Stanley Kubrick - Analisi
Kubrick e
l'architettura
di Francesco Savone
Corso di "Teorie e Tecniche
della Progettazione Architettonica"
Politecnico di Milano - Facolta' di ArchitetturaNella vita reale ogni
esperienza o serie d'esperienze si presenta
all'osservatore in una sequenza interrotta di spazio e di
tempo. Nel cinema le cose vanno diversamente: il cinema
permette salti nello spazio e nel tempo, consentendoci di
estendere la nostra piccola vita all'infinito. Possiamo
vedere "l'alba dell'uomo" e, un istante dopo,
viaggiare su una nave spaziale verso la Luna. Con un
semplice montaggio si possono mettere insieme
inquadrature di situazioni prese in momenti e luoghi
diversi per costruire legami non oggettivi ma concettuali
o poetici. Un regista, incollando pezzi di pellicola,
crea tempo e spazio ideali, crea il suo spazio e il suo
tempo. In un film lo spazio perde il suo carattere
statico per farsi dinamico, fluido, illimitato e aperto,
mentre il tempo perde la sua ininterrotta continuità e
la sua direzione invariabile. Una scimmia, tramite un
rudimentale processo intellettivo, si serve come arma
dell'osso di un animale ucciso. L'osso con un grido di
trionfo viene lanciato in aria, e si trasforma in
un'astronave; in un solo fotogramma Stanley Kubrick
concentra millenni. E' una delle più celebri sequenze di
2001: Odissea nello spazio. Un capolavoro. Un film che
sembra contenere il passato e il futuro di tutta la
storia del cinema. E' forte quindi la tentazione di
cominciare da qui.
2001: Odissea nello
spazio, è un'odissea interplanetaria, una meditazione
filoso-fica sui valori dello spazio/tempo e quindi
sull'essenza stessa del cinema. E' l'opera di Kubrick che
mette più a dura prova gli occhi, ogni immagine può
essere tutto e nulla, un mondo aperto o un oggetto
chiuso. Un corridoio luminoso infinito è la prima
visione/allucinazione di Bowman ma è anche l'elemento
architettonico narrativo e simbolico di tutto il film.
Precisamente ci troviamo di fronte ad un corridoio
"curvo", ripiegato su se stesso, così com'è
l'universo secondo Einstein (l'universo è finito perché
è "curvo", giacché è stato incurvato dal
tempo; in altre parole se lo percorressimo per intero
finiremmo col tornare al punto di partenza). Per questo
tutte le architetture "galleggianti" (le
astronavi) del film sono "curve" e la macchina
da presa, nelle inquadrature a loro dedicate, perde ogni
punto di riferimento, non trova più l'alto e il basso,
la destra e la sinistra.
La stazione orbitante su
cui giunge il dottor Heywood Floyd (accompagnato nel suo
viaggio dalle note de Il Danubio blu di Johann Strauss)
è una gigantesca ruota-occhio spaziale che ricorda per
enormità e movimento la Ruota del Prater di Vienna; da
notare la parte ancora in costruzione: una sorta di work
in progress spaziale. Sferica, o meglio a forma di testa,
è poi l'astronave che porta Floyd sulla base lunare
Clavius (un enorme complesso organizzato secondo cerchi
concentrici). Sferica é la plancia del Discovery e
sferiche sono ancora le capsule usate dagli astronauti
Bowman e Poole nella terza parte del film, sferico è
infine l'inquietante occhio del calcolatore HAL-9000.
Ossessivamente Kubrick pone l'uomo al centro
dell'inquadratura, ma è una cen-tralità che situa
l'uomo in posizioni spaziali inedite, con la testa in
giù e i piedi in su, oppure trasversalmente con la testa
a destra e i piedi a sinistra, o in entrambe le posizioni
contemporaneamente come in una litografia di Escher.
La figura interna
dominante è quindi il cerchio; l'astronauta corre in un
corridoio per tenersi in forma fisica, corre in linea
retta e il corridoio non finisce, benché sia dentro lo
spazio limitato dell'astronave. E' una corsa infinita che
trasmette lo stesso smarrimento della corsa del piccolo
Danny per i corridoi dell'Overlook Hotel in Shining:
l'albergo è concepito anche qui come una totalità
infinita, ma pur sempre come una totalità conclusa.
All'interno del Discovery il dominio della circolarità
è ribadito dall'unico occhio di HAL e, attraverso
"soggettive" dello stesso HAL, ci accorgiamo
che, nonostante le immagini siano distorte, egli è
l'unico "essere" a cogliere lo spazio curvo
dell'astronave nella sua totalità. HAL, di conseguenza,
prende più volte il posto dell'uomo al centro
dell'immagine.
Dopo la
"morte" di HAL la circolarità del Discovery si
trasforma, nella stanza neoclassica di Bowman, in
circolarità temporale: attraverso poche inquadrature
Bowman passa, dalla maturità alla vecchiaia, dalla morte
alla rinascita. Una particolarità di tutti gli spazi sta
nella presenza ossessiva del bianco (sempre luminoso) e
del rosso (spesso cupo e misterioso). Bianche sono
all'esterno tutte le astronavi (un'evoluzione in senso
aereo-spaziale di quel "pensiero che si rende
manifesto senza parole e senza suoni, ma unicamente
attraverso prismi in rapporto tra loro [...] che la luce
rivela nei particolari" di Le Corbusier) e
bianchissimi sono i pannelli di rivestimento interni
solcati, negli interstizi, da nervature che denunciano il
profilo delle pareti; completamente bianca e luminosa è
infine la scatola spaziale settecentesca in cui si
ritrova Bowman.
Rosso è invece il
colore delle poltrone, sparse in una sorta di grande hall
d'albergo, all'interno della base orbitante. Inondati di
luce rossa (come all'interno di una camera oscura) sono
le cabine di pilotaggio delle astronavi e l'interno della
capsula di Bowman; rosso è, infine, l'occhio di HAL e il
claustrofobico spazio in cui risiede la sua memoria. Il
bianco separa con decisione il profilo esterno delle
astronavi dal buio infinito dell'universo,
contemporaneamente acceca e annulla le profondità
all'interno. Il rosso è invece il colore di tutti gli
oggetti e ambienti che hanno un rapporto più intimo con
l'uomo e i suoi istinti: la tuta spaziale di Bowman, le
poltrone su cui si siedono il dottor Floyd e i colleghi
russi, le cabine di pilotaggio e "l'umano"
cervello di HAL. L'operazione qui compiuta da Kubrick è
quella di far evolvere oltre i confini ter-restri tutte
le illusioni e contraddizioni del Razionalismo europeo.
Sembra di scorgere la posizione dei grandi maestri del
razionalismo (Gropius, Mies van der Rohe e Le Corbusier)
concordi nel ritenere che l'evoluzione industriale e
tecnologica se "razionalmente" usata
affrancherà i popoli dall'ingiustizia sociale;
l'architettura per questo aveva il compito più
importante.
Le differenze annullate,
le tradizioni annullate, i sentimenti inutili: l'angolo
retto domina il mondo. Già
il mondo
ma
l'Universo? L'angolo retto può andar bene sulla Terra
rigorosamente misurata e orientata ma l'Universo ha altre
regole che, pur legandosi a quelle terrestri, restano
misteriose ed inquietanti. Il Cerchio non può che essere
la soluzione. La forma geometrica più perfetta e
af-fascinante, che gli uomini hanno osservato per milioni
di anni alzando gli occhi al cielo, è la forma che
dominerà l'espansione umana nell'Universo. Kubrick
inventa, quindi, una nuova tipologia architettonica:
semplice, razionale e ripetibile nell'infinito. Le
illusioni tuttavia resistono, gli errori si ripetono.
L'uomo crede di dominare attraverso una forma
l'indomabile. Sulla terra il razionalismo produce un
apparente benessere dando alloggi a tutti in tutti i
continenti non facendo i conti con l'irrazionalità che
nell'uomo è presente tanto quanto la ragione.
Nello Spazio questo è
ancor più evidente: non appena si fa un passo oltre il
conosciuto si comprende quanto poco siamo evoluti, quanta
strada c'è ancora da fare, quanto grande è la nostra
presunzione. Le illusioni e l'arroganza sono un pericolo
e per questo che bisogna ritornare indietro, precisamente
nel settecento là dove il concetto del razionalismo in
architettura trova una prima applicazione storica. La
camera settecentesca dove si muore e si rinasce è per il
regista un mezzo per affrontare la storia e precipitare
il pubblico in una nuova avventura visiva. Kubrick è
noto fin da Orizzonti di gloria come un buon conoscitore
del Settecento inglese, e c'è chi sostiene che su di
esso sia fondata la sua concezione del cinema.
In una stanza del
Settecento, inquadrata secondo una prospettiva frontale
fissa, un nobiluomo appare seduto di spalle, a un tavolo
apparecchiato. La sala è un perfetto parallelepipedo di
colore grigio-azzurro, con una luce che si diffonde dalle
grandi finestre a sinistra; il silenzio assoluto è
sottolineato dai piccoli suoni delle posate d'argento. La
scena somiglia a quella in cui Bowman, intento alla sua
solitaria colazio-ne (nella stanza settecentesca di
2001), si volta indietro, verso la porta, sentendo
arrivare se stesso. Questa volta però il gentiluomo, lo
Chevalier de Balibari, alza solamente il capo verso la
porta sul fondo, lontana nella luce e noi vediamo con lui
che qualcuno sta realmente entrando. Un uomo avanza, è
Barry, il protagonista del film di Kubrick più
esuberante e scenografico: Barry Lyndon, del 1975. Barry
Lyndon è un film che assume un ruolo particolarmente
importante nella filmografia di Kubrick perché
costituisce il momento di maggiore libertà e distanza
dai temi sociali, filosofici e politici che a Kubrick
sono sempre stati attribuiti: violenza, politica, sesso.
E' un film fortemente
visivo, talmente ricco di immagini e riferimenti estetici
(dovute alle vastissime ricerche condotte dall'autore) da
farne la più ampia e rigorosa rappresentazione del
Settecento che il cinema abbia mai prodotto. La storia
viene continuamente ridotta a quadro, a immagine da
mostrare, da guardare: una grande tessitura visiva
iniziata in esterni, nella profondità di campi
lunghissimi e nella fredda luce del nord, dove le figure
si stagliano nette sugli orizzonti sconfinati, e chiusa
nel fondo nero di una carrozza. La vita del protagonista
è un percorso non solo narrativo ma soprattutto iconico
e raffigurativo. Predomina una visione frontale dello
spazio, una prospettiva sicura che conduce a uno spazio
scenico geometrico. In un certo senso si tratta di
inquadrature che corrispondono alla visione
rinascimentale, che danno quindi un realismo elaborato e
costruito simbolicamente, secondo calcoli proporzionali.
Quando Barry giunge
nella capitale prussiana, Potsdam, basta a Kubrick una
sola inquadratura per mostrarci la città. E' una veduta
prospettica centrale, con un grande viale in fuga fino
all'orizzonte, lungo il quale scorrono carrozze, immagine
talmente rigorosa da diventare subito un concetto,
un'utopia rinascimentale, l'idea di città. Tale
concezione è mantenuta in tutti gli interni: le sale
immense sono parallelepipedi di spazio completamente
vuoti, in cui i personaggi quasi scompaiono. Decisa è la
centralità con cui Kubrick riprende l'ufficio del
ministro della polizia prussiana (interno che ricorda la
Marble Hall di Robert Adam a Kedleston) in cui a Barry
viene affidato il compito di spiare lo Chevalier de
Balibari; sempre centrale, sino all'ultima scena, (quella
in cui Lady Lyndon in un salone buio, seduta al tavolo
amministrativo, firma l'assegno per Barry) è la visione
degli interni del castello dei Lyndon, nonché di
quell'interno rettangolare, spoglio, oscuro e silenzioso
che è la piccionaia in cui si svolge l'interminabile
sequenza del duello tra Redmond e Bullingdon (spazio che
ricorda nelle croci luminose una cattedrale, emblema del
sublime settecentesco e romantico).
Di nuovo attraverso una
rigorosa centralità è impostato il lungo carrello
all'indietro che riprende l'ingresso di Bullingdon al
club dove Barry si abbandona all'alcolismo. L'elemento
ossessivo del film è il paesaggio; fin dalle prime scene
dominano, gli sfondi naturali che, da aperti e sconfinati
dell'inizio, si trasformano in paesaggi pittoreschi di un
parco inglese. Questo cambiamento coincide con la
conquista della ricchezza da parte di Barry e il suo
stabilirsi nel castello dei Lyndon (il rozzo Barry sposa
la colta Lady Lyndon: il parco inglese è la sintesi
impossibile di natura e cultura). Le immagini del
castello neoclassico a cupola centrale, che scandiscono
la seconda parte del film, oppure la meravigliosa
scenografia del parco che Barry contempla con la madre
dall'alto del ponte, associano una concezione pittoresca
del paesaggio inteso come giardino a una concezione
romantica del giardino inteso come natura. In queste
scene, girate a Howard Castle, nello Yorkshire, alla
regolarità degli edifici, che deriva dallo stile
neopalladiano di Inigo Jones, si oppone l'irregolarità
del giardino inglese.
Nello sviluppo di Barry
Lyndon lo sfondo paesaggistico diventa sempre più
rilevante tanto da assorbire la storia. L'ambiente
naturale carica di significato le architetture e le
vedute del castello di Howard (perduto nella foschie del
mattino, o percorso da fuggevoli aliti di vento, o
impregnato di luce pomeridiana) diventano essenziali
poiché scandiscono il tempo di tutte le scene della
parte conclusiva del film. L'architettura neoclassica in
Barry Lyndon assume il ruolo, insieme al parco in-glese,
di prigione dorata, di un mondo a sé, in cui Barry si
annoia, compiendo azioni insignificanti, soffre, insieme
alla moglie Lady Lyndon, per la morte del figlio, e
insegue grottescamente un titolo nobiliare che non
arriverà mai, ma che è l'inizio della sua disfatta.
Paradossalmente le architetture più piccole, sporche e
dimenticate sono invece i luoghi di maggior riscatto per
Barry.
In un fortilizio dalla
pianta rettangolare, a un solo piano, Barry salva la vita
al maligno capitano Potzdorff (che l'aveva arruolato con
la forza poco prima) sollevando una trave che gli era
caduta addosso in seguito al cannoneggiamento dei
francesi. Nella piccionaia sopra descritta, Barry guarda
senza un moto il suo rivale Bullingdon che lo ha sfidato;
sparando a terra, rifiutando di usare la pistola contro
il figliastro, Barry si lascia sconfiggere per diventare
il simbolo romantico della colpa e del destino. La
passione per il Settecento, prima che in Barry Lyndon, si
era affacciata nel cinema di Kubrick, come ho già detto,
in Orizzonti di gloria: il film comincia con la vista del
perfido generale Broulard al quartiere generale di
Mireau, che è situato in un grande castello
settecentesco. Ad esso corrisponde all'esterno la trincea
che, nella visita del generale Mireau, è ripresa con un
lungo e ininterrotto carrello all'indietro: l'ennesimo
corridoio. Trincea e palazzo quindi; i due ambienti si
alternano continuamente perché geograficamente vicini ma
simbolicamente lontani. In un interno neoclassico si
decide della vita degli uomini, in un corridoio-trincea i
soldati aspettano lo scontro col nemico.
Orizzonti di gloria
termina su un piccolo palcoscenico improvvisato in una
betto-la, dove i soldati aspettano l'ora della partenza
ascoltando una canzone tedesca dalla voce di una spaurita
giovane prigioniera; sempre su un palcoscenico (ma di un
abbando-nato teatro, ancora una volta, settecentesco) si
svolge lo scontro tra i Drughi e la banda di Billy boy,
in Arancia meccanica, su di un altro palcoscenico (questa
volta di un teatro a pianta circolare in ferro e cemento)
Alex, il protagonista del film, dimostra la sua
guarigione dopo la "cura Ludovico". La realtà
diventa una recita e la recita diventa espressione della
verità; una verità che in un teatro in rovina, segnato
quindi dal passaggio del tempo, si dimostra ancor più
efficace perché meglio conosce l'uomo. La storia di Alex
non è una storia personale, bensì la storia di un
gruppo, di una generazione o addirittura una vera e
propria storia dell'uomo.
É un film fortemente
debitore dei fermenti culturali e storici del suo tempo
ma contemporaneamente è lontano da ogni lettura
strettamente sociologica. Secondo Kubrick, Alex è il
nostro inconscio, il film diventa quindi un viaggio nella
mente vista nella sua duplicità: l'io e l'es, l'occhio
naturale e l'occhio truccato. Gli ambienti e i luoghi in
cui si svolgono le "gesta" di Alex e del suo
gruppo sono legati strettamente ed esclusivamente
all'azione di cui sono scena. Il Korova Milk Bar è il
luogo della prima sequenza del film, qui Alex si presenta
parlando da una voce fuoricampo. Dal primo piano di Alex,
che immobile guarda verso di noi, la macchina da presa
inizia una lunga carrellata indietro scoprendo prima
tutto il gruppo dei Drughi, tutti vestiti di bianco e con
bombetta blu, seduti contro uno sfondo nero, poi, ai lati
due bianchi manichini-tavolini. Via via che la carrellata
indietro prosegue, scopriamo che quei tavolini compongono
una doppia serie, perfettamente allineata, al centro
della quale, sul fondo, rimane il gruppo dei Drughi.
Questo parallelepipedo nero è il luogo di ritrovo e
socializzazione del gruppo ma anche quello in cui Alex,
punendo un compa-gno che sembra non apprezzare la musica
di Beethoven, impone il suo ruolo di capo indiscusso.
La casa dello scrittore,
luogo in cui si svolge forse la più celebre scena di
violenza del film (quella in cui Alex prende a calci un
povero vecchio inerme cantando Singing in the Rain), è
un teorema geometrico, uno studio architettonico sulla
simmetria e sul ritmo: una pianta probabilmente regolare
divisa in due blocchi simmetrici da un lungo spazio
scandito da dislivelli. La scena è ripresa inizialmente
con una lenta carrellata laterale (da sinistra verso
destra) che ne evidenzia la regolarità; nel momento
dell'irruzione, invece, Kubrick adopera la macchina a
mano: l'effetto è quello di una perdita lucida,
improvvisa e drammatica dell'ordine edella tranquillità
che, fino a qualche secondo prima, regnavano in quello
spazio. Il Razionale e l'Irrazionale convivono nello
stesso ambiente perché non sono due stati diversi ma due
aspetti del medesimo stato. In questo spazio razionale
Alex tornerà, in ben altre condizioni, nella seconda
parte del film: la scena si apre con l'identica
carrellata laterale che, invece di scoprire la moglie
dello scrittore, si ferma su un culturista-aiutante che
si esercita con i manubri. Alex irrompe nuovamente ma è
fradicio e insanguinato dopo il pestaggio subito dai suoi
ex Drughi diventati poliziotti.
Interessante notare come
lo scrittore, ridotto su una sedia a rotelle, è
impossibilitato a misurarsi con lo spazio; e meglio si
comprende quindi, se non la natura, l'origine della sua
turbe psichiche. La casa di Alex è situata nel
"casamento municipale 18/A-Zona Nord". Ancora
una carrellata laterale ma questa volta per descrivere,
nella debole luce dell'alba, uno spazio esterno
disordinato e pieno di rifiuti; da qui Alex entra
nell'atrio d'ingresso del "casamento", anche
qui lo spazio è invaso da rifiuti. Nella casa dei
genitori di Alex (un appartamento conforme ai dettami
dell'edilizia residenziale popolare, verniciato a tinte
squillanti alternate a tappezzerie orribili) viene
sottolineata la reclusione dello stesso: l'isolato
numerato in cui abita, (ovvero una casa ridotta a un
numero, come per i carcerati) e la sua stanza munita di
una serratura-cassaforte. In questo senso Arancia
meccanica è un film fortemente claustrofobico, senza vie
d'uscita.
Numerosi e diversi sono
i corridoi di cui Kubrick si serve in questo film. Il
primo è quello che porta simbolicamente Alex e i
compagni dal Korova Milk Bar al teatro abbandonato
scenario dello scontro con la banda rivale;
attraversandolo (in realtà si tratta di un
sottopassaggio) Alex e gli altri picchiano selvaggiamente
un barbone ubriaco che aveva chiesto loro qualche
spicciolo. La luce che giunge dall'ingresso del tunnel
trasforma i personaggi in ombre malvagie e inquietanti:
nulla ci si può aspettare da loro se non violenza e
terrore. Il secondo corridoio che ci viene proposto è
quello della casa dei genitori di Alex: Alex si sveglia
dopo la nottata "ultraviolenta" e lo percorre
in mutande (la macchina da presa lo segue inquadrandolo
dal basso) fino a che non si accorge che nella stanza da
letto dei genitori, che sta tra il minuscolo soggiorno e
la sua camera, lo aspetta l'assistente sociale che,
informato sui fatti della notte precedente, lo interroga.
Il significato di questo corridoio non è del tutto
chiaro ma è fortemente in relazione e contrasto con
quello successivo, quello che vede Alex passeggiare in un
negozio di dischi vestito come un nobiluomo.
Egli percorre un
corridoio d'alluminio, stretto e disposto lungo il
perimetro del negozio (la macchina da presa lo riprende
frontalmente con una lunga carrellata all'indietro);
l'espressione del volto e i modi sicuri e quasi gentili
convincono due ragazze a seguirlo nel suo appartamento.
Un altro corridoio è quello fatto di libri nella
biblioteca del carcere che vede Alex e il cappellano
conversare in privato e amichevolmente sulla "cura
Ludovico": la sequenza parte con un carrello
all'indietro che segue i due personaggi e prosegue
bloccandosi in una inquadratura fissa sempre su di loro.
I libri ai lati e al centro Alex con il cappellano: la
presenza dei libri sembra "ispirare" Alex che
trasforma il suo linguaggio e comportamento diventando
pacato, riflessivo, dotto e mistico; la sequenza si
conclude con i due che citano a memoria la Bibbia e si
fanno il segno della croce. Tutti gli spazi del film sono
irritanti, offensivi e ipocriti. Non c'è un solo spazio
che rincuora: nemmeno quelli del sogno. Le architetture
qui sono l'espressione dell'ipocrisia degli uomini, della
cultura e del potere.
Alle luminose e
sgargianti architetture del potere intellettuale,
culturale e scientifico, si accompagna il grigiore dei
luoghi delle istituzioni: l'ufficio di polizia con il suo
burocratico anonimato, destinato a ingrandirsi nella sala
di accoglienza dei detenuti; la prigione antica e sporca
come il teatro abbandonato; la sala cinematografica, in
cui Alex viene sottoposto alla "cura", è il
prolungamento e l'ampliamento della prigione,
l'imprigionamento dello sguardo e del cervello. Anche
l'asettica clinica del dottor Brodsky, apparentemente
tutta luce e candore, è solo uno spazio riverniciato.
Quello dipinto da Kubrick è insomma un inferno in cui
nessuno si salva; il lin-guaggio di Kubrick è freddo,
razionale, conseguente, che viviseziona spietatamente le
contraddizioni di un mondo in cui la stanza dei bottoni
non ha contatto con il mondo: questa lontananza del
potere era già presente in Orizzonti di gloria, in
Spartacus (1960) e nel Dottor Stranamore (1963);
ritornerà in Full Metal Jacket (1987). Full Metal Jacket
è forse il più teatrale di tutti i film di Kubrick,
governato da una scenografia fortemente unitaria ma
paradossalmente e incomprensibilmente poco
rappresentativa, decisamente inverosimile.
Questa scenografia,
così apertamente lontana da tutte le possibili immagini
del Vietnam, costituisce una sfida al buon senso, carica
com'è di estraneità inquietante e nello stesso tempo
pervasa da un oscuro senso di familiarità. Molto più
credibile, infatti, era la rappresentazione di Michael
Cimino (Il cacciatore 1978), di Francis Ford Coppola
(Apocalypse Now 1979), o di Oliver Stone (Platoon 1986),
con i villaggi di paglia, gli effetti speciali, i trucchi
e l'intrico della foresta, in cui il Vietnam veniva
ricostruito, ricomposto visivamente, come in tutti gli
altri film del genere. La scelta di Kubrick sta, invece,
nella decisione di rappresentare il Vietnam per
disuguaglianze. E' unascelta che si fonda sulla
sostituzione di elementi più che la loro ricostruzione;
Full Metal Jacket e perciò un film allegorico dove non
occorre che le cose si adeguino a quello che devono
rappresentare. Un tale conflitto rafforza la potenza
simbolica delle immagini e l'ambiguità diviene assoluta.
Questa impostazione
produce e scatena nello spettatore una serie infinita di
associazioni, tanto che dentro questa guerra ne possiamo
racchiudere numerose altre; non è la guerra in Vietnam
che si vuol rappresentare ma la guerra. Kubrick cancella
così il Vietnam, come cancella il nemico, per cui i
marines saranno costretti a fronteggiare solo se stessi.
La ricerca ostinata della contraddizione e
dell'ambiguità è un costante nel cinema di Kubrick e la
troviamo ovunque in questo film, a partire da un
particolare che si osserva facilmente, tanto poca è
l'intenzione di mascherarlo: le scene della libera uscita
dei marines nella città amica di Da Nang sono girate
dentro lo stesso spazio scenico in cui si svolge poi
l'assalto alla città dei vietcong (Hue). Da cui si vede
chiaramente che le scene di guerra e di pace sono girate
nello stesso spazio teatrale: Da Nang e Hue sono la
stessa città. Le scene di guerra e quelle in cui un solo
cecchino invisibile tiene in scacco l'intero plotone,
sono girate in un'officina del gas che Kubrick ha trovato
nelle vicinanze di Londra, a Beckton, e che ha avuto
ufficialmente il permesso di distruggere.
Questo edificio sembra
manifestare l'influenza dello stile di Gropius (Fabbrica
Fagus, 1911) che emerge soprattutto nella molteplicità
di aspetti e nella mutevolezza di questo complesso, la
cui percezione sintetica è impossibile da un solo punto
di vista. Ne consegue che la fabbrica di Kubrick non
indica una vera città e neppure la sua ricostru-zione.
Tuttavia sembra una città, perché come tale è ripresa
e filmata; appare di volta in volta diversa, ma nello
stesso tempo ci lascia capire di non essere enorme.
L'oriente misterioso è stato sostituito da un grande
complesso edilizio di cemento armato (l'oriente concepito
quindi come riflesso antitetico e speculare del mondo
occidentale), e le costruzioni che fin dall'inizio,
all'ingresso della città vietnamita, apparivano
misteriose e incrollabili, per tutto il film rimangono
tenebrosamente sicure; neppure l'incendio finale che
invade tutta la scena, neppure la muraglia di fiamme
attraverso cui passa l'esercito, cantando la canzone di
Topolino, sembrano cancellare o deformare quelle
strutture che sono nello stesso tempo astratte e
pesantemente massicce; anzi il fuoco sembra uniformarsi a
loro trasformando la città in una cattedrale di fuoco.
Non è un caso che la
situazione bellica e il film di guerra costituiscano il
corpus kubrickiano più esteso: la guerra è vista come
un gioco metaforico della vita, condensa-to e concentrato
di essa. Questo interesse trova forse "la prima
radice" nell'amore di Kubrick per gli scacchi (gioco
al quale lo ha iniziato il padre, attorno ai tredici
anni), gioco logicissimo che risponde a una serie di
regole e rituali che devono portare istituzionalmente a
un vinto e a un vincitore; un gioco che rimanda, a sua
volta, quindi alla stessa logica che presiede alla
guerra. Entrambi hanno infatti come fine la
sopraffa-zione dell'avversario. Tuttavia ridurre il
cinema di Kubrick a una formula è ingiusto. L'unica
costante che io riesco a individuare è la straordinaria
e geniale capacità di creare nuovi archetipi quando
nessuno più se lo aspetta. E' successo con 2001: Odissea
nello spazio (archeti-po puro che non si imbarazza di
fronte agli effetti speciali che oggi, perfezionati,
dominano le pellicole di fantascienza), con Rapina a mano
armata nei confronti del noir, con Full Metal Jacket che
chiude l'epica della grandezza e dell'onore per aprirsi
verso la parodia, l'ignominia, l'urlo della miseria e
della vergogna; ed infine è successo con Shining:
l'ennesima chiusura, il riassunto di tutto un genere,
l'horror. Tratto da un romanzo dell'ormai famoso Stephen
King, Shining è un percorso alla ricerca delle radici
del male. Un viaggio nell'inconscio che completa quello
di Arancia meccanica.
Sin dal suo incipit il
film rivela la sua struttura labirintica e metaforica. La
macchina da presa sorvola un paesaggio di montagna
nordamericano (la sequenza ricorda quella finale di
2001), seguendo una piccola automobile giungiamo in un
albergo di montagna, l'Overlook Hotel. La sequenza a mio
giudizio significa molto, innanzitutto perché è l'unico
esterno di una certa vastità che Kubrick riprende in
questo film ma, soprattutto, perché ci dice
immediatamente che l'albergo è completamente isolato dal
mondo (per giungervi occorrono "tre ore e mezza di
macchina" lungo una strada deserta dove non
s'incrocia nessuno) e quindi risultato di un'inquietante
connubio architettonico di comunicazione con l'esterno
(nella sua funzione) e di isolamento (nella sua
ubicazione); solitario come un eremita è l'albergo ma
soli non lo siamo forse tutti? L'albergo neogotico, che
chiude la prima sequenza, si presenta come un organi-smo
di vaste proporzioni composto da tre corpi asimmetrici
dalle linee in forte penden-za che si diramano da una
sorta di piramide centrale; l'hotel, che ha uno strano
color grigio cenere, fu costruito tra il 1907 e il 1909
(come preciserà successivamente il direttore
dell'albergo a Jack e sua moglie Wendy) sopra ad un
antico cimitero indiano. Il colore e la piramide trovano
finalmente una strana, paurosa ragion d'essere.
Nella sezione
successiva, intitolata "Chiusura invernale", il
capocuoco Hallorann parla con il piccolo Danny e lo
informa che nell'albergo sono "successe cose non
proprio giuste" e che "certe cose che succedono
lasciano tante tracce di quello che è accaduto" ma
sono tracce che "non tutti possono vedere". E'
un po' quello che accade nella nostra mente, per cui
certi eventi vengono assimilati e ricordati costantemente
(come quelle fotografie appese nell'albergo che ricordano
feste e ricevimenti passati) altri invece scendono in
quello che Freud chiamò Es, e da qui non riemergono se
non sotto forma di sogni, di incubi. L'Overlook Hotel è
perciò una metafora della nostra mente perché scatena i
suoi incubi soltanto quando si addormenta (ovvero durante
la chiusura invernale), ed anche per questo che è
ripreso come un immenso labirinto dove non si sa cosa si
può incontrare dietro l'angolo. "Un mese dopo"
è il titolo della sezione successiva; Danny è sul suo
triciclo e, seguito dalla steadycam, percorre velocemente
alcuni ambienti dell'albergo, il rumore sordo delle ruote
sul parquet sottolinea la sua solitaria presenza;
l'Overlook Hotel si è già trasformato in vuoto
angosciante, in presenza malefica.
Sempre in questa sezione
del film Danny e la madre entrano nel labirinto di siepi
che sta di fronte all'albergo: i corridoi si spalancano e
si succedono uno dopo l'altro aumentando il senso
dell'attesa e dell'incubo. La siepe è un'architettura
"vuota" che organizza e impone un percorso
inutile; nondimeno, si tratta di un'obbligatorietà che
incide direttamente sulla percezione del tempo: Jack
Torrance muore, urlando come una delle scimmie del
Pleistocene di 2001, perché non ha avuto il tempo di
trovare l'uscita del labirinto, mentre Danny si salva
perché trova nel vuoto apparente dei corridoi vegetali
un sistema di riferimenti visivi legato al movimento e al
tempo: l'orma dei passi sulla neve. Un segno preciso,
labile, irregolare, proprio per questo, un segno che
"non tutti possono vedere" nel ritmo cangiante
ma identico degli angoli retti, nello spazio infinito e
limitato di un'architettura intricata e abnorme. Al
labirinto esterno corrispondono i corridoi all'interno,
essi guideranno Danny, e il suo triciclo, in uno spazio
che assumerà forme incontrollabili, dalle quali sono
assenti i punti di riferimento necessari per orientarsi.
La sensazione è ripresa dalle multicolori decorazioni
(opposte all'uniformità cromatica del labirinto) nelle
tappezzerie e nelle moquettes d'albergo.
Decorazioni geometriche,
astratte, che esaltano la bidimensionalità del
geroglifico e dei colori primari accostati sulla greca
dei pavimenti di camere e corridoi. La decorazione
alberghiera risulta così, in apparenza, sovrapposta alla
struttura dell'edificio, ma ne condiziona di fatto
l'immagine di fronte a chi percorre i suoi spazi
affidandosi al solo punto di riferimento sicuro: il
numero della camera. Se, per assurdo, qualcuno potesse
percorre i corridoi della nostra mente credo che avrebbe
sensazioni analoghe ed è possibile che abbia visioni
anche più orribili di quelle che ha Danny. Se ogni
stanza dell'albergo fosse come un neurone del nostro
cervello e il corridoio come il neurite non ci stupiremmo
di imbatterci prima o poi in quei ricordi traumatici
"patogeni" che secondo Freud possono provocare
l'isteria.
La stanza 237 è uno di
quei ricordi, Jack vi entra e ne esce profondamente
trasformato; non solo, lui stesso, da quel momento,
comincia a farne parte. Percorrere lo spazio
dell'Overlook Hotel significa "conoscere"
sequenze tempora-li diverse e parallele. Quando Jack
entra nella Golden Room (che sta "trasmettendo"
una festa degli anni venti), camminando lentamente tra la
folla come un fantasma, non possiamo che rimanere
sgomenti; sappiamo che l'albergo è deserto, chiuso, che
può essere solo un'apparizione, eppure questa parola
risulta inadeguata davanti a una prova fotografica del
genere, davanti a un'immagine che non porta nessuna marca
soggettiva, nessun indice di allucinazione della macchina
da presa, ma che al contrario registra un evento reale,
logico ma folle. A ricordarci che stiamo assistendo ad un
incubo dell'Overlook c'è Lloyd, il barman, che non vuole
essere pagato da Jack perché ha ricevuto "ordini
superiori", ma soprattutto c'è il dialogo tra Jack
e il cameriere Grady nel bagno bianco e rosso della
Golden Room:
"Mr. Grady, lei
faceva il custode qui, l'ho riconosciuta, ho visto su dei
giornali la sua fotografia. Lei ha fatto a pezzi moglie e
figlie e poi si è sparato al cervello." "É
strano, sir, ma è una cosa che non ricordo
affatto." "Mr. Grady, io lo so che lei era il
custode dell'albergo." "Mi dispiace di doverla
contraddire ma è lei il custode dell'albergo è sempre
stato lei il custode. Io lo so perché io sono qui da
sempre." Jack ormai fa parte della storia
dell'albergo è una sua creatura, è "da
sempre" il suo custode ed anche dopo la sua morte
l'albergo lo tiene con sé trasportandolo, come in un
falso ricordo, in una fotografia del 1921. La macchina da
presa si avvicina lentamente ad una parete della Golden
Room piena di piccole fotografie incorniciate, in una di
queste riconosciamo, tra la folla festante, Jack Torrance
che, vestito da camerie-re, ci sorride; è l'ultima
immagine del film. Eliminati i riferimenti del
"prima" e del "dopo" l'orrore dello
spazio si presenta come l'esistere, in uno stesso punto e
immagine, di più presenze, più tempi in collisione.
La totalità
dell'albergo è riconoscibile solo attraverso diverse
sequenze-puzzle contenenti una serie innumerevole di
significati. Shining, film dall'ingranaggio perfetto, è
un puzzle in cui le giunture tra i pezzi reciprocamente
accostati sono, di fatto, invisibili. Ogni servizio, ogni
settore dell'Overlook Hotel sembra obbedire alle più
sofisticate esigenze funzionali, anche se (almeno per
noi) è praticamente impossibile ricostruire la pianta
dell'edificio e ciascuna stanza, ciascun corridoio sembra
visto per la prima volta. Il succedersi degli angoli e
dei corridoi è "prevedibile" (sappiamo che, ad
un certo punto, un muro si piegherà a gomito, o si
aprirà in una porta), ma ciò è inutile visto che non
sappiamo nulla del ritmo con il quale porte e spigoli, si
alternano: e sospettiamo che non lo conosceremo mai. Né
l'albergo, né il labirinto sono spazi coscientemente
intellegibili dalla famiglia Torrance; dell'uno e
dell'altro abbiamo due visioni d'insieme, all'inizio del
film: il primo con una veduta aerea, il secondo
attraverso un modello che Jack osserva nella sala immensa
in cui ha deciso di scrivere il suo romanzo.
In questa sequenza
attraverso una soggettiva di Jack il labirinto occupa
tutta l'inquadratura diventando un arabesco, una
decorazione geometrica simile a quelle che ricoprono i
pavimenti dei corridoi e delle camere nell'albergo;
tuttavia man mano che la macchina da presa stringe verso
il centro del labirinto ci accorgiamo che non stiamo
affatto in una soggettiva di Jack e tanto meno stiamo
guardando un modello, al centro del labirinto vediamo,
infatti, che qualcosa si muove: sono Danny e la madre
che, poco prima, vi erano entrati. Il labirinto oscilla,
dunque, tra due dimensioni: quella bidimensionale
dell'ornamento e quella tridimensionale del corridoio. La
prima dimensione sembra quella più congeniale
all'isteria di Jack ma quando egli si cimenta con quella
tridimensionale inesorabilmente regredisce allo stato di
scimmia urlante e, da qui, a inanimato blocco di
ghiaccio.
Nei primi film di
Kubrick il procedimento dominante risulta essere una
rappresentazione frontale e plurima degli oggetti e delle
persone, mediante carrellate laterali il punto di vista
è spesso unitario (si rispettano le regole prospettiche
facendo convergere tutto in un punto) e la visione
conseguentemente frontale. Lo spazio diventa perciò una
scatola, negli interni, e un luogo ideale rigorosamente
progettato negli esterni. Per Kubrick lo spazio è
importantissimo perché utilizzato per produrre forti
connotazioni simboliche: spesso nei suoi film le vicende
si svolgono in spazi chiusi con limitate possibilità di
muoversi per i personaggi, tuttavia lo spazio sembra
sottoposto a continue possibilità di dilatazione o
restringimento. I personaggi sono imprigionati nei loro
spazi, spazi che misurano non solo con i passi e gli
sguardi, ma soprattutto con le loro emozioni, pulsazioni
e cambiamenti della frequenza respiratoria.
Il corridoio è perciò
lo spazio che Kubrick predilige perché appunto
fortemente limitato in una direzione ma potenzialmente
infinito nell'altra. Il corridoio è uno degli elementi
architettonici più "superflui" dal punto di
vista funzionale (non vi si abita, non vi si svolge
alcuna attività); la sua superficie però ci conduce
verso comportamenti significativi ovvero a luoghi carichi
di valore simbolico. Lo scopo di un corridoio è sempre,
infatti, "al di là" della sua esistenza. In
2001, il corridoio si identifica con il tema
quadridimensionale-geometrico della circonferenza e della
circolarità; nel Dottor Stranamore con la corsa del
micidiale aereo che conduce alla catastrofe nucleare; ne
Il bacio dell'assassino con la strada cittadina percorsa
"in negativo". Altra presenza architettonica
importante nel cinema di Kubrick è la finestra. Ci sono
importanti finestre dietro a tutti i principali
personaggi kubrickiani e quando queste si riducono cresce
l'influenza sui comportamenti.
Le fessure dei fortilizi
contribuiscono alla vittoria del capitano Potzdorf in
Barry Lyndon nonostante l'ufficiale sia ferito in seguito
alla caduta di una trave del soffitto. Da una stretta
apertura della sua capsula David Bowman, in 2001, riesce
a tornare nell'astronave-madre per disinserire la memoria
di HAL; nel lucernario di una abitazione Alex, in Arancia
meccanica, cerca l'eterna liberazione dagli effetti della
"cura Ludovico" tentando di togliersi la vita
(e l'aver attraversato quella finestra gli farà sembrare
d'aver dormito "un milione di anni"); in
Shining, infine, la piccola finestra del bagno dà a
Danny, la possibilità di fuggire dal padre, più tardi
costretto a inseguire il piccolo nel labirinto. Con pari
insistenza, Kubrick attribuisce alla scala (altro
elemento necessario allo sviluppo volumetrico di un
edificio) una funzione non soltanto architettonica, ma
figurativa e narrativa portante. La finestra regola la
conoscenza dello spazio esterno e la comunicazione tra i
mondi; la scala porta le medesime capacità all'interno
dell'appartamento.
Sulla scala esplodono
gli elementi scatenanti il dramma o che determinano
radicali mutamenti nella vita degli individui (esemplare
è la doppia salita dei gradini pieghevoli nelle carrozze
di Barry Lyndon: il falso Chevalier de Balibari che
riesce a fuggire dopo l'episodio della sala da gioco; lo
sconfitto Redmond accompagnato dalla madre sulla carrozza
che lo porterà all'esilio) o, ancora, che imprimono alla
narrazione una diversa andatura. I gradini della scala
mettono in comunicazione (o separano) non solo piani
architettonici e piani di narrazione, ma anche diversi
tempi e modi di raccontare. Jack Torrance salendo le
scale dell'enorme sala-studio in Shining pronuncia la
frase "Wendy, tesoro, luce della mia vita"
(parafrasi dell'incipit del Lolita di Nabokov)
riproducendo, nello sguardo e nella lenta determinazione
dei gesti, il comportamento di Humbert sulla scala che
sarà teatro dell'uccisione di Quilty e punto di partenza
per il lungo cammino a ritroso che riassume l'itinerario
di Humbert verso la dissoluzione. Corridoio. Finestra.
Scala. Entro queste
presenze si muovono le sequenze più po-tenti girate da
Kubrick. Egli sente gli spazi e i suoi elementi, ne
coglie l'essenza e per questo li trasforma, li deforma
(attraverso un grandangolo, un teleobiettivo o la
steadycam) per toglierci quanto di assodato sapevamo su
di loro e per fornire quel terzo occhio, che è la nostra
immaginazione, di una singola, potente lente.
Attraversando un corridoio, salendo le scale o aprendo
una finestra possiamo, vivere incubi, vedere la nostra
faccia invecchiata e poi rinascere, possiamo essere
malefici, scoprirci violenti e assassini, bambini
impauriti, oggetti di indagine e al tempo stesso
indagatori. L'architettura resta comunque un mezzo per
Kubrick mai un fine, la sua ricerca va oltre ma non si
può non rimanere folgorati dal suo modo di avvicinarsi
ad elementi che tanto ci sembravano familiari ma che in
realtà hanno ancora molto da dire; una vera e propria
lezione su come gli spazi possono incidere sulle nostre
vite, sulle nostre emozioni e passioni e che in fondo non
sono quello che sono.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
GHEZZI E., Stanley
Kubrick, La Nuova Italia, Firenze 1977.
BRUNETTA G. P. (a cura
di), Stanley Kubrick: Tempo, spazio, storia e mondi
possibili, Pratiche Editrice, Parma, 1985.
BERNARDI S., Kubrick e
il cinema come arte del visibile, Pratiche Editrice,
Parma, 1990.
EUGENI R., Invito al
cinema di Kubrick, Mursia, Milano, 1995.
CREMONINI G., Stanley
Kubrick: l'arancia meccanica, Lindau, Torino, 1996.
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