Stanley Kubrick - Analisi
Stanley
Kubrick o qualcosa che faccia tremare la terra
dal sito
http://pickpocket.clarence.com/archive/018550.html
Sabato
19 Luglio 2003
Stanley Kubrick - Eyes Wide Shut
Nel mese
di ottobre Falsopiano pubblicherà un saggio di Simone
Ciaruffoli sull'ultimo capolavoro kubrickiano con il
titolo Stanley Kubrick - Eyes Wide Shut. Pubblichiamo in
anteprima una delle due introduzioni al testo.
Quando
ci apprestiamo a vedere un film di Stanley Kubrick
sappiamo già che le successive due ore saranno impiegate
a decifrare, a svelare un corpo e a farsi vedere dallo
stesso. Insomma, sappiamo già che più che una semplice
visione, la nostra seduta sarà di carattere
esperienziale. Chi di noi di fronte a una sua opera non
ha sentito almeno una volta una sorta di avvicinamento a
quelle che sono le nostre più ancestrali paure, ai
reconditi e forse imperscrutabili desideri, a una
cosmogonia del nostro inconscio? Pensiamo per esempio a
quale epifania del cinema si palesa in 2001: Odissea
nello spazio, come dicevamo sopra, a quale esperienza
della visione ci si prospetta ad ogni scorrere di
fotogramma, ad ogni dilatazione acustica nel tempo e
nello Spazio che, per sua natura, non dovrebbe far altro
che restituire il silenzio assoluto di un cinema muto e
mutuato a se stesso. Un incontaminato atto del vedere e
dellascoltare.
Puro cinema, o meglio ancora, lunico cinema
possibile. Pensiamo ancora a Shining, allo sgretolarsi
delle nostre certezze di spettatori, o peggio di uomini
di fronte allincedere dellossessivo Lontano
di Ligeti, al coacervo segnico delle didascalie che non
servono più a niente se non a dimostrare che le
verità propinate da tanto cinema conosciuto
sono solamente omogeneizzati per una crescita
spettatoriale salubre e lontana dal legittimo vizio del
venefico. Come invece non sobbalzare dalla poltroncina
quando lAlex di Arancia Meccanica si offre a noi
come nuovo martire del mondo moderno, come icona
cristologica di una umanità che ha perso, o forse non ha
mai trovato, la capacità di vedersi, di guardarsi e di
salvaguardare se stessa in maniera sfacciatamente laica.
Kubrick è stato il regista che mai la nostra coscienza
avrebbe desiderato conoscere.
Egli ci ha spalancato locchio è lo ha indirizzato
verso i territori della perdizione, dove con perdizione
intendiamo la tragica accettazione dellidea che
Bene e Male convivano da sempre nel matrimonio più
felice al quale lumanità abbia mai assistito. Nel
suo cinema le nozioni di buono e cattivo, di vero e
falso, si frangono in schegge alla deriva del tempo e
dello spazio per poi ricongiungersi accidentalmente in un
puzzle della casualità. E la casualità una delle
costanti dominanti del cinema kubrickiano. Essa non può
né essere controllata, né controllare, non può né
essere prevista, né prevedere. Non cè manicheismo
alcuno nella casualità, tanto meno nella volontà di
metterla in scena. Prendete come paradigma Rapina a mano
armata, una storia sullorganizzazione di un colpo
in un ippodromo, semplicemente e completamente questo,
niente più.
Al suo interno si dimenano personaggi che sono al massimo
delle caricature di uomini, delle maschere e una donna
che sa il fatto suo come ogni femme fatale che si
rispetti. Tutto concorre affinché il colpo vada a monte
per inettitudine, cupidigia, per imperizia, ma non sarà
così. Sarà il cagnolino antipatico di una signora
altrettanto antipatica a mandare allaria (è
proprio il caso di dirlo) ciò che per più di ottanta
minuti Kubrick si è dilettato a erigere. A questo
proposito ha ragione il critico del Time Magazine Richard
Schickel, quando parlando di questo film lo definisce
esistenziale: è inutile che, al contrario della sua
gang, il professionale e sicuro Sterling Hayden riesca a
farla franca per il rotto della cuffia, perché
lunica cosa che non riuscirà mai a fare sarà
quella di capire il Caso e tanto meno dominarlo. Pensate
allora a quanto si carichino di aspettative i finali dei
film di Kubrick.
Veri e propri (s)mentitori e contraffattori di senso.
Cè una genuina perversione nel capovolgere,
smentire o rimettere in discussione ciò di cui la
trattazione si è alimentata sino a quel punto. Perché
non cè risoluzione che non sia figlia
dellintreccio che lha preceduto, alimentato.
Il regista Edgar Reitz non sbaglia quando afferma che il
finale di qualsiasi film ci aiuta a capire meglio
linizio, ma questa equazione se adagiata sulle
opere di Kubrick sembra perdere di valore, o addirittura
acquisirne il suo opposto. In questa avversa palingenesi
dello sguardo, dove spesso il finale non spiega altro che
se stesso, dove gli epiloghi non sono mai tali se non
come maglie di giuntura conchiusi ai prologhi, il senso
del tutto, inteso come discorso generale, attua infinite
torsioni a favore di una ideologia, di un morale, e di
una narrazione spesso ambigue, o come dicevamo sopra,
perverse.
Nel cinema di Kubrick, in un certo senso, cè una
costante rintracciabile prima e anche dopo 2001: Odissea
nello spazio, il quale nel disorientamento
spazio-temporale sprofonda: i suoi film sono
drammaticamente privi di gravità. Lo spettatore è
continuamente messo alla prova: gli viene chiesto di
trovare un punto dappoggio là dove gli appigli
(narrativi, visivi, umorali, uditivi) sono spostati
ininterrottamente, messi in discussione, mantrugiati e a
volte spinti alla deriva nella profondità dello schermo.
Non esiste dunque possibilità di immedesimazione, né
per il più umile degli spettatori, né per il più
scafato cinéphile. Il nostro sguardo viene centrifugato
e automaticamente rispedito al mittente con il
conseguente senso di smarrimento.
Come dice Gian Piero Brunetta Lossessione
claustrofobica e la ricerca del punto di fuga sono i
sentimenti che guidano il movimento dei personaggi
kubrickiani nello spazio. E questa stessa
ossessione è lunica comunione possibile fra
spettatore-attore e cinema kubrickiano, lunico
fattore condivisibile. In tal senso potremmo giungere
alla non remota conclusione che lo spettatore viene
diretto e perturbato da Kubrick alla stregua dei suoi
stessi protagonisti. Questo scompenso ha dato sempre
luogo a incomprensioni, la critica ha spesso rammendato a
posteriori con le toppe del revisionismo interpretativo i
propri guasti critici, e il pubblico da par sua si è
trovato a gestire con i suoi personali mezzi le
macerie che il terremoto estetico di un
regista uguale solo a se stesso gli ha gettato addosso.
Quello che vorrei davvero è fare esplodere la
struttura narrativa del film. Qualcosa che faccia tremare
la terra, queste le parole del regista
alluscita di Full Metal Jacket. E la terra, se
vogliamo metaforicamente raffigurarla come paesaggio
dellinconscio collettivo (usiamo questa locuzione
nella primigenia accezione che ne dà Auguste Comte), ha
tremato più volte, tante quante sono le volte che il
regista del Bronx ha posato il suo occhio nello spioncino
della macchina da presa. E stato infatti un moto
sussultorio quello che alluscita di Orizzonti di
gloria fecce stizzire i nostri cugini doltralpe
tanto da costringerli a nascondere il film per parecchi
anni. Lo stesso sussulto che cinque anni dopo fece
scivolare la scure della censura americana proprio sul
medesimo corpo ingenuo e infantile che, nelle succinte
vesti cinematografiche di Lolita, passava la lingua un
po troppo impudicamente sul suo lecca-lecca a forma
di cuore.
E nel Regno Unito, che da pochi anni accoglieva Kubrick e
la sua famiglia, ci pensò il drugo Alex a corrompere la
smania di ultraviolenza dei suoi spettatori per la modica
cifra di un biglietto. Sarà forse per questi motivi che
ci ritroviamo a quattro anni dalla sua morte e con
tredici film alle spalle una bibliografia che non
rispetta come dovrebbe, almeno come quantità, uno dei
più importanti registi della storia del cinema? Opere di
difficile comprensione, ambiguità estetica,
degenerazione sintattico-narrativa: sono
questi alcuni motivi per i quali certe storie del cinema
di fronte alla materia kubrickiana socchiudono occhi e
orecchie?, per questi meritevoli motivi una seppur
asciutta storia cinematografica come quella di René
Prédal non le concede nemmeno unisolata frase?
Sembra impossibile dare una risposta a questo difficile
quesito, tanto più che ora, dopo la prematura morte del
regista (per lArte qualsiasi morte che appartenga
alla sfera del creativo diventa prematura, giungesse
anche al secolo di vita), una miriade di materiale
commemorativo e/o speculativo si è riversato nella
librerie di tutto il mondo contaminando ancor di più il
suo passato, piuttosto che gettar luce (come quella che
si staglia cangiante in ogni suo film) sul suo lavoro e
sulla sua filosofia le quali tanto hanno concesso alla
Settima Arte. Può far riflettere però una risposta che
Kubrick, ai tempi di Arancia meccanica, diede a Malcom
McDowell quando questi gli chiese in che modo dirigeva i
suoi film: Davvero non lo so, non so mai cosa
voglio. Ma so cosa non voglio.
In questa frase che assomiglia a una delle Confessioni di
SantAgostino, che traduce limperativo in
negazione e smentisce se stessa (sapere cosa non volere
significa sapere cosa volere), sembra esserci iscritta
una delle possibili soluzioni al mistero che circonda di
Paura e Desiderio (o Fear of Desire, come scriveva già
nel 78 Sergio Toffetti) il cinema kubrickiano.
Stanley Kubrick, a differenza di innumerevoli e
ammirevoli altri registi sapeva, sin dai tempi del suo
giovanile praticantato cinefilo, che quello che
desiderava risiedeva perfettamente, quasi
cartesianamente, agli antipodi del cinema, in un
non-luogo ancora tutto da scoprire. Il regista,
consapevole (forse) del fatto che quello stesso cinema
sotto lurto di Orson Welles aveva da poco assistito
a un cambio di prospettiva epocale, ambiva a lavorare non
rovistando fra le rovine ancorché nobilissime di una
cinematografia in pieno mutamento (non dimentichiamoci
poi che sulla scia della Nouvelle Vague i trentanni
di Kubrick vedono nascere e proliferare le nuove forme
del cinema giovane), ma semmai volgere il suo personale
sguardo altrove, in un altrove che in questa sede ci
piace denominare prendendo a prestito il bel neologismo
novunque. Perché il cinema di Kubrick si è sempre
premurato in maniera quasi maniacale di situarsi in un
tempo che deve ancora giungere e in un luogo non ancora
scoperto: novunque, per lappunto.
Per questo motivo alle sue opere oltre alla scomodità
della sua poetica, alla sua natura
diffamatoria per come rovista e scandaglia
lintimo umano, o peggio lo fa cullare nella palude
del medioconscio (preannunciando un termine che useremo
nel corso di questo studio), si aggiunge la complessità
di unestetica che come un labirinto ci attira al
suo interno ma al contempo ci nasconde luscita. Sia
il popolo degli spettatori, sia quello della critica, si
scoprono così ad avvicinarsi con timore
allermeneutica di una materia che non si lascia e
non li lascia, ritrovandosi, come il Jack Torrance di
Shining, a dover fare i conti clamorosamente con se
stessi, piuttosto che con chi li aveva attirati fin lì.
Usiamo fatalmente un avverbio che dato il caso dovrebbe
chiamarsi di non-luogo, poiché il novunque che abbiamo
preso a prestito sposta necessariamente il cinema di
Kubrick lontano dal nostro hic et nunc, probabilmente
nellavvenire. Solo così possiamo spiegare
lenpasse critica, lo straniamento e il fascino
ambiguo di fronte alloggetto kubrickiano, un
oggetto che sembra avvalersi a pieno della citazione
avversa a Louis Lumière: il cinema è uninvenzione
del futuro.
A questo punto, parlando di oggetto, di materia
inaccessibile, ci torna automaticamente alla memoria il
monolito di 2001: Odissea nello spazio, il quale sembra
farsi metonimica di se stesso, ma anche di tutto il
cinema di Kubrick. Di fronte noi, che timidamente
osserviamo loggetto troppo lucido (sono del regista
i pavimenti più lucidi della storia del cinema) e con
esitazione allunghiamo la mano per sfiorarlo, toccarlo,
cercare di capire se sia possibile compenetrarlo, ed
entrarci dentro per acquisire finalmente la prospettiva
giusta, se mai ce ne fosse una. Ambiguità di senso
dunque, di forma e una distrazione dello sguardo in
favore di unattenzione diversa da quella comune,
aggiungiamoci la presunzione tutta estetica di
sostituirsi a Dio, e avremo il quadro preciso entro il
quale pescare le antinomie che sono valse a identificare
la figura di Stanley Kubrick come quella di un genio
despota e iconoclasta, amato e odiato come pochi del
secolo appena passato.
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