei grandi sperimentori e innovatori. Ancora
oggi è impossibile pensare a 2001 senza il finale
lisergico costruito dalla slit-scan di Douglas Trunbujll,
oppure a Barry Lyndon senza gli interni illuminati a lume
di candela (ovviamente ripresi con obbiettivi speciali
appositamente costruiti), o a Shining senza le
labirintiche circonvoluzioni della steadycam (manovrata
dall'inventore Garrett Brown). Ma, nonostante questo
culto ossessivo della forma, questa fissazione modernista
sulla novità tecnica come valore artistico, Kubrick è
anche, e soprattutto, un narratore di storie, un
produttore di significati ideologicamente orientati, un
autore clamorosamente politico.
La sua
è una fama di scandalo fin da Orizzonti di gloria,
girato nel 1957 all'età di ventinove anni: film sui
processi-farsa della Prima Guerra Mondiale, che viene
proibito in Francia, provoca tafferugli in vari paesi
europei e viene guardato con sospetto negli Usa (l'attore
Adolphe Menjou, che fa la parte del generale disumano, è
un anticomunista che ha contribuito alla causa del
maccartismo; il film, ambientato nella Francia del 1914,
all'improvviso sembra alludere alla più vicina caccia
alle streghe). La sua polemica contro l'imperialismo
degli Stati Uniti, che forse ha avuto un ruolo
nell'esilio volontario a Londra, è leggibile in
filigrana in opere come Spartacus (dove Laurence Olivier
interpreta un senatore romano che compila liste di
proscrizione che ricordano quelle del senatore McCarthy)
e Shining (dove l'albergo Overlook, il cui nome significa
"dominare dall'alto", è costruito su un
cimitero indiano ed è infestato dai fantasmi dell'epoca
proibizionista). Ma l'anti-americanismo di Kubrick
esplode in tutta la sua esplicita corrosività nel
sarcastico Dottor Stranamore, dove (in diretta dalla
crisi di Cuba del 1962) si ridicolizza il neonazismo dei
falchi del Pentagono, e soprattutto nel Vietnam-movie
Full Metal Jacket, cupa risposta freudiana al
revisionismo storico di pellicole destrorse come Rambo.
E
allora, Kubrick artista di sinistra? Per fortuna,
l'interrogativo oggi ci appare ridicolo; come ci appare
ridicola l'ipotesi, avanzata all'epoca di Arancia
Meccanica film di destra. L'ebreo errante Kubrick, a suo
modo erede di una tradizione mitteleuropea che comprende
Freud e Ophuls, ha guardato l'umanità dall'alto (overlook
significa anche "sovrasguardo"): con distacco
intellettuale, certo (il filosofo Deleuze ha coniato per
lui l'espressione "cinema del cervello"); ma
anche con un senso profondo di pietà disperata e laica.
Affreschi apparentemente leziosi come Barry Lyndon sono
dominati dal senso della Storia come irreversibilità del
tempo, come inevitabile fallimento dei progetti
individualistici nel grande caos di un mondo
"moderno", ateo, non regolato dalla divina
Provvidenza. La terrificante esperienza della morte,
procastinabile ma non evitabile, comune a tutti ma non
condivisibile, è il costante oggetto di studio della sua
antropologia filosofica per immagini.
Kubrick è un classico e come i tragici greci e i grandi
pensatori-artisti di tutti i tempi, immortala nella
perfezione della forma il sentimento del tempo che passa
e ci distrugge. Contro la retorica dell'aldilà, la voce
fuori campo di Full Metal Jacket aveva già dettato
(quasi un epitaffio) la sua umile fragile verità:
"I morti sanno solo una cosa. È meglio essere
vivi".
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