Stanley Kubrick - Analisi
Bill
e lo sguardo ottuso
di Memmo
Giovannini
E se
Eyes Wide Shut fosse anche, tra l'altro, una ghignante
lezione su come non si possono più guardare i film?
Tutta colpa del referente. Della convinzione, dura a
morire, che il cinema debba avere il proprio referente (e
non possa non averlo) nella realtà: Che sia (e debba
essere) un'impronta del mondo, una traccia della vita. I
referenzialisti sono dogmatici, intolleranti, imperativi.
Di fronte a un film non sanno fare altro che elaborare un
confronto fra quello che si vede sullo schermo e ciò che
essi ritengono sia la realtà. Così, davanti a un film
limpidamente astratto e definitivamente areferenziale come
Eyes Wide Shut intonano - tutti assieme appassionatamente
- il loro prevedibile e querelo coro: "Ma la vita
non è così. Non si scopa così. Mai vista un'orgia
simile!" (i referenzialisti sono notoriamente
orgiastici e dionisiaci e praticano i privé più
dei cinematografi
). C'è una perfidia vocazione
poliziottesca annidata nei meandri della loro psiche,
sono convinti di possedere, essi (ed essi soltanto) il
canone unico della vita e della realtà, mettono le
manette o invocano la gogna per tutti quei linguaggi che
non si conformano agli schemini stampati nelle loro
testine. Così, visto che Eyes Wide Shut non si conforma,
hanno pensato bene - da perfetti gendarmi dello sguardo -
di incarcerare anche Kubrick nell'angustia delle loro
celle mentali, e di gettare via le chiavi.
Eyes
Wide Shut, non mette in scena la vita, non ne parla, non
la racconta, non racconta né il sesso né il tradimento
coniugale, caso mai racconta il cinema. Mette in scena se
stesso in quanto macchina di produzione linguistica delle
immagini. Lo fa programmaticamente con una lucidità che
mai in passato Kubrick aveva reso così esplicita. Tanto
da volere - per la prima volta in tutta la sua
filmografia - la parola "occhi" nel titolo.
Tanto da inaugurare la battuta rivelatoria di mostrazione
con la Nicole Kidman che rimprovera a Tom Cruise quel
meccanismo non trova il della cecità di fronte all'evidenza
(lui portafoglio abbandonato in bella mostra sul
comodino) già magistralmente narrativizzato da Poe nella
Lettera rubata e indagato analiticamente, a partire dallo
stesso testo, da Jacques Lacan. Più chiaro di così. Ma
per i referenzialisti ( e per il loro peloso
integralismo) non serve a nulla. Ha un bel dirci Kubrick
che Eyes Wide Shut è un film su un doppio sogno
incrociato (cioè sui meccanismi di produzione e
rappresentazione iconica del linguaggio onirico): loro -
o ignoranti o in malafede - confondono il sogno con i
suoi contenuti manifesti e si scagliano contro Kubrick
accusandolo di non essere onirico-verosimile.
Non si
sogna cosi, beati loro, beate le loro certezze. In
realtà, la cecità di fronte all'evidenza li riguarda in
misura analoga al personaggio di Tom Cruise. Che è la
proiezione infradiegetica dello sguardo ottuso con
cui un certo tipo di spettatore si ostina a illudersi di
voler vedere il cinema e i film. Lo
scarto più vistoso che separa il personaggio di Cruise
da quello della Kidman è uno scarto scopico. Riguarda il
diverso modo in cui usano gli occhi. Lei fa lavorare
continuamente lo sguardo, lui no. Si prenda la celebre
sequenza del bacio, nudi davanti allo specchio. Cosa sta
guardando lei? Dove va il suo sguardo? Cosa c'è nel
fuoricampo verso cui dirige la sua pulsione scopica?
Mentre gli occhi di Tom Cruise è come se non ci fossero,
il personaggio è solo una bocca che bacia, in Nicole
Kidman sembra ci siano solo gli occhi. C'è il loro
lavoro di raccordo e di focalizzazione sul non visibile.
E c'è un processo di rappresentazione che ci induce a
desiderare di poter vedere anche noi ciò che lei vede e
che è negato all nostra vista. Ciò in cui lei si
perde. Anche Cruise si perde nella sua deambulazione
notturna alla ricerca di un eros sempre solo
sfiorato-sognato-lambito-immaginato-spiato ma mai
veramente vissuto.
Ma il suo viaggio - la sua deriva,
il suo ritorno - è non a caso un percorso
obbligato dentro le forme della rappresentazione. Non
manca nulla: la festa, la musica, il teatro, la maschera,
il rito, il gioco, la sacra rappresentazione. Mosso
dal desiderio e illuso di poter vedere il corpo, Bill in
realtà passa in rassegna le forme nude dello spettacolo.
Si inabissa nel gioco infinito delle maschere, e solo
così riapprende a poco a poco a praticare lo sguardo. Ma
solo dopo aver rischiato e di perdersi a causa di una
parola: Fidelio, e la seconda password
sconosciuta perché inesistente. Ancora una volta
in Kubrick chi si fida delle parole fa incontro a
catastrofi: come era già accaduto a Jack Torrance in
Shining, o agli astronauti di 2001 di fronte
all'occhio acceso di Hal che leggeva i loro movimenti
labiali; anche Bill, sperimenta per l'ennesima volta (per
l'ultima volta?) la sconfitta del logos, perde
una parola e si perde, per poi ritrovarsi, forse,
grazie a uno sguardo. Sguardo in maschera, sguardo senza
volto. Occhio aperto-chiuso nel baluginio abissale che va
oltre la nudità dei corpi e la mostrazione rituale
del sesso come spettacolo per sprofondare nella più
radicale interrogazione sul senso del vedere.
Bill
lavora sodo, forse persino troppo. Neanche durante una
festa viene lasciato in pace. E nel cuore della notte il
telefono di casa può squillare
Si capisce: è un
medico giovane, in carriera, certo non è abituato a
riposarsi (nell'arco dei tre giorni in cui si sviluppa
Eyes Wide Shut, praticamente non dorme mai). Bill è
costretto a tenere gli occhi aperti, ma finisce per avere
lo sguardo imbambolato di chi attraversa la realtà in
stato di trance, di sonnambulismo (Tom Cruise, da questo
punto di vista, appare perfettamente in parte). D'altra
parte, tutto quello che si spiega davanti a lui ha le
caratteristiche di un sogno a occhi aperti, di
un'allucinazione, di un film.Come ogni sognatore, a un
tempo protagonista e spettatore del proprio sogno, Bill
procede per forza di inerzia in un tragitto che contempla
evoluzione impreviste, collegamenti impensati, incontri
casuali con persone conosciute e mai più riviste o con
perfetti sconosciuti, che rappresentano ipotetiche
minacce o improvvise vie di salvezza
Bill,
dunque, è l'uomo che guarda ("I don't play, I
watch" come dice davanti al biliardo). Guarda, ma
senza toccare, adocchia, ma senza gustare, ammira, ma
senza possedere.
Bill come il protagonista di Shining, mette a
repentaglio il proprio nucleo familiare costituito da una
moglie e da un figlio (in questo caso una figlia), e qui
si potrebbero fare molte ipotesi a partire dal fatto che
Jack è uno scrittore e Bill un medico, che uno ha un
figlio maschio, dotato di poteri speciali, e l'altro una
figlia femmina che fin dall'inizio, non per nulla e
vestita da angelo, e cosi via, come Jack vive
un'avventura invernale e si perde nella notte, come lui,
percorre dei saloni, scende delle scale, entra in un
bagno, ha a che fare con celle frigorifere
(all'obitorio), con delle feste, con degli alberghi, con
porte chiuse che sarebbe meglio non aprire
In modo
non molto diverso da Jack, ha a che fare con uno spazio
chiuso, uno spazio-cervello, uno spazio-set. Eppure,
mentre Jack si perde nel labirinto del reale (o mentale,
visto che è la mente che "crea" la realtà),
Bill si affaccia sull'abisso ma non vi precipita.
Perché?
Bill si
salva perché non vede. O meglio: vede, ma non esamina.
Guarda, ma non considera. Osserva, ma non capisce. La sua
logica semplificatrice non gli consente di comprendere,
ma gli permette di non impazzire di fronte alla complessa
orditura del reale (del mentale). Quando discute con la
moglie del fatto che gli uomini non possano fare a meno
di desiderarla, Bill ammette che il suo schema di
ragionamento è semplicistico. Nella versione originale
di questo brano di dialogo, Bill dice testualmente che
pensa "in bianco e nero" (e la sua fantasia sul
tradimento non consumato della moglie, inevitabilmente,
è in bianco e nero). Bill ragiona così. Per questo non
riesce a capire fino in fondo cosa stia accadendo. Bill
ha gli occhi chiusi di chi non riesce a raccogliere i
segnali, a decifrare i codici, a leggere i simboli.
Ragionando "in bianco e nero" non riesce
neppure a intuire la semaforicità del pantone di colori
che gli si para dinanzi. Dalle due ragazze alla festa che
lo vogliono portare "alla fine dell'arcobaleno"
si sottrae. Nel negozio di costumi "Rainbow" si
veste di nero.
Eppure il colore continua ad assediarlo.
Dal rosso all'indaco, lo spettro - presenza già
orrorifica - dei colori si dispiega ai suoi occhi ciechi.
Valga come esempio l'insistenza del rosso che, nella
lunga sequenza che precede il suo arrivo al festino
orgiastico, non lo abbandona mai: dall'interno del
"Sonata café" alle guide rosse della villa,
non c'è inquadratura che non contenga una traccia di
rosso (dagli stop della macchina alle cifre del
tassametro, addirittura alla cravatta del tassista). L'incapacità
di vedere - l'assenza di shining - di Bill, ancora
una volta è speculare a quella di Jack Torrance: come
lui preferisce affidarsi alle parole, al logos,
nel tentativo di spiegare, di capire, di argomentare, di
stabilire i collegamenti tra gli eventi
Eppure, il
"sogno" di Bill è disseminato di indizi e di
spie rivelatrici non solo sul piano visivo (come nel caso
dei colori), ma da una sottolineatura costante dei
"nomi delle cose" che a un logico (o presunto
tale) come lui dovrebbero pure dire qualcosa.In un
mosaico come quello che attraversa incontra una donna che
si chiama Domino e non coglie la rivelazione del
collegamento-implicazione di tutte le cose.
Così come
non capisce che il riferimento di Victor al gioco
enigmistico della sciarada è quanto mai opportuno
per comprendere la funzione del montaggio (onirico o
filmico) per cui singoli elementi di significato
autonomo, una volta accostarti, danno luogo a un senso
diverso. Non gli
dice nulla una parola d'ordine come Fidelio che fa
riferimento a un'opera che ha come sottotitolo
"L'amor coniugale" (ed è già una storia di
minacce, travestimenti, condanne
). Lo stesso vale
per il titolo del giornale: Lucky, to Be Alive.
Idem per il nome della moglie, Alice (come
l'eroina di Carroll, anche lei sembra aver già
attraversato lo specchio, conosciuto la duplicità e
l'ambiguità del reale, comprendendo che la vita
cosciente e quella onirica sono pagine dello stesso
libro). Ma, come si è detto, Bill attraversa il suo
sogno - il suo film - come inebetito. Non per nulla la
sua priama e la sua ultima battuta sono domande. Non è
un caso che sia Alice, in entrambi i casi, a dare la
risposta. Sebbene sia sballottato di qua e di là e non
gliene vada in porto neanche una, dalla sua avventura
Bill non viene schiacciato, forse qualcosa impara.
Perde
la sicurezza borghese e la pretesa di avere il controllo
sul mondo (ben espresse dalla frequenza con cui mette
mano al portafogli ed esibisce la tessera professionale
per tutto il corso del film. Ossessionato
com'è dalle manie di potenza è già un passo in avanti
per lui scoprire che il vero potere è mascherato,
occulto, dissimulato (di fronte al potere, come sempre,
la riflessione di Kubrick è improntata al più nero
pessimismo). Così dalla presunzione della razionalità,
positività e scientificità del medico rampante, non è
poca cosa per Bill arrivare a riconoscere in sé una fin
li insospettata propensione alla vertigine (ben al di là
di uno spinello fumato nell'intimità domestica).
Bill nel mezzo del cammini di sua vita, si smarrisce.
Torna a casa diverso da com'era uscito. Almeno in parte,
ha avvertito il lato oscuro della vita per cui il
profluvio di luci artificiali non potrà mai cancellare
la natura notturna, buia, segreta del reale. Il suo
Natale alla fine assomiglia a un triduo di passione,
morte, discesa agli inferi. La sua resurrezione è un
ritorno alla vita che non potrà più essere quella di
prima (da questo punto di vista, il riscatto per cui
qualcuno si sacrifica al posto suo ha davvero qualcosa di
pasquale e di redenzione).
Ecco che
allora i suoi "occhi aperti/chiusi" non
costituiscono solo una modalità passiva di registrazione
di ciò che accade o una dichiarazione
dell'inconoscibilità razionale delle cose ma lasciano
intravedere forse un'altra modalità di conoscenza, più
interiore e profonda. Gli occhi chiusi alla comprensione
si socchiudono al mistero (una parola che viene dal greco
myein: "chiudere", "serrare"
gli occhi o le labbra). Anche l'invito a
"scopare" che chiude il film, più che come
invito a ripartire dalle cose concrete e possibili (per
non fare passi più lunghi delle proprie gambe), o come
tardiva rivalutazione kubrickiana della famiglia (dopo
tanti film in cui essa ha mostrato tutti i suoi limiti),
potrebbe essere accostato alla considerazione di Susan
Sontag "contro l'interpretazione", con il suo
richiamo a un pensiero - a un esercizio critico - che la
smetta di voler esser ermeneutico, e cerchi
piuttosto di essere erotico. Che non pretenda, di
aver capito e di poter spiegare tutto, ma riesca a
sentire e a vedere - a farci sentire e vedere - di più.
D'altronde, questo è quello che Kubrick ha sempre fatto
con i suoi film abbaglianti.
Perché
Bill, nelle sue visioni immaginarie del tradimento della
moglie, vede in bianco e nero? Forse perché
l'immaginazione non può strutturarsi ormai che secondo i
codici di un film? O perché alla fine di questo
"secolo breve" il cinema è penetrato così
profondamente dentro di noi da obbligare anche il nostro
inconscio (i nostri sogni) a funzionare come lui? O -
ancora - perché è lo stesso cinema che è nato e si è
formato mimando i nostri meccanismi di rappresentazione
mentale? Nella risposta a queste domande c'è, forse, il
senso dell'ultimo, bellissimo ed enigmatico lavoro con
cui Kubrick si è congedato dal cinema e da noi.
Lasciandoci tra le mani un oggetto che ha la purezza di
un cristallo e il magnetismo di un mistero e che brilla
nei cieli del cinema quasi sorridendo cinico del nostro
disorientamento, con un ghigno filosofico e perciò
stesso inevitabilmente silenzioso. Un film terminale è
interminato.
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