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Stanley Kubrick compare come coautore del romanzo di Arthur
Clarke e non solo come coautore della sceneggiatura. Il romanzo
viene pubblicato a parte, non come sceneggiatura del film, nello
stesso anno di uscita nelle sale di 2001 odissea nello spazio e
con lo stesso titolo. Non è un romanzo tratto dal film e nemmeno
il film è tratto dal romanzo. Sia Kubrick che Clarke stanno
concependo due opere diverse: la trama è la stessa, i simboli
sono gli stessi, scrivono a quattro mani, ma nella mente del
regista si sta configurando un’altra opera. E’ per questo che
sia il romanzo che il film vedono la luce come opere
indipendenti l’una dall’altra. Analizzando il romanzo, appare
evidente il predominio di Clarke, vi si ritrovano letture
simboliche e messaggi che nel film sono totalmente assenti: il
romanzo parla infatti di un’odissea attraverso la Storia, parla
dell’origine dell’intelligenza umana e dall’avvento di un
Bambino-delle-stelle, un messia portatore di pace. I simboli
impiegati da Clarke, e concordati con Kubrick, sono il monolito,
il cervello elettronico HAL, il viaggio spaziale
“allucinatorio”, la frequente ricomparsa del monolito e la
riprogrammazione dell’astronauta nel feto, nel
Bambino-delle-stelle, che viene rispedito sulla Terra. Kubrick
rispetta la scelta dei simboli, rispetta la trama, l’intreccio e
lo svolgimento degli eventi, eppure ricava un film in tutto e
per tutto diverso dal romanzo.
Perché? Perché Kubrick non fa altro che sopprimere le
spiegazioni che fornisce Clarke; non spiegando cos’è il
monolito, non spiegando qual è il piano architettato
dall’intelligenza aliena, non spiegando perché l’astronauta, nel
finale, si ritrova in una stanza e in un letto, compie una
geniale operazione metalinguistica: trasferisce il discorso
romanzesco sul piano della significazione dell’immagine-tempo.
In altre parole, se il romanzo rispetta i codici di fruizione e
le regole di finzione del prodotto artistico (ovvero: una storia
da raccontare attraverso dei personaggi che agiscono in una
trama di eventi legati da un principio di causa-effetto!), il
film abolisce questa “dimensione”, mantiene i personaggi, ma
sopprime la causalità degli eventi, mantiene i simboli, come il
monolito, ma non lo colloca nella logica della narrazione,
presenta una serie di eventi, ma non ne specifica il nesso.
La dimensione su cui si muove Kubrick non è dunque quella
narrativa. Questo è il nodo principale che ha sempre fuorviato
il pubblico; il film non racconta una storia!! Non annuncia una
messia, come il romanzo di Clarke!! Il film si muove sul piano
della percezione, è una teoria dell’immagine (poiché si parla di
cinema, sarebbe d’obbligo, come insegna Deleuze, parlare di
immagine-movimento e di immagine-tempo e non di immagine
generica!…per non complicare le cose - diciamo per esigenza
divulgativa – si rammenta soltanto che l’immagine
cinematografica, per statuto ontologico, ha il suo referente nel
processo di pensiero). Ci troviamo quindi di fronte ad un’opera
bivalente, un libro ed un film; il libro è facilmente
comprensibile, il film no. Può essere d’aiuto tracciare delle
brevi analogie tra le due opere, con lo scopo di indirizzare la
critica di chi si avvicina al film. Perché è corretto affermare
che il film parla anche della solitudine dell’uomo e del
rapporto con la tecnologia, ma questi sono i temi cari a Clarke
che sono entrati nell’opera cinematografica per vie traverse,
basta confrontare come li affronta il romanziere e come il
regista: Clarke è un “umanista”, Kubrick appartiene ad un’area
culturale diversissima. Clarke parla dell’uomo e nel rapporto
tra gli astronauti e HAL affronta un discorso sull’individuo e
sull’intelligenza artificiale, sui sentimenti e sui valori.
Kubrick parla di linguistica!! Come dire, alla maniera degli
strutturalisti, il regista affida la significazione dell’opera
alla messa in scena, alla forma e non ai contenuti. Per questo
il film appare così lento e poco comunicativo: Kubrick non usa i
fatti e le parole, ma l’immagine, il tempo e i movimenti di
macchina.
IL MONOLITO SECONDO CLARKE
Nel romanzo, il monolito, la presenza più inquietante e
problematica del film, è presentato con molta chiarezza: è
un’intelligenza aliena che scende sulla Terra nell’età
preistorica per dare all’uomo primitivo la scintilla del
progresso, per guidare l’uomo verso l’evoluzione. La celebre
scena del monolito e degli uomini-scimmia viene così descritta
nel romanzo “Non avrebbero mai potuto supporre che le loro menti
venivano sondate, i loro corpi disegnati, le loro reazioni
studiate, le loro capacità potenziali valutate”… “l’uomo-scimmia
si animò come se fosse stato un burattino azionato da fili
invisibili. La testa si voltò da un lato e dall’altro; la bocca
silenziosamente si aprì e si richiuse; le mani si strinsero a
pugno e tornarono ad aprirsi. Poi si chinò, strappò un lungo
stelo d’erba e, con le dita goffe, cercò di formare un nodo.”
L’intelligenza aliena sta insegnando all’uomo-scimmia ad usare
le mani, a muovere la bocca, ed ancora “i suoi muscoli si
muovevano ubbidendo a ordini che non erano del tutto suoi. Senza
sapere perché, si chinò e prese un piccolo sasso. Quando si
raddrizzò vide che nel monolito di cristallo vi era una nuova
immagine. Le griglie e i disegni danzanti in movimento erano
scomparsi.Si vedeva ora, invece, una serie di circoli
concentrici, intorno a un piccolo disco nero.
Ubbidendo agli ordini silenziosi del suo cervello, egli lanciò
il sasso con un movimento goffo…”. Tutto questo, nel film, non
c’è! Si vede la stessa scena, ma non ci sono i nessi causali che
spiegano qual è la funzione educatrice del monolito, né cosa sia
questo oggetto che in Clarke è di cristallo e poi di luce,
mentre nel film è nero. Nel secondo capitolo del libro, una
missione spaziale, nel 2001, scopre il monolito sepolto nella
faccia nascosta della luna. Era stato riposto lì
dall’intelligenza aliena a mo’ di trasmettitore; appena
scoperto, infatti, comincia a mandare misteriose onde magnetiche
nello spazio: è il segnale che l’uomo, finalmente, dopo molti
millenni, si è evoluto al punto da arrivare sulla luna!
L’intelligenza aliena capisce così che l’uomo è pronto, ora, per
essere di nuovo “educato”. Esattamente come era accaduto per
l’uomo-scimmia, l’uomo moderno deve essere “programmato”
dall’intelligenza aliena. Nella parte finale del libro, e del
film, l’astronauta Bowman viene risucchiato in un allucinatorio
viaggio spaziale oltre Giove, dove viene accolto
dall’intelligenza aliena. Lo vediamo infatti entrare, con la sua
capsula spaziale, in una stanza! Scrive Clarke “era preparato a
qualsiasi prodigio. La sola cosa che non si sarebbe mai
aspettato era la più assoluta banalità.
La capsula poggiava sul pavimento di un elegante e anonimo
appartamento d’albergo che si sarebbe potuto trovare in una
qualsiasi grande città della Terra. Egli stava contemplando un
soggiorno nel quale si trovavano un tavolino da caffè, un
divano, una dozzina di sedie, uno scrittoio, varie lampade, una
libreria riempita a mezzo di volumi, con alcune riviste posate
su di essa e persino un vaso di fiori. A una parete figurava Il
ponte di Arles di Van Gogh; a un’altra Il mondo di Cristina di
Vyeth.” La spiegazione di tutto ciò è semplice: l’intelligenza
aliena ha captato le immagini di una videocamera a circuito
chiuso di un motel americano ed ha riprodotto l’ambiente tale e
quale per far sentire a proprio agio l’astronauta terrestre!
Infatti, poco dopo, Bowman accende la tv, legge dei giornali,
mangia qualcosa…infine si distende sul letto e qui compare di
nuovo il monolito. L’intelligenza aliena comincia a
“riprogrammare” l’uomo, lo riporta allo stato di feto, lo
inserisce in una capsula e lo invia sulla Terra: è il
Bambino-delle-stelle, il nuovo Messia che porterà un messaggio
che Clarke non specifica, ma ci lascia intuire; ovvero,
l’intelligenza aliena, artefice del progresso della mente umana,
interverrà ora per “correggerla” probabilmente dalle deviazioni
indotte dall’istinto di distruzione. Il Messia quindi porterà un
messaggio pacifista. Clarke è chiaro e lineare sia nello
svolgimento della storia che nel messaggio che veicola!
Kubrick no!
E’ allora utile soffermarsi almeno sul monolito secondo Kubrick
e su quella stanza finale che in Clarke è un motel e nel film è
un’elegante e asettica camera rococò!!
IL MONOLITO SECONDO KUBRICK
Se Clarke, sicuramente concorde con Kubrick, specifica nel
romanzo cos’è questo monolito e quale funzione svolge,
stranamente il regista, nel film, sceglie di cancellare
qualsiasi indizio che possa permettere di definire il monolito
come un’intelligenza aliena.Evidentemente a Kubrick interessa un
altro piano di lettura.Una possibile iniziale chiave di lettura
può essere ricavata dalla scelta di mostrare il monolito nero e
non come una cangiante muta di colori. Il monolito non è
un’intelligenza agente, è un oggetto inerte, non fa niente e su
di esso non viene fatto niente, non cambia forma (come invece
nel libro), in altre parole possiamo dire, analizzando
unicamente il piano visivo ed affidandoci ad una terminologia
psicanalitica, che è l’elemento “perturbante”. L’uomo-scimma
conosce il mondo che lo circonda unicamente come “stato di cose”
e, quel che è più importante per Kubrick, lo spettatore prende
coscienza della scena e la individua come epifania del mondo
primitivo…lo spettatore si trova di fronte al mondo come
l’uomo-scimmia, vede elementi delle natura, esseri animati e
colori.
La comparsa del monolito sconvolge questa percezione, che pur
nella finzione più palese, ricreava un ambiente naturalistico.
Ovvero, ogni elemento della scena deve essere rapportato al
monolito. Se l’uomo-scimmia si rapportava all’ambiente in quanto
“abitante” e la sua presenza era accettata e giustificabile, il
monolito rompe questo piano di fruizione e proietta lo
spettatore in un campo esclusivamente linguistico (mediante una
tecnica che era cara a Magritte, a Bunuel, ai surrealisti). Il
monolito è l’elemento (linguistico) che trasforma l’oggetto in
metafora! In altre parole, è il potere di trasfigurazione che
obbliga lo spettatore, ma anche l’uomo-scimmia, a considerare
l’insieme della scena come qualcosa d’altro. Direbbe Heidegger,
l’ente scopre il mondo costituito dall’essere-per! Ecco allora
che l’uomo-scimmia scopre l’oggetto osso come essere-per, come
oggetto d’uso, ne ricava un senso rapportandolo alle proprie
esigenze, scopre che l’oggetto in sé non ha significato, ma si
presta ad essere manipolato, plasmato, in questo caso a
diventare arma…Kubrick sintetizza questo discorso scegliendo
appunto la metafora della guerra: l’uomo-scimmia tramite
l’osso-arma ha conquistato il potere sul mondo.
Il monolito è il “Simbolo Zero”, il Referente Assoluto!! Kubrick
mette in scena, allora, l’evoluzione dell’uomo come conquista
del Simbolo. Seguendo questa traccia, è possibile analizzare la
trasformazione dell’osso, lanciato in aria dall’uomo-scimmia, in
astronave: non è solo una geniale trovata per sintetizzare il
concetto di evoluzione, ma è soprattutto un exemplum
perturbante, antinaturalistico, metalinguistico di come sia
possibile vedere nell’osso un legame con l’astronave! Cos’hanno,
infatti, in comune questi due oggetti? Sono entrambi
testimonianze dell’evoluzione, se considerati su un piano che
non è più romanzesco, ma metaforico; ma il fatto stesso che
l’immagine crei tra i due oggetti un legame di significazione e
addirittura di causalità, indica un discorso ben più complesso
sul processo di cognizione: come l’ombrello e la macchina da
cucire di Lautreamont, due oggetti “abbinati”, ma estranei l’uno
all’altro, vengono percepiti come “situazione”, legati da un
nesso (artificiale, creato cioè dall’intelligenza), la coscienza
cerca un possibile punto di incontro che giustifichi la presenza
dei due oggetti su uno stesso piano. Così l’osso lanciato e la
comparsa dell’astronave diventano, nella coscienza dello
spettatore, un unico elemento che ha cambiato di forma, ma non
di contenuto: ciò che accomuna i due elementi è il loro statuto
simbolico; la relazione arbitraria che si instaura tra un osso e
un’astronave ha il referente nel concetto astratto di
“evoluzione”.
In altre parole, la razionalità imprime una causalità alla
casualità per ricavarne un senso. Di nuovo, si ravvisa qui il
tema portante della cinematografia matura di Kubrick, il tema
della razionalità intrecciato alla riflessione sulla percezione,
al simbolo e al processo di significazione (non dimentichiamo
che sono gli anni degli strutturalisti e di Roland Barthes!).
Non bisogna mai dimenticare che proprio a partire da 2001odissea
nello spazio, il cinema di Kubrick si definisce anche a livello
linguistico: la composizione dell’immagine e i movimenti di
macchina hanno come referente il processo di pensiero!
Ecco allora che la prima parte del film è dominata da una
costruzione centripeta dell’inquadratura, mentre nella lunga
parte ambientata nell’astronave la macchina da presa non ha un
centro, ruota su se stessa fino a perdere le prospettive
spaziali. La parte annunciata come Giove o oltre l’infinito è
l’esito della perdita del centro che gradualmente si afferma
dentro l’astronave: un magma di colori e suoni indistinto, la
pura astrazione!
Perché, allora, il film termina in una stanza arredata stile
rococò?
LA STANZA FINALE
Analizzando le tecniche di ripresa del film e la composizione
dell’immagine, assistiamo ad una lenta e graduale perdita della
cognizione: si era partiti dalla capacità di significazione,
nella prima parte, si era passati, nella seconda, alla messa in
crisi di questo modello nello scontro tra HAL e l’equipaggio (su
cui sarebbe qui troppo lungo discorrere) e si arriva, nella
terza parte, all’allucinazione pura. La conquista del mondo
esteriore è diventata chiusura estrema nel mondo interiore,
l’occhio che vedeva l’oggetto da “trasformare” nell’uso,
l’occhio che ha conosciuto il delirio di onnipotenza di HAL, ora
non percepisce più oggetti e situazioni, ma solo colori e suoni,
l’essenza più profonda del reale. A cosa può riferirsi questo
discorso? Vi è racchiusa tutta la storia della creatività
dell’uomo: dall’oggetto - osso come arma e quindi prodotto
dell’artigianato, all’occhio accentratore del Rinascimento, alla
perdita prospettica del post - impressionismo, all’astrattismo
pittorico e all’arte concettuale. Vi è tutta la perdita del
Soggetto agente, si passa dal neoplatonismo, al misticismo, dal
positivismo all’ermeneutica moderna. Dall’Io come Agente di
significazione, all’Io come Relazione. Questa dimensione spiega
sommariamente quell’etichetta di fantascienza - filosofica
abbinata in genere al film.
Tornando alla questione di partenza, perché la stanza che Clarke
ha descritto come banale camera di motel e giustificato come
alcova accogliente che deve accogliere la riprogrammazione
dell’astronauta, in Kubrick diventa altra cosa? Intanto Kubrick
non fornisce nessuna indicazione riguardo alla presenza di
questa stanza, non ne conosciamo né lo scopo né sappiamo chi ha
architettato tutto. Rispetto al romanzo scompare l’intelligenza
aliena come Soggetto invisibile. Ovvero, manca il legame più
importante con il libro. La stanza di Kubrick è allude ad un
periodo storico ben preciso: è il 700. Quel 700 che ricorrerà
come referente culturale in Arancia Meccanica, come impianto
descrittivo e narrativo in Barry Lyndon, come substrato
filosofico in Shining e in Full Metal Jacket, come referente
visivo in Eyes Wide Shut. Proprio negli anni di concepimento del
film, la seconda metà degli anni sessanta, Michel Foucalult
pubblica le Parole e le cose, testo simbolo di un certa corrente
del pensiero moderno che, ripercorrendo la storia della
linguistica, fa risalire “quell’alleanza fra le parole e le
cose” al secolo dei Lumi. Nella riflessione filosofica del 700
(detto così in maniera piuttosto generica e sbrigativa) prende
corpo quella impostazione logico-scientifica che porterà alla
costituzione dell’Io moderno. Per questo Kubrick per parlare
dell’Azione, della Progettualità, della Storia, nei film
successivi, si rifà al 700. Prendiamo comunque in esame la scena
della stanza: Bowman si trova all’ingresso, non frontale, ma
laterale, e vede un uomo che sta mangiando; nel libro quell’uomo
non c’è, Bowman stesso entra nella stanza appositamente
preparata per lui.
Ma nel film ci troviamo su un piano non narrativo, per cui non
bisogna chiedersi chi ha costruito la stanza, dove si trova e se
questa è un’allucinazione. Il discorso è: il termine del viaggio
cognitivo dell’uomo moderno è un ritorno alle origini del
pensiero scientifico, il moderno Odisseo, dopo aver varcato le
Colonne d’Ercole della percezione della realtà, oltre
l’astratto, è giunto su un piano dove il visivo e il teorico, il
concetto e l’immagine, sono una stessa cosa. Questa, allora, non
è una stanza e quell’uomo non è un ospite, un alieno o Bowman
vecchio; è l’uomo che percepisce il mondo che lo circonda
ridefinendolo tramite il logos e il linguaggio, la stanza è il
mondo accomodante e teorico conosciuto dall’uomo moderno, un
mondo “artificiale”, concepito come una camera da letto, come
insieme di oggetti d’uso, come situazione agglomerato di
essere-per. In altre parole, la stanza è il sogno di un mondo
ordinato e al servizio dell’uomo!! Quel sogno laico che,
appunto, prende corpo con la filosofia dei Lumi.
Per infrangere questo sogno, per rompere questo idillio fittizio
tra le “parole e le cose” (direbbe Foucault), Kubrick ci mostra
la discrepanza tra l’Azione e l’Atto: l’uomo seduto allunga una
mano per prendere il bicchiere, ma questo cade e si rompe! Un
atto mancato, un’azione frustrata, un oggetto che si ribella
alla progettualità…il fallimento di quel mondo armonico, il
fallimento del sogno della ragione! Ed ecco che, davanti
all’uomo disteso nel letto, ricompare il monolito. Non abbiamo
alcun elemento, come nel romanzo, che ci possa far supporre che
l’uomo viene riprogrammato nel Bambino-delle-stelle. Il senso
della scena è allora un altro. Quest’uomo philosophe invecchia
precocemente, il suo mondo è fallito, gli si rivolta contro (in
questo senso il bicchiere che cade è analogo alla ribellione di
HAL). Si ricomincia di nuovo dall’origine: solo, di fronte al
monolito, al Simbolo Zero, al Referente Assoluto, l’uomo deve
rivedere tutto il processo di significazione, l’origine del
senso, le basi del logos e della scienza. Come nel passaggio
visivo dall’osso all’astronave, Kubrick ci mostra il feto che
danza nello spazio: elemento perturbante all’ennesima potenza
(poiché ha un forte potere allusivo ed è decontestualizzato),
ora ha preso il posto del monolito, è l’immagine pura dell’uomo
e del suo rapporto teorico e potenziale con l’Universo-oggetto:
è l’Io come Relazione! Seguendo questa traccia di lettura, si
può entrare nel complesso film di Kubrick e si può cogliere la
tensione sotterranea di una riflessione metalinguistica sul
problema dell’Io nel pensiero moderno. |