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"La stampa esagera.
I giornali parlano di me come se fossi una specie di
dottor Mabuse": così Kubrick commentava la propria
fama, in un'intervista rilasciata per l'uscita in sala di
Full Metal Jacket. Non aveva torto, ma non sarà neppure
un caso se il suo ruolo nel cinema è, da parecchi anni a
questa parte, quello di una leggenda vivente. Dai
ritratti esce un personaggio di eremita un po' maniaco,
dedito alle buone letture solitarie, al godimento della
pittura e della musica classica. Tanto che, qualche anno
fa, i relatori di un convegno tenuto a Fiesole si
divertirono a immaginare la composizione della biblioteca
(ne uscì una specie di archivio babilonese) e della
collezione di dischi di casa Kubrick.
Proverbiale il suo perfezionismo; leggendario il suo
controllo sulle copie del film, la promozione
pubblicitaria, le sale in cui viene proiettato (con tanto
di manualetto contente le istruzioni al proiezionista);
celebre perfino la sua diffidenza per il trasporto aereo,
che lo persuaderebbe a ricreare set esotici alla minore
distanza possibile dalla propria residenza. Molti tratti
di Kubrick, però, contrastano visibilmente con questo
identikit di santone del cinema, di artista anacronistico
che ha tagliato tutti i ponti con l'esterno, limitandosi
ad "emettere" di quando in quando un film (che
poi sarà invariabilmente un capolavoro).
Intanto, il linguaggio diretto e le idee chiare con cui
si esprime, nelle rare occasioni in cui acconsente a
un'intervista. Poi, l'interesse continuo per il mondo
moderno, le innovazioni della tecnica, il presidente e il
futuro del tartassato genere umano. L'attenzione per il
cinema altrui, anche, che la maggior parte degli altri
"grandi" della settima arte considerano un
pleonasmo o una debolezza. "A parte i periodi in cui
giro, perche allora non ho tempo per nient'altro, vedo
tutto. Non mi aspetto di scoprire delle meraviglie, di
restare incantato: più che altro, mi aspetto di
distrarmi. Guardo come i film sono fatti, come recitano
gli attori.
Anche se la storia è senza interesse, mi
piacciono i film fatti bene.
E trovo anche che la fotografia faccia progressi
continui". Non un maniaco ne un misantropo perduto
nella contemplazione delle proprie interiora, Stanley
Kubrick. Certamente un perfezionista. Quasi (tolta la
valenza rivoluzionaria) un'incarnazione
"dell'ingegnere progettatore" che, secondo i
costruttivisti degli anni Venti, avrebbe dovuto
sostituire la desueta figura dell'artista.
Le cronache di
lavorazione dei suoi film sono piene di aneddoti sul
feticismo tecnico di questo antico fotografo, assunto
come fotoreporter dalla rivista "Look" alla
verde età di 17 anni. Dagli inediti efffetti speciali di
2001: Odissea nello spazio ("Abbiamo inventato delle
tecniche nuove per ottenere questi risultati. Spesso il
motivo che determina la cattiva qualità di certi film è
che non si è stati capaci di trovare mezzi tecnici
adeguati") all'illuminazione naturale degli interni
di Barry Lyndon (che il regista riprese con sofisticati
obiettivi fotografici, applicati alla cinepresa mediante
adattatori), fino alla sperimentazione della poi
diffusissima steadycam di Garrett Brown in Shining.
Una celebre mania del regista è fornire personalmene al
capo operatore la maggior parte dell'equipaggiamento
tecnico, dopo avere "bricolato" lui stesso
parecchie installazioni (una Citroen Mehari, ad esempio,
usata non come camera-car ma come dolly, per le sue
ottime sospensioni, in Barry Lyndon e in Full Metal
Jacket). "Per chi ama Stanley Kubrick, assicura
Douglas Milsome, direttore della fotografia, lavorare con
lui non è difficile. Per la verità, ho sofferto di più
con registi che non avevano il suo talento. È vero che
ti sfinisce, ma dato che si spende senza risparmio, si
aspetta altrettanto dagli altri. Si mangia, si beve, si
dorme con il suo film. Si è suoi corpo e anima. Ma, in
cambio, ti da la possibilità di fare le cose bene.
Si guadagna qualcosa a lavorare con lui". Tentando
di uscire dall'aneddotica, che spiega poco, è probabile
che la leggenda di Kubrick sia il risultato di un innesto
di personalità raramente abbinate: un appassionato
cultore della tecnica e una tempra di moralista. È stato
notato che il film di Kubrick "Il dottor
Stranamore" come "Arancia Meccanica" e
soprattutto, s'intende, "2001: Odissea nello
spazio", hanno la struttura tipica delle profezie.
E, profeta, Kubrick lo è per vocazione e convinzione,
non soltanto sullo schermo. "Se noi guardiamo ai
progressi della tecnica ci troviamo tutti d'accordo che
la tecnica ha fatto progressi più rapidi dei valori
umani e morali, che l'uomo ha creato degli strumenti e
dei mezzi con i quali può distruggersi totalmente, e
questo senza avere trovare un modo vero di risolvere i
suoi problemi.
Io sono però ancora ottimista e penso che l'uomo potrà
trovare le soluzioni. Non posso immaginare che gli uomini
si distruggeranno tutti gli uni con gli altri. Penso che
il trapianto della vita su altri mondi e lo sviluppo
dell'energia nucleare formino probabilmente un punto
cruciale. Di due cose, una: o la vita sul nostro pianeta
si distrugge da sola con i mezzi infernali che oggi
possiede l'uomo, oppure la vita ci porterà a cose più
grandi e più belle, come mai si sono viste sulla faccia
della Terra". Esiste, oltre a quella dell'uomo,
anche una moralità specifica del cineasta, che finisce
poi per fare tutt'uno con la prima quando Kubrick, caso
più unico che raro, si preoccupa di garantire al suo
pubblico internazionale le condizioni di visione
migliori. O quando, altra faccenda di rilievo etico per
il regista, lavora tenacemente per assicurarsi il
controllo del film contro le esigenze (le invadenze)
della produzione.
Kubrick ha fatto tutto quanto era in suo potere per
sfuggire al destino di un Orson Welles, sistematicamente
scippato dei risultati del suo lavoro dalla mancanza di
controllo sulla fase del "final cut". Fu
sufficiente l'esperienza di Spartacus, ("un film che
ho preso per strada e su cui non avevo nessun controllo.
Kirk Douglas poteva perfino cambiare il montaggio. E lo
ha fatto") per convincere Stanley che occorreva
guadagnarsi l'indipendenza dallo strapotere degli
studios, a costo di emigrare, come fece, in Gran Bretagna
o di barattare l'ultima parola sul film con il proprio
compenso di regista. Ma il moralismo di Kubrick è
un'idra dalle molte teste, di una qualità così poco
conformista da sfidare senza complessi il sentimento di
contraddizione che ispira agli osservatori distratti.
Si vedano queste osservazioni, rilascite al suo esegeta
Michel Ciment ai tempi di "Arancia Meccanica".
"Certamente c'è una gra parte dell'arte moderna che
non è interessante, in cui l'ossessione
dell'originalità ha prodotto un tipo d'opera che è
forse originale ma per niente interessante. Io penso che
in certi campi, la musica in particolare, è necessario
un ritorno verso il classicismo al fine di arrestare
questa sterile ricerca dell'originalità. I film sono
molto lontani da questi problemi perche il loro
atteggiamento è profondamente conservatore. I film
potrebbero andare molto più lontano di quanto facciano.
Non c'è dubbio che sarebbe piacevole vedere un po' di
follia al cinema. Sarebbero più interessanti".
Parole che, in un certo senso, valgono come un profezia
dei suoi film a venire; anche se quella di Kubrick è
sempre, come sostiene lui stesso un paio di righe più
avanti, "una follia controllata". Il suo è, in
ogni caso, il tipo stesso del cinema cui le definizioni
vanno strette. Sterile cercarvi la coerenza di un
"messaggio" democratico, ma ben pensante. La
chiave tematica dell'antimilitarismo, di cui molta
critica si è compiaciuta? "Orizzonti di
gloria", certo, fu un caposaldo del cinema contro la
guerra e ottenne un forte successo di stima, ad onta
delle difficoltà produttive e distributive procurategli
dal suo coraggio polemico.
Ne "Il Dottor Stranamore", però, Kubrick non
si trattiene dall'irridere, nelle forme della farsa
macabra, alle paure del disastro nucleare, che negli
stessi anni nutrivano un filone drammatico del cinema di
Hollywood. Siamo dalle parti di ciò che una
benintenzionata retorica progressista definisce
"l'assurdità della guerra" o la follia di
coloro che decidono di farla, certo: ma Kubrick non si
accontenta di reimbiancarsi la coscienza con queste
formule, preferendo compromettersi con intonazioni meno
consolatorie, a costo di sconcertare lo spettatore.
Se Full Metal Jacket è un film antimilitarista, ad
esempio, non lo è affatto il modo convenzionale.
Ferocemente caustico e realistico insieme (perfino in
quella battaglia di Hue riambientata in una fabbrica in
disuso alla periferia di Londra), cinico e umano senza
soluzione di continuità, è il genere di opera che non
cerca consensi programmatici, ne si preoccupa di
riassicurare: al contrario.
Rileggendo in senso opposto l'enfasi di una guerra
"vista da un'agenzia di pubblicità, con lo stesso
tipo di gergo destinato a far credere agli americani che
la vittoria fosse vicina", Kubrick rifiuta a priori
le attitudini più sperimentate del cinema
antimilitarista. Il regista dichiara, del resto, che ha
scelto di adattare per lo schermo il libro di Gustav
Hasford perche "non si può dire: è per la guerra o
è contro. È solo il libro di un tipo che racconta la
verità su ciò che ha vissuto in prima persona".
Asserzioni abbastanza insolite per un moralista: e ancor
più quando si pensi che Kubrick, a chi gli chiedeva la
ragione di sette anni d'assenza del cinema (il tempo
intercorso tra Shining e Full Metal Jacket), ha risposto
di non avere trovato per altrettanti anni una storia che
valesse la pena di dirigere. Ulteriore forma di moralismo
d'autore, se vogliamo, benche l'affermazione suoni un po'
"en boutade" sapendo di più d'un progetto (uno
su Napoleone, tra tutti) naufragato nel frattempo. Ogni
suo spettatore, e sono in pochi a non conoscerne i film
principali, subito passati alla dignità di classici, sa
che la singolarità della tempra di moralista di Stanley
Kubrick ha molte manifestazioni ancora.
Non si vieta di scavare ad esempio, con una profondità
che alcuni considerarono oltraggiosa, nelle pulsioni
sessuali più inconfessate senza per ciò assumere
atteggiamenti da censore (Lolita); o di rappresentare
l'ambiguità della violenza e della sua repressione,
ribaltandone le valenze consuete per mettere in vista le
macchine del potere politico (Arancia Mecccanica).
Bisogna che gli scandali avvengano, dunque. Ma bisogna
soprattutto, per Kubrick, che le motivazioni etiche da
cui è mosso non entrino mai in conflitto con le
altrettanto importanti motivazioni tecniche. Non potrebbe
essere diversamente per un uomo che ha detto: "Se
noi guardiamo bene, il nostro ,attaccamento per le
macchine è veramente straordinario. Esiste un rapporto
profondo tra loro e noi. C'è un'estetica della macchina.
Le macchine sono belle, sono anche sensibili. Infatti,
nella tecnica spaziale, i disegnatori dicono che un
congegno è sexy. L'aggettivo sexy è divenuto
corrente". |