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Stanley Kubrick - Analisi - L'altra Cover - Buone letture e metafore sulla violenza - di Roberto Nepoti

 
 


"La stampa esagera. I giornali parlano di me come se fossi una specie di dottor Mabuse": così Kubrick commentava la propria fama, in un'intervista rilasciata per l'uscita in sala di Full Metal Jacket. Non aveva torto, ma non sarà neppure un caso se il suo ruolo nel cinema è, da parecchi anni a questa parte, quello di una leggenda vivente. Dai ritratti esce un personaggio di eremita un po' maniaco, dedito alle buone letture solitarie, al godimento della pittura e della musica classica. Tanto che, qualche anno fa, i relatori di un convegno tenuto a Fiesole si divertirono a immaginare la composizione della biblioteca (ne uscì una specie di archivio babilonese) e della collezione di dischi di casa Kubrick.

Proverbiale il suo perfezionismo; leggendario il suo controllo sulle copie del film, la promozione pubblicitaria, le sale in cui viene proiettato (con tanto di manualetto contente le istruzioni al proiezionista); celebre perfino la sua diffidenza per il trasporto aereo, che lo persuaderebbe a ricreare set esotici alla minore distanza possibile dalla propria residenza. Molti tratti di Kubrick, però, contrastano visibilmente con questo identikit di santone del cinema, di artista anacronistico che ha tagliato tutti i ponti con l'esterno, limitandosi ad "emettere" di quando in quando un film (che poi sarà invariabilmente un capolavoro).

Intanto, il linguaggio diretto e le idee chiare con cui si esprime, nelle rare occasioni in cui acconsente a un'intervista. Poi, l'interesse continuo per il mondo moderno, le innovazioni della tecnica, il presidente e il futuro del tartassato genere umano. L'attenzione per il cinema altrui, anche, che la maggior parte degli altri "grandi" della settima arte considerano un pleonasmo o una debolezza. "A parte i periodi in cui giro, perche allora non ho tempo per nient'altro, vedo tutto. Non mi aspetto di scoprire delle meraviglie, di restare incantato: più che altro, mi aspetto di distrarmi. Guardo come i film sono fatti, come recitano gli attori.

Anche se la storia è senza interesse, mi piacciono i film fatti bene.
E trovo anche che la fotografia faccia progressi continui". Non un maniaco ne un misantropo perduto nella contemplazione delle proprie interiora, Stanley Kubrick. Certamente un perfezionista. Quasi (tolta la valenza rivoluzionaria) un'incarnazione "dell'ingegnere progettatore" che, secondo i costruttivisti degli anni Venti, avrebbe dovuto sostituire la desueta figura dell'artista.

Le cronache di lavorazione dei suoi film sono piene di aneddoti sul feticismo tecnico di questo antico fotografo, assunto come fotoreporter dalla rivista "Look" alla verde età di 17 anni. Dagli inediti efffetti speciali di 2001: Odissea nello spazio ("Abbiamo inventato delle tecniche nuove per ottenere questi risultati. Spesso il motivo che determina la cattiva qualità di certi film è che non si è stati capaci di trovare mezzi tecnici adeguati") all'illuminazione naturale degli interni di Barry Lyndon (che il regista riprese con sofisticati obiettivi fotografici, applicati alla cinepresa mediante adattatori), fino alla sperimentazione della poi diffusissima steadycam di Garrett Brown in Shining.

Una celebre mania del regista è fornire personalmene al capo operatore la maggior parte dell'equipaggiamento tecnico, dopo avere "bricolato" lui stesso parecchie installazioni (una Citroen Mehari, ad esempio, usata non come camera-car ma come dolly, per le sue ottime sospensioni, in Barry Lyndon e in Full Metal Jacket). "Per chi ama Stanley Kubrick, assicura Douglas Milsome, direttore della fotografia, lavorare con lui non è difficile. Per la verità, ho sofferto di più con registi che non avevano il suo talento. È vero che ti sfinisce, ma dato che si spende senza risparmio, si aspetta altrettanto dagli altri. Si mangia, si beve, si dorme con il suo film. Si è suoi corpo e anima. Ma, in cambio, ti da la possibilità di fare le cose bene.

Si guadagna qualcosa a lavorare con lui". Tentando di uscire dall'aneddotica, che spiega poco, è probabile che la leggenda di Kubrick sia il risultato di un innesto di personalità raramente abbinate: un appassionato cultore della tecnica e una tempra di moralista. È stato notato che il film di Kubrick "Il dottor Stranamore" come "Arancia Meccanica" e soprattutto, s'intende, "2001: Odissea nello spazio", hanno la struttura tipica delle profezie. E, profeta, Kubrick lo è per vocazione e convinzione, non soltanto sullo schermo. "Se noi guardiamo ai progressi della tecnica ci troviamo tutti d'accordo che la tecnica ha fatto progressi più rapidi dei valori umani e morali, che l'uomo ha creato degli strumenti e dei mezzi con i quali può distruggersi totalmente, e questo senza avere trovare un modo vero di risolvere i suoi problemi.

Io sono però ancora ottimista e penso che l'uomo potrà trovare le soluzioni. Non posso immaginare che gli uomini si distruggeranno tutti gli uni con gli altri. Penso che il trapianto della vita su altri mondi e lo sviluppo dell'energia nucleare formino probabilmente un punto cruciale. Di due cose, una: o la vita sul nostro pianeta si distrugge da sola con i mezzi infernali che oggi possiede l'uomo, oppure la vita ci porterà a cose più grandi e più belle, come mai si sono viste sulla faccia della Terra". Esiste, oltre a quella dell'uomo, anche una moralità specifica del cineasta, che finisce poi per fare tutt'uno con la prima quando Kubrick, caso più unico che raro, si preoccupa di garantire al suo pubblico internazionale le condizioni di visione migliori. O quando, altra faccenda di rilievo etico per il regista, lavora tenacemente per assicurarsi il controllo del film contro le esigenze (le invadenze) della produzione.

Kubrick ha fatto tutto quanto era in suo potere per sfuggire al destino di un Orson Welles, sistematicamente scippato dei risultati del suo lavoro dalla mancanza di controllo sulla fase del "final cut". Fu sufficiente l'esperienza di Spartacus, ("un film che ho preso per strada e su cui non avevo nessun controllo. Kirk Douglas poteva perfino cambiare il montaggio. E lo ha fatto") per convincere Stanley che occorreva guadagnarsi l'indipendenza dallo strapotere degli studios, a costo di emigrare, come fece, in Gran Bretagna o di barattare l'ultima parola sul film con il proprio compenso di regista. Ma il moralismo di Kubrick è un'idra dalle molte teste, di una qualità così poco conformista da sfidare senza complessi il sentimento di contraddizione che ispira agli osservatori distratti.

Si vedano queste osservazioni, rilascite al suo esegeta Michel Ciment ai tempi di "Arancia Meccanica". "Certamente c'è una gra parte dell'arte moderna che non è interessante, in cui l'ossessione dell'originalità ha prodotto un tipo d'opera che è forse originale ma per niente interessante. Io penso che in certi campi, la musica in particolare, è necessario un ritorno verso il classicismo al fine di arrestare questa sterile ricerca dell'originalità. I film sono molto lontani da questi problemi perche il loro atteggiamento è profondamente conservatore. I film potrebbero andare molto più lontano di quanto facciano.

Non c'è dubbio che sarebbe piacevole vedere un po' di follia al cinema. Sarebbero più interessanti".
Parole che, in un certo senso, valgono come un profezia dei suoi film a venire; anche se quella di Kubrick è sempre, come sostiene lui stesso un paio di righe più avanti, "una follia controllata". Il suo è, in ogni caso, il tipo stesso del cinema cui le definizioni vanno strette. Sterile cercarvi la coerenza di un "messaggio" democratico, ma ben pensante. La chiave tematica dell'antimilitarismo, di cui molta critica si è compiaciuta? "Orizzonti di gloria", certo, fu un caposaldo del cinema contro la guerra e ottenne un forte successo di stima, ad onta delle difficoltà produttive e distributive procurategli dal suo coraggio polemico.

Ne "Il Dottor Stranamore", però, Kubrick non si trattiene dall'irridere, nelle forme della farsa macabra, alle paure del disastro nucleare, che negli stessi anni nutrivano un filone drammatico del cinema di Hollywood. Siamo dalle parti di ciò che una benintenzionata retorica progressista definisce "l'assurdità della guerra" o la follia di coloro che decidono di farla, certo: ma Kubrick non si accontenta di reimbiancarsi la coscienza con queste formule, preferendo compromettersi con intonazioni meno consolatorie, a costo di sconcertare lo spettatore.

Se Full Metal Jacket è un film antimilitarista, ad esempio, non lo è affatto il modo convenzionale.
Ferocemente caustico e realistico insieme (perfino in quella battaglia di Hue riambientata in una fabbrica in disuso alla periferia di Londra), cinico e umano senza soluzione di continuità, è il genere di opera che non cerca consensi programmatici, ne si preoccupa di riassicurare: al contrario.
Rileggendo in senso opposto l'enfasi di una guerra "vista da un'agenzia di pubblicità, con lo stesso tipo di gergo destinato a far credere agli americani che la vittoria fosse vicina", Kubrick rifiuta a priori le attitudini più sperimentate del cinema antimilitarista. Il regista dichiara, del resto, che ha scelto di adattare per lo schermo il libro di Gustav Hasford perche "non si può dire: è per la guerra o è contro. È solo il libro di un tipo che racconta la verità su ciò che ha vissuto in prima persona".

Asserzioni abbastanza insolite per un moralista: e ancor più quando si pensi che Kubrick, a chi gli chiedeva la ragione di sette anni d'assenza del cinema (il tempo intercorso tra Shining e Full Metal Jacket), ha risposto di non avere trovato per altrettanti anni una storia che valesse la pena di dirigere. Ulteriore forma di moralismo d'autore, se vogliamo, benche l'affermazione suoni un po' "en boutade" sapendo di più d'un progetto (uno su Napoleone, tra tutti) naufragato nel frattempo. Ogni suo spettatore, e sono in pochi a non conoscerne i film principali, subito passati alla dignità di classici, sa che la singolarità della tempra di moralista di Stanley Kubrick ha molte manifestazioni ancora.

Non si vieta di scavare ad esempio, con una profondità che alcuni considerarono oltraggiosa, nelle pulsioni sessuali più inconfessate senza per ciò assumere atteggiamenti da censore (Lolita); o di rappresentare l'ambiguità della violenza e della sua repressione, ribaltandone le valenze consuete per mettere in vista le macchine del potere politico (Arancia Mecccanica). Bisogna che gli scandali avvengano, dunque. Ma bisogna soprattutto, per Kubrick, che le motivazioni etiche da cui è mosso non entrino mai in conflitto con le altrettanto importanti motivazioni tecniche. Non potrebbe essere diversamente per un uomo che ha detto: "Se noi guardiamo bene, il nostro ,attaccamento per le macchine è veramente straordinario. Esiste un rapporto profondo tra loro e noi. C'è un'estetica della macchina. Le macchine sono belle, sono anche sensibili. Infatti, nella tecnica spaziale, i disegnatori dicono che un congegno è sexy. L'aggettivo sexy è divenuto corrente".